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Pd e Repubblica tifano Bonaccini o Salvini? L’opinione di Cazzola

di

Bonaccini

L’intervento dell’editorialista Giuliano Cazzola (candidato nella lista Più Europa a sostegno di Bonaccini) sulle elezioni nella Regione Emilia-Romagna

La vittoria a tavolino è conseguita, da una squadra di calcio o da un’altra équipe sportiva, prima di terminare la partita o il gioco al quale si fa riferimento. Si ottiene quando c’è una irregolarità o quando si verificano delle cause per le quali è previsto dal regolamento che non è necessario concludere la gara. Al punto in cui siamo nella politica italiana, forse perderemmo meno tempo tutti se il governo convocasse Matteo Salvini e lo stato maggiore della Lega proponendo loro di prendere il potere. Senza tante storie, senza bisogno di andare alle elezioni che siano anticipate o no. Una vittoria a tavolino, appunto. Magari – se vogliamo cambiare sport – per ko tecnico dell’avversario, onde evitargli più gravi conseguenze con la prosecuzione del match.

La maggioranza giallo-rossa è in grande difficoltà. Il governo somiglia sempre più all’equipaggio e ai passeggeri di una mongolfiera bucata: hanno l’impressione di andare più veloci, invece stanno precipitando. È per questo motivo che il volo accelera la sua corsa per schiantarsi al suolo. Fino ad ora la navigazione del governo, sia pure procedendo tra fulmini, tempeste e vuoti d’aria, è riuscita a proseguire. Aver varato la legge di bilancio in un quadro di rapporti rasserenati e civili con la Ue, è stata un’operazione non facile né scontata. Lo spread ha ripreso un po’ di fiato, alleggerendo il peso degli interessi passivi. Nessuno lo dice perché i talk show sono ostili, ma la sterilizzazione dell’Iva consentirà un risparmio pari a 38,5 miliardi nel triennio (anche se le prossime leggi di bilancio saranno ancora condizionate dalle clausole di stabilità). Ma anche per il Conte 2 vale la massima del primum vivere. Il philosophari viene dopo. Sempre che riesca ad arrivare.

Il problema che si pone adesso – e che diventerà drammatico se nelle elezioni del 26 gennaio dovessero prevalere le coalizioni di centro destra a trazione salviniana – risiede tutto nella capacità di tenuta dei partiti della maggioranza. Il M5S si sta sfarinando. Il Pd soffre di necrofilia quando propone un’alleanza strategica ad una forza politica che sta tirando le cuoia; intanto, passa da un conclave ad un altro, lanciando ballon d’essai che sfioriscono presto come le rose (del ritiro nella Abbazia di Contigliano si dirà: il Pd venuto dal freddo). In questo momento il gruppo dirigente dem sembra intenzionato a tornare alla Bolognina per cambiare di nuovo nome, senza rendersi conto del fatto che quella storica sezione è chiusa da anni. I convegni, i congressi sono come gli alberghi spagnoli dove – dicono – il cliente trova solo quello che ci porta.

Il premier Conte assicura che il risultato dell’Emilia Romagna non influenzerà la durata del governo, tanto che ha annunciato un cronoprogramma molto ambizioso da attuare nel corso del 2020. Ma il voto della (ex?) regione ‘’rossa’’ è troppo importante per essere preso con indifferenza, anche perché è certa una débacle dei pentastellati, che inciderà nel dibattito interno a quel movimento.

Se a questo risultato dovesse aggiungersi una sconfitta di Stefano Bonaccini, anche il Pd non starebbe tanto bene. Non per caso ho parlato di Bonaccini e non del centrosinistra, perché il presidente uscente è solo, ed è impegnato in una battaglia la cui portata fuoriesce dai confini della regione. Ma la maggioranza e lo stesso Pd si sono messi a fare propaganda a favore del Capitano. Nicola Zingaretti sembra diventato il Comunardo Niccolai della politica. I dem non solo non sono in grado di aiutare Stefano Bonaccini, ma gliene stanno combinando di ogni, nel corso della campagna elettorale. Con la plastic tax il governo rischiava di mettere in crisi uno dei settori ‘’campioni’’ dell’industria manifatturiera emiliana. Bonaccini è stato costretto a prendere posizione. Poi, mentre partiva la campagna elettorale, un convegno del partito, inutilmente convocato all’ombra delle Due Torri, ha buttato tra i piedi del governatore uscente la riesumazione estemporanea dello ius soli (salvo dimenticarsene pochi giorni dopo). Ma a breve distanza dal fatidico 26 gennaio, le gaffe sono divenute pressoché quotidiane. Zingaretti, il segretario del partito cardine della coalizione di Bonaccini, ha dichiarato, in un’intervista, l’intenzione di chiudere bottega.

Ma la cosa più inverosimile (deus amentat quem perdere vult) è la linea di condotta della maggioranza (senza Italia viva) nella Commissione per le autorizzazioni a procedere del Senato. Che senso ha voler rinviare, a dopo il 26 gennaio, il voto sul caso Gregoretti, peraltro senza neppure riuscirci. Dicono che non intendono trasformare il Capitano in un ‘’martire’’ avvantaggiandolo sul piano elettorale. Se la motivazione è questa, la partita è già persa a tavolino. Perché, sia pure in modo inconsapevole, chi ragiona così riconosce che la narrazione salviniana è invincibile, tanto da potersi permettere di violare impunemente quella stessa legge che porta il suo nome e guadagnare maggiori consensi. Poi, ci si è messa anche la Repubblica con un titolo assurdo e demente, che ha consentito a Salvini di trasformarsi da tracotante aggressore in vittima aggredita, al punto che anche i più irriducibili avversari sono costretti a manifestargli solidarietà. Non si scherza con le parole quando si ha a che fare con un leader politico che le se usare col tono che tanta gente vuole sentire. Come al solito, anche la magistratura inquirente ci ha infilato lo zampino, in tempo per l’apertura dei seggi. Il Capitano concluderà la campagna elettorale a Bibbiano. Gli hanno messo a disposizione, con la chiusura delle indagini, qualche elemento più solido, in un Paese in cui i provvedimenti delle procure rischiano sempre di essere considerati delle sentenze definitive.

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