Economia

Perché contesto la scelta di Renzi e Di Maio sull’Iva. L’opinione di Cazzola

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Iva

Siamo sicuri che le entrate derivanti dagli aumenti delle aliquote Iva non potevano essere utilizzate per finalità opportune? L’opinione di Giuliano Cazzola 

Indietro tutta. Il governo ha annunciato che è sua intenzione disinnescare interamente l’incremento – già previsto per legge dal prossimo 1° gennaio – delle aliquote Iva. Ad avviso di chi scrive è un errore. Sul piano politico, innanzi tutto. Un esecutivo che si adegua – contro ogni ragionevolezza – ad assecondare gli impegni presi (con gli elettori?) da alcuni partiti della maggioranza, rischia di ripercorrere la strada del governo precedente in cui i grandi temi di iniziativa politica erano stati suddivisi tra i due ‘’contraenti’’ , a totale discrezione di ciascun titolare.

Del resto, in sede di legge di bilancio per il 2019 nessuno ha avuto dubbi nel prevedere una operazione sull’Iva da 23 miliardi (ventotto nel 2021). Era urgente piantare le bandierine del RdC e di quota 100, secondo una logica di mera sanatoria.

Ma la stangata su questa imposta aleggiava nei Palazzi del potere al pari dell’ombra di Banko nel ‘’Macbeth’’. Così, dapprima, fu Giggino Di Maio ad esorcizzare la minaccia davanti alle platee della Confcommercio, dando solo prova di un incomprensibile ‘’ottimismo della volontà’’ che non poteva essere giustificato dai fatti. Poi arrivò il pressapochismo di Salvini secondo il quale, dopo il voto del 26 maggio nessuno avrebbe osato chiedere all’Italia di onorare quell’impegno (come se non fosse già disposto per legge), essendo in vista una clamorosa vittoria dei sovranisti che non si sarebbero fatti incantare dai numeretti. E quando l’ex Capitano e i suoi alleati si trovarono a battere i denti per la rabbia in un angolino del Parlamento di Strasburgo, Salvini non si perse d’animo: l’Iva sarebbe stata disinnescata nell’ambito della manovra da 50 miliardi (che già teneva nel cassetto riservatogli al Papeete), finanziata a deficit con sommo disprezzo dello schiavismo dei parametri.

A questa coppia ‘’scoppiata’’ si è aggiunto Matteo Renzi, il quale ha trasformato la questione del disinnesco dell’Iva nel motivo principale per accordarsi con il M5S in un nuovo governo Conte. Così, al momento di decidere, si sono fatti avanti il capo politico del M5S e il fondatore di Italia Viva per bloccare ogni ipotesi di ristrutturazione (apertis verbis: di ritocco parziale e redistribuzione delle aliquote) dell’Imposta sul valore aggiunto. L’argomento che è servito a giustificazione è stato il solito: l’abbiamo promesso. Questa ormai è l’aria che tira: se un partito promette agli elettori una misura sbagliata, essa deve essere realizzata anche se, magari, ci si accorge dell’errore o dell’inopportunità di tale linea di condotta. In sostanza si deve mantenere la promessa fatta anche se ciò risulterà a danno dell’elettore.

Si veda il caso della Brexit, se vogliamo ragionare in grande; o di quota 100 e del RdC se ci accontentiamo di rammendare le nostre solite vecchie calze. Eppure Tria, in una recente intervista, aveva fornito delle considerazioni solide in proposito: una volta “disinnescate le clausole di salvaguardia, sarebbe stata mia intenzione proporre una qualche rimodulazione dell’Iva, specie per le aliquote agevolate, che avrebbe potuto dare un gettito di circa 8 miliardi da impiegare nella riduzione delle tasse sulle persone’’. In questo modo – secondo l’ex ministro dell’Economia – la finanza pubblica, contenendo il deficit intorno al 2%, avrebbe tranquillizzato i mercati e avrebbe potuto dare una spinta alla crescita. Non dimentichiamo, infatti, che un moderato aumento dell’Iva – ha proseguito l’ex ministro – oltre ad essere raccomandato dalla Ue, non avrebbe effetti inflazionistici, mentre la riduzione delle tasse sul lavoro avrebbe potuto davvero dare nuovo slancio ai consumi’’. Non è poi un mistero che anche, Pier Carlo Padoan, il predecessore di Tria sulla poltrona di Quintino Sella, aveva in varie occasioni raccomandato di tassare di più i consumi e meno i redditi. Anche il politico Roberto Gualtieri, tuttavia, non è riuscito a superare i veti ‘’ad orecchio’’ che vengono dai partiti, i cui esponenti spesso fanno promesse ad una platea ben disposta verso di loro senza pensare alle conseguenze e come se tutto fosse possibile. Ma forse è opportuno tracciare un ritratto dell’Iva che è senz’altro l’imposta più importante tra quelle indirette. Ci avvaliamo dei dati forniti dall’autorevole Centro Studi ‘’Itinerari previdenziali’’ presieduto da Alberto Brambillla.

L’Iva è applicata alle cessioni di beni e servizi che colpisce solo il valore aggiunto in ogni fase del processo produttivo e distributivo. Le aliquote attualmente sono tre: ordinaria del 21%, oppure ridotta del 4% e del 10%. L’imposta, con 115 miliardi si pone subito dopo l’IRPEF quale contributo alle entrate del bilancio statale.

Tuttavia, un rapido sguardo alla distribuzione territoriale svela un Paese fortemente squilibrato, con il Nord il cui volume d’affari è pari al 62,92% del totale contro i modesti 24,82% del Centro e il 12,26% del Sud, mentre la distribuzione del gettito vede il Nord al 61,60%, il Sud al 10,47% e il Centro al 27,57%, dove il Lazio è trascinato dalle operazioni in split payment verso la Pubblica Amministrazione non titolare di partita Iva. Per quanto riguarda il numero dei contribuenti, al Nord sono il 48,65%, al Centro 21,13% e al Sud 30,12%. Il governo ha annunciato che rimedierà con un recupero d’evasione da 7 miliardi e che la relativa strumentazione coinvolgerà anche un incentivo ad avvalersi della moneta elettronica e a diminuire l’uso del contante. Oggi l’85% circa delle transazioni avvengono attraverso l’utilizzo di moneta cartacea (per un valore pari al 68% dell’ammontare complessivo). Anche in questo caso l’Italia è all’ultimo posto insieme ai soliti compagni di strada che stanno sempre in coda nella classifica dei Paesi virtuosi.

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