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I tre Pd di Bonaccini, Schlein e Bettini

Armi Ucraina

Se Bonaccini usa parole della sinistra moderna, il Pd che dialoga con Conte rischia di scivolare verso la logica assistenziale. Mentre Schlein è coccolata da molti capicorrente. Il post Letta nel Pd, che però non ha ancora fatto tutti i conti con la storia… La nota di Paola Sacchi

 

Che l’amalgama non fosse riuscito, come poi riconobbe Massimo D’Alema, lo si intuiva già in quel congresso di Firenze in cui si sciolsero i Ds e la Margherita per poi andare nel 2007 verso il Pd, con le primarie vinte da Walter Veltroni. Gli ex Pci da un lato, gli ex della sinistra Dc dall’altro. Non c’era tantissimo entusiasmo a Firenze, dove Gianpaolo Pansa scrutava i partecipanti con il suo celebre binocolo. C’era pure quel giorno un invitato esterno speciale, Silvio Berlusconi, con Denis Verdini, accolto un po’ paradossalmente con molta più cordialità dall’ex Pci Vannino Chiti che dagli ex della sinistra Dc.

La sensazione di una fusione a freddo aleggiava. Poi, la vittoria di Veltroni mise le ali al Pd. Riformisti ma anche radicali nei principi, era il suo motto, quello poi criticato per un certo ripetere il “ma anche”. Alle elezioni del 2008 poi però diventò anche un “ma anche” con l’alleanza con Antonio Di Pietro. E qui, nella narrazione tutta incentrata per forza di cose sull’analgama mancato tra i due contraenti, ex Pci, ex sinistra Dc, entra il campo in modo evocativo il convitato di pietra che, dal Pds di Achille Occhetto e la sua gioiosa macchina da guerra battuta da Berlusconi, è inevitabilmente presente nelle trasformazioni e i continui cambi di nome, spesso con simboli botanici: la fine per via giudiziaria del Psi di Bettino Craxi. Ovvero la sinistra moderna, riformista e anti-comunista. Quella che gli ex Pci-Pds-Ds pensarono di bypassare dandosi il nome americaneggiante di democratici.

Proprio giorni fa Nicola Zingaretti citava in tv con soddisfazione alcuni aneddoti tra lui e Felipe Gonzalez, il leader socialista spagnolo che faceva parte con Craxi e l’allora presidente del Portogallo, Mario Soares, della triade del socialismo mediterraneo. Gonzalez e Soares, quest’ultimo ancora di più, grandi amici di Craxi. A differenza di Zingaretti che non ha neppure citato lo statista italiano che fece entrare gli ex comunisti nell’Internazionale socialista. Con Soares, come scrissi in I conti con Craxi (MaleEdizioni), che, invece, raccomandava al nostro ex premier di pensarci bene prima di dare quel decisivo lasciapassare al Pds.

Come sono andate le cose ormai è storia nota. Ma la storia a più di trent’anni di distanza ha presentato il conto. Senza che si sia mai riflettuto davvero dalle parti di Botteghe Oscure e poi del Nazareno sugli errori della mancata unità socialista, sul giustizialismo avallato e assecondato, su quel di fatto mancato sdoganamento di una vera politica riformista, moderna che poi costrinse gli ex Pci, Pds, Ds a dover ricorrere a una figura esterna, di un ex Dc di sinistra come Romano Prodi per poter battere due volte, pur durando al governo abbastanza poco, Berlusconi. Il Cav nel frattempo in Forza Italia aveva inglobato anche buona parte dei craxiani, nonché consensi di operai ex Pci, finiti anche alla Lega, che secondo alcuni sondaggi dei mesi scorsi è il partito che raccoglie il maggior numero di operai.

Insomma, pezzi di sinistra finirono in quella che il Pd, forte nelle Ztl, chiama destra o le destre, quando per sua natura FI è il centro del centrodestra e, se vogliamo intendere centro per le politiche liberali in economia, anche la stessa Lega di Matteo Salvini, partito post-ideologico e pragmatico, è di centro.

Comunque sia, andando di cosa in cosa, mentre Da cosa non nasce cosa (titolo di un libro di Emanuele Macaluso con Paolo Franchi, cui segui quello profetico degli stessi autori Al capolinea), il Pd ha retto, pur non vincendo più un’elezione dal 2006, grazie a una certa capacità manovriera di Palazzo e alla sua radicata presenza nei gangli del potere. Poi, il capolinea. La demonizzazione dell’avversario politico, che è sempre stata la linea del Pci, ad eccezione dei “miglioristi”, contro Craxi, poi dell’ex Pci e ex sinistra Dc, portata all’ennesima potenza; l’allarme, a rischio di nuocere all’immagine stessa dell’Italia, giocato pure sul piano internazionale contro il pericolo delle “destre”, invece di contrapporsi per una vera proposta e una vera visione alternativa.

E così si arriva al Pd spaccato in tre. Alla drammatica ricerca della propria identità. Senza però affrontare l’agenda Paese che dovrebbe essere il vero programma. Un’agenda Paese che ormai da anni ha preso in mano il centrodestra, dando le sue risposte. Mentre le vere risposte della sinistra non si sono viste. Come ha scritto Luca Ricolfi, la sinistra ha bollato in modo snobistico come populismo, come un voler vellicare la pancia del Paese aizzandolo per avere consensi su quelle che sono state scambiate per percezioni. Mentre le percezioni sono la realtà vera e propria. E la sinistra, dalla necessità di una immigrazione controllata alla sicurezza, tema esploso nelle stesse città che governava e governa, ai temi stessi del lavoro, della necessità di creare posti di lavoro detassando le imprese, come ha riproposto con nettezza Berlusconi al governo Meloni di cui è azionista fondamentale, gli appuntamenti con l’agenda Paese li ha persi un po’ quasi tutti. In politica se non si danno risposte ai problemi, i vuoti li riempiono gli altri.

Ora il Pd sembra spaccato in tre verso le primarie: Stefano Bonaccini, Elly Schlein (forse) sua ex vice in Emilia Romagna che parla di stop “al neoliberismo della disintermediazione”, diritti, ecologia, l’area più di sinistra con Andrea Orlando e Goffredo Bettini, che sembra più protesa verso i Cinque Stelle.

Se Bonaccini parla con Il Foglio di “valore dell’impresa, perché se non c’è la torta”, ovvero “la crescita”, “non c’è redistribuzione”, parole della sinistra moderna, anti-comunista craxiana di più di trent’anni fa, idee che Tony Blair confessò di aver ripreso per il suo New Labour, di altri trent’anni fa, la sinistra che dialoga con Giuseppe Conte rischia di scivolare verso la logica assistenziale da reddito di cittadinanza, pur giusto ma solo come eccezione per i casi davvero necessari. Solo che stavolta a prendere le leve del comando potrebbe essere lo stesso Conte.

Del resto, non fu proprio la sinistra Dc, con la compiacenza del Pci, l’amica di un comico che in tv si scagliò contro Craxi? E alla fine tutto potrebbe tornare. Chiusura del cerchio. Capolinea Pd.

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