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Tutti i subbugli nel Pd lettizzato

Centrodestra

Che cosa succede nel Pd e nel centrodestra. La nota di Paola Sacchi

 

Pd “derenzizzato” e amputato dei nomi di riformisti e garantisti di spicco. Il Nazareno torna al rosso antico, con qualche sfumatura di bianco-rosa. Candidati Pier Ferdinando Casini e Carlo Cottarelli. Ma lo spazio maggiore è per gli ex della “ditta” Pci-Pds-Ds.

Lo scontro dilania il partito. Dario Franceschini viene paracadutato a Napoli. L’esclusione numero uno riguarda l’ex braccio destro di Matteo Renzi, Luca Lotti, scelta che fa dire all’ex-premier, leader di Iv: “Letta è animato dal rancore”. L’altra, di fatto, esclusione eccellente è quella del deputato costituzionalista Stefano Ceccanti, tra i rari dem che votarono tre Sì al referendum sulla giustizia di Lega e Radicali. Dopo essere stato scalzato con probabilità (la candidatura deve essere perfezionata) dal capo di SI, la sinistra radicale, Nicola Fratoianni, che ha votato no all’allargamento della Nato, dal collegio di Pisa dove era stato eletto alla Camera, Ceccanti è stato inserito al quarto posto nel proporzionale a Firenze, Pisa. Ma anche ieri sera il costituzionalista ha ribadito alle agenzie di non essere candidato.

In posti difficili altri due esponenti di area riformista come Enzo Amendola, che da sottosegretario ha trattato il Pnrr con l’Ue, e l’economista Tommaso Nannicini, considerati di area draghiana. Nelle liste del Pd “lettizzato” ci sono vecchi nomi provenienti dall’ex Pci-Pds-Ds, da Nicola Zingaretti a Piero Fassino e Andrea Orlando, riconfermati anche i prodiani Sandra Zampa e Graziano Delrio, personalità di stretta fiducia del segretario come Paola De Micheli, le due capogruppo Debora Serracchiani e Simona Malpezzi. In un posto centrale l’autore della legge contro l’omotransfobia Alessandro Zan. Ma è forte la polemica con la “madrina” delle unioni civili Monica Cirinnà che alla fine accetta una candidatura non considerata sicura.

Poi, ci sono molti nomi di apparato. Non bastano le giovani new entry, come il 26enne Paolo Romano a Milano e altri quattro capilista under 35, scelte, dice Letta, “per mettere i giovani al centro delle politiche del lavoro e dell’istruzione”, a mettere in secondo piano lo sbilanciamento verso sinistra-sinistra. In una collocazione sicura c’è il ministro Roberto Speranza, capo di Articolo Uno. C’è Laura Boldrini. Rinuncia Alessia Morani, vicina all’ex-segretario, leader di Iv, perché collocata in una posizione difficile. Sopravvivono nelle liste filo-renziani come Andrea Marcucci, ma l’operazione di Letta è stata quella di decapitare le correnti dei nomi di maggiore valenza simbolica come Lotti. Base Riformista, la corrente degli ex-renziani, non partecipa al voto sulle candidature.

Stando a una lettura semplicistica, potrebbe sembrare un problema che non riguarda il centrodestra, dato in netto stacco da tutti i sondaggi. Ma è un fatto che la “macchina” più rossa che rosa di Letta promette scintille in parlamento quando si dovrà discutere di temi centrali, se non di riforme come quelle istituzionali e della giustizia. Il senatore Francesco Giro, doppia tessera Forza Italia-Lega, nota che con personalità come Ceccanti, pur nella netta distinzione tra avversari politici, “era stato fatto un proficuo lavoro, in un clima di rispetto reciproco”. Il costituzionalista spiega che “chiunque conosca un po’ la legge elettorale sa che la mia posizione era solo testimoniale”.

Ma l’epilogo è: fuori Ceccanti e dentro l’altra novità, il microbiologo Andrea Crisanti. Matteo Salvini twitta polemico: “Ora si capiscono tante cose”, alludendo ai lockdown di cui Crisanti è stato paladino tv. Lo stesso Renzi attacca: “Spero che Crisanti non porti in parlamento la cultura illiberale del lockdown”. “Sinistra sinistrata”, chiosa duramente il deputato di FI, avvocato Francesco Paolo Sisto. E Silvio Berlusconi, in uno dei suoi interventi social, torna a fare il mattatore della comunicazione con uno sketch a sorpresa al termine di un discorso per una maggiore sicurezza nelle città, con la reintroduzione del poliziotto di quartiere. “Per questo – dice – votate il Partito comunista”. Ride, un gesto della mano e “mamma mia, ho sbagliato, votate Forza Italia”.

L’ex-premier e leader azzurro con Politico.eu, versione europea della testata americana Politico, ribadisce la lealtà del centrodestra alla Ue e all’Alleanza Atlantica. “Siamo pro-Europa, pro-Occidente, pro-Nato, con la democrazia liberale come unico punto di riferimento”. Sottolinea: “Non ci sono estremisti nella nostra coalizione. È il centrosinistra ad essere discutibile, poiché ha al suo interno un partito di estrema sinistra che ha votato contro l’adesione di Svezia e Finlandia alla Nato”. Berlusconi ribadisce di essere rimasto “molto deluso da Putin, per il suo comportamento antidemocratico: siamo dalla parte dell’Ucraina, della libertà”. Quanto allo scontro nel Pd, il Cav oggi su Il Giornale: “Sanno che perderanno”.

Giorgia Meloni torna a parlare del presidenzialismo e attacca il Pd reo “di aver reso necessaria la riforma presidenziale”. Perché, osserva la presidente di Fratelli d’Italia, “anche una Repubblica parlamentare può essere stabile, se i partiti rispettano il responso delle urne. Non è così però in Italia, a causa della spregiudicatezza del Pd”.

La Lega batte il tasto contro la “sciagurata riforma Fornero”, come la definiscono Claudio Durigon e Federico Freni. Sulla flat tax, l’ex-sottosegretario ai Trasporti Armando Siri al Tg1 rimanda al mittente le accuse di incostituzionalità del disegno di legge leghista, assicurando: “Rispetta la progressività dell’imposta” e aggiunge “estendiamo a 100mila euro il limite di fatturato per ottenere la flat tax al 15%, già nella prima legge di Stabilità per poi estenderla a dipendenti e pensionati già dall’anno prossimo”. Tema al centro della campagna elettorale con la parola d’ordine “Credo”, lanciata da Salvini.

Salvini in una lettera al quotidiano Avvenire risponde alle polemiche dal mondo religioso spiegando il suo “Credo” come “atto di fede laica” che è “voglia di fare e costruire”.

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