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Perché a Berlino è emergenza Covid

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Berlino Germania

A Berlino si è giunti di nuovo al drammatico dilemma di dover scegliere tra economia e salute. Le opposizioni criticano il sindaco per non aver saputo arginare la crisi per tempo e denunciano il vero limite dell’amministrazione: non riuscire a far rispettare le regole imposte.

Berlino città chiusa. Almeno di notte. Con l’aumento dei casi di contagio che proiettano la capitale al centro della seconda ondata di Covid-19, il Senato della città ha varato nuove restrizioni a partire da sabato per evitare che la situazione vada completamente fuori controllo. La chiusura di bar e ristoranti dalle 23 alle 6 del mattino, associata al divieto di vendita di alcolici nelle stazioni di rifornimento carburante che restano aperte tutta la notte, è una delle conseguenze.

Ma che l’allarme non riguardi solo la capitale politica, lo dimostra il fatto che la stessa regola è stata decisa dal comune di Francoforte, la capitale finanziaria. Anche in riva al Meno, bar e ristoranti abbasseranno le saracinesche alle 23. La battuta che circola è che lì il provvedimento è meno invasivo, perché gli abitanti vanno a letto prima dovendo il giorno dopo lavorare. Stereotipi tedeschi, tutto il mondo è paese.

Da quando l’amministrazione di Berlino ha introdotto un sistema di allarme per monitorare lo sviluppo dell’epidemia basato su tre semafori, per due su tre è scattato il rosso. Uno riguarda l’indice di riproduzione R, che ha oltrepassato per la terza volta consecutiva il limite di 1,2 (ieri sera segnava 1,26): come ebbe a spiegare Angela Merkel in una ormai famosa conferenza stampa a marzo, significa che una persona ne contagia più di un’altra. Il secondo segnala invece il numero dei nuovi contagiati per 100.000 abitanti, e qui la media dell’intera città di Berlino indica 44,2. Secondo i parametri dell’istituto Koch, l’organo cui il governo ha demandato la gestione della pandemia, superato il 50 l’area viene classificata come zona di rischio e scattano una serie di misure cautelative da parte di altre regioni.

Ma se la media cittadina è di 44,2, in quattro quartieri che complessivamente contano oltre un milione di abitanti il limite di 50 è stato superato da giorni. Nel distretto di Neukölln, noto per la movida e la composizione multiculturale, l’indice è addirittura 91,5, come ha riferito l’agenzia locale per la sanità Lageso. Altri quattro quartieri centrali sono oltre la soglia: Fridrichshain-Kreuzberg 65,9, Mitte 64,3, Tempelhof-Schöneberg 56,8. Un altro, Charlottenburg-Wilmersdorf ci si sta avvicinando rapidamente (46,8). E la tendenza è in forte aumento. Chi ha dimestichezza con la geografia berlinese, riconoscerà nell’elenco i quartieri frequentati o abitati dai più giovani, dove vibra la vita notturna, in bar, pub e ristoranti. E se club e discoteche sono rimaste chiuse, i party si sono spostati nei parchi (quasi ogni sera la polizia interviene per disperderne qualcuno) o, con l’avanzare dell’autunno, nelle case private.

Anche qui il Senato cittadino prova a dettare nuove regole. Non sarà possibile superare il limite di 10 persone per feste e incontri negli appartamenti privati, mentre all’esterno, tra le 23 e le 6 del mattino, il limite di riunione è fissato a 5 persone o a 2 nuclei familiari. Lo scopo è da un lato evitare i party alcolici, dall’altro ridurre uno dei maggiori fattori di contagio, feste e cerimonie private. Solo ieri, le autorità sanitarie hanno reso noto il cao di un mega contagio di 50 persone in seguito a una festa di matrimonio che aveva coinvolto 30 famiglie proprio a Neukölln.

Che in questa seconda ondata l’emergenza si stia per ora concentrando nella capitale non è una eccezione tedesca. Parigi in Francia, Madrid in Spagna, Copenhagen in Danimarca, Praga in Repubblica Ceca sono diventati l’epicentro dei contagi nelle rispettive nazioni. Ma questo pone ovviamente problemi un po’ a tutto il paese. Anche istituzionali. Il quartiere politico si trova nel quartiere di Mitte (che significa appunto “centro”) e da due giorni il presidente del Bundestag Wolfgang Schäuble ha introdotto l’obbligo di mascherina a deputati e funzionari in tutto l’edificio. E siccome un paio di Länder, in nome dell’autonomia nella gestione della crisi, hanno già inserito i quartieri berlinesi più colpiti nella lista delle aree a rischio con obbligo di quarantena, molti politici non potranno rientrare nei loro domicili di origine alla fine della settimana lavorativa, a meno di scontare i 14 giorni di quarantena. È il caso del leader dei Verdi Robert Habeck, che non essendo parlamentare non rientra nell’eccezione riservata a chi “svolge funzioni istituzionali”, e dunque non potrà fare il pendolare tra il suo Schleswig-Holstein e la sede del partito a Berlin Mitte.

Ma la gestione berlinese della crisi rischia anche di mandare all’aria il governo cittadino, formato da una maggioranza di sinistra composta da Linke e Verdi e guidata dall’Spd. Le critiche che piovono sul sindaco Michael Müller (che aveva, dopo qualche incertezza iniziale, invece ben gestito la prima ondata) hanno peso nazionale. Marcus Söder, il presidente della Baviera e possibile eventuale candidato alla cancelleria, ha detto che la situazione a Berlino “sembra sul punto di diventare incontrollabile”: bisogna fare qualcosa, ha detto, non vogliamo avere nella capitale un’emergenza simile a quelle di Parigi o Madrid. E mentre a livello federale si discute se sia il caso di adottare standard comuni per la definizione di aree a rischio interne, anche in vista delle ferie scolastiche d’autunno ormai alle porte, l’agenzia del turismo di Berlino ha annunciato la sospensione delle campagne pubblicitarie per attirare turisti in città. Un ulteriore colpo all’economia cittadina che non può ancora contare su un robusto retroterra industriale, che si somma al colpo che si abbatterà di nuovo sul già provato settore della ristorazione. E nel frattempo si ragiona su come rallentare la macchina amministrativa, magari adottando misure di home office per i dipendenti e ridurre la densità della circolazione in città. Una sorta di freno alle attività pubbliche nella speranza di evitare un più drastico lockdown, che il sindaco ora non esclude più.

A Berlino si è giunti di nuovo al drammatico dilemma di dover scegliere tra economia e salute. Le opposizioni criticano il sindaco per non aver saputo arginare la crisi per tempo e denunciano il vero limite dell’amministrazione: non riuscire a far rispettare le regole imposte. Compito difficile in una capitale piena di giovani refrattari al ritorno di imposizioni, e per di più scenario inevitabile di tutte le manifestazioni politiche e sindacali che convogliano nel quartiere politico manifestanti da tutto il paese (quindi assembramenti). Venerdì si aggiungerà lo sciopero che bloccherà il trasporto pubblico per 24 ore, nel quadro delle trattative per il rinnovo del contratto di lavoro: una giornata in cui una città in emergenza pandemica si affollerà nei pochi vagoni della linea metropolitana di superficie, l’unica che assicurerà il servizio. La prova è dura ed è anche politica: fra un anno si vota per il governo nazionale ma anche per quello cittadino, e gli equilibri della capitale sono sempre un fattore importante per l’intero paese.

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