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Perché Bonomi si è meritato i rimbrotti di Profumo

di

Profumo

Il corsivo di Teo Dalavecuras

 

Diciamo la verità, se l’è un po’ cercato il fuoco di sbarramento che ha salutato la sua nomina.

Nel nostro Paese valgono quasi soltanto le regole non scritte e una di quelle fondamentali prescrive che la mano di ferro, pure indispensabile per sopravvivere, sia sempre ben nascosta in un morbido guanto di velluto.

Soprattutto quando, come il nuovo presidente degli industriali, Carlo Bonomi, ci si deve far perdonare una nomina all’unanimità e, cosa ancora più grave, il fatto che questo risultato non fosse stato previsto.

L’élite non apprezza mai le sorprese, in Italia poi le detesta. I rimbrotti di Alessandro Profumo, insomma, Bonomi se li è meritati tutti. Anche il tono sprezzante, che Profumo ha usato facendo sicuramente violenza alla sua natura cordiale e benevolente, per ovvie finalità pedagogiche.

Una sola delle critiche dell’amministratore delegato di Leonardo – se posso permettermi – è obiettivamente ingiusta.

Dice Profumo: “Credo che non sia il momento di usare un vocabolario che io definisco del 900, di recriminazione. Non è un problema di durezza, lo trovo vecchio. Che è anche peggio”.  Tutto si può dire, ma che in Italia una critica esplicita e diretta al governo, da parte del presidente di un’organizzazione che è sempre stata “governativa per definizione”, sia una cosa vecchia, proprio no. Inedita, semmai.

Se c’è qualcosa di vecchio è piuttosto l’invocazione della corrispondenza di amorosi sensi tra la “mano invisibile” del mercato (povero Adamo Smith…) e la mano visibile dello stato. E poi, un banchiere, sia pure “prestato” all’industria pubblica, come Profumo, sa bene quanto poco invisibile fosse la mano delle banche, americane e non, che hanno cucinato, tra il 2005 e il 2008, il botto dei subprime.

Giusto impartire al nuovo arrivato una lezione, anche severa, di buon comportamento. Ma un piccolo sforzo di fantasia, almeno nella scelta delle metafore, non guasterebbe.

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