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Le 7 vite del Pd

Nordio Giustizia

Fatti e commenti sulla direzione del Pd e sul cantiere del governo Meloni. I Graffi di Damato

 

Sbollita rapidamente, com’era facile prevedere, la polemica su ritardi e mancanze del piano di ripresa e di resilienza, di cui la stessa Giorgia Meloni ha rinnegato la maternità che invece ha continuato ad attribuirle oggi su Repubblica Francesco Tullio Altan in una vignetta evocativa di un truce Alberto Sordi, la crisi di governo è tornata indietro come in un gioco dell’oca. La candidata a Palazzo Chigi, consumando ormai tutti gli abiti e i colori del suo guardaroba, si è rimessa in attesa dell’insediamento delle Camere e delle consultazioni al Quirinale propedeutiche al conferimento dell’incarico di presidente del Consiglio. Senza il quale tutto quello che lei fa, progetta, propone, lascia intravvedere è appeso un po’ per aria e potrebbe anche dare la sensazione di un troppo lungo avanspettacolo.

Stefano Rolli sul Secolo XIX ha colto un po’ nel segno con la vignetta nella quale fa dire a Giorgia Meloni in prima pagina, e in romanesco stretto: “Devo ancora sistema du’ cosette. ‘tanto divertitevi cor Piddì”. Dove in effetti accadono cose strane, a dir poco, tradotte in “10 ore di psicodramma” in direzione, come le ha definite la Repubblica riferendo della decisione a sorpresa di Enrico Letta di restituire tempi ordinari, cioè lunghi, al congresso che pure aveva prospettato annunciando le dimissioni da segretario e la indisponibilità a ricandidarsi, per cui si era scatenata una corsa alla successione funzionale solo al tentativo di Giuseppe Conte di improvvisarsi vincitore delle elezioni, almeno sul fronte dell’opposizione. E di mettersi in attesa di “un nuovo gruppo dirigente” al Nazareno con cui riprendere a tessere una qualche tela di sinistra per il futuro neppure di questa legislatura, ma forse della prossima. Già, perché Letta, pur tirandosi da parte, ha ieri escluso che il Pd del nuovo segretario potrà rinunciare all’opposizione e tornare al governo con una delle operazioni più o meno di palazzo avvenute negli ultimi anni, senza passare cioè per un altro turno elettorale.

In questa prospettiva delineata dal segretario uscente di quel che rimane il secondo partito italiano dopo Fratelli d’Italia, anche se Conte ritiene che il suo 15 cento valga chissà perché più del 19 e rotti del Pd, c’è del chiaro, di certo. Ma anche dell’oscuro, perché non si è mai visto, francamente, un segretario dimissionario in grado di ipotecare la linea del successore. D’altronde anche il predecessore di Enrico Letta al Nazareno, Nicola Zingaretti, si era impegnato nel 2019, allo scoppio della crisi del primo governo Conte, quello gialloverde con i leghisti, a un passaggio elettorale prima di un eventuale accordo di governo con i grillini. E di quell’impegno, disatteso all’improvviso ad un cenno di Matteo Renzi con un piede ancora nel Pd e l’altro già fuori, fece le spese lo sventurato – manzonianamente parlando – altro Matteo: il Salvini del Papeete e dintorni, sbertucciato nell’aula del Senato da un Conte moltiplicato almeno per due – “Giuseppi”, ricordate? – dall’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

La rappresentazione politica cui Enrico Letta si è prestato riportando indietro anche la storia del congresso rigeneratore, rifondatore e chissà cos’altro del Pd è alquanto impietosa. Si va dal titolo del Dubbio su Letta che “cambia idea” e scopre che “non abbiamo perso” al più perfido del Foglio su un articolo di Giuliano Ferrara, che pure lo ha personalmente e dichiaratamente votato il 25 settembre: “Gli umili saranno gli ultimi – Letta è una brava persona, ma in politica vince l’impudenza”. Tre volte bravo, anzi, ha precisato Ferrara con linguaggio torinese appreso durante la militanza giovanile comunista.

“Il Pd – ha diagnosticato il fondatore del Foglio – è un organismo malato, introverso nel senso di inespressivo, abulico. Chi lo ha votato lo ha fatto in genere con grande tristezza, addirittura con un fondo di compassione”. Scritto da lui che appunto -ripeto- lo ha votato…

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