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Quale pace per Mattarella?

Contro l’odio dilagante non basta invocare un generico quanto impotente “fermate le armi”. Il taccuino di Guiglia.

Non è senza significato che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, abbia chiuso il 2023 con un messaggio all’insegna dello stesso concetto che Papa Francesco ha riproposto nell’Angelus per incominciare il 2024: la cultura della pace.

La pace è il ponte che vacilla tra l’anno che se n’è andato, insanguinato dalla guerra scatenata da Putin contro l’Ucraina e da quella riaccesa da Hamas contro Israele, e il nuovo anno ancora privo di sbocchi per fermare i conflitti nel frattempo divampati anche a Gaza. Con altri civili innocenti, specie bambini, donne e anziani vittime “collaterali” -come si dice in gergo per minimizzare-, dell’offensiva militare israeliana a caccia dei terroristi di ispirazione islamica colpevoli della strage infame del 7 ottobre scorso.

È proprio agli innocenti di ogni nazionalità e latitudine che il Papa rivolge le sue parole e il suo pensiero per “rigettare ogni forma di sopraffazione e di violenza”, invocando la preghiera per “sostenere chiunque si fa operatore di pace in ogni giorno del nuovo anno”. Un appello accorato a “portare la pace” in tutto il mondo.

QUALE PACE

Ma quale pace? Non certo quella di un “astratto buonismo”, ha subito chiarito Mattarella nel tradizionale e nono saluto televisivo di fine anno.

Il presidente della Repubblica ha detto Hamas a Hamas e Russia alla Russia, cioè non ha certo sorvolato sui responsabili delle guerre. Né ha scelto una comoda equidistanza fra aggressori e aggrediti. “Costruire la pace”, dunque, ma partendo dalla verità dei fatti, non dai contrapposti opportunismi ideologici. Costruirla, partendo dalla “volontà dei governi, anzitutto da quelli che hanno scatenato i conflitti”. Costruirla, con la consapevolezza che la guerra non è un’orribile né temporanea parentesi nella storia dell’umanità, ma “nasce da quel che c’è nell’animo degli uomini”, ricorda Mattarella. E perciò la svolta da lui invocata è addirittura prepolitica: bisogna cambiare “la mentalità che si coltiva”.

Il realismo della pace, quindi, frutto di una politica cosciente della gravità del momento e della matura presa di coscienza dei popoli. Contro l’odio dilagante non basta invocare un generico quanto impotente “fermate le armi” (l’Ucraina è bombardata senza interruzioni da quasi due anni), o illudersi in ripensamenti di chi s’è già macchiato di crimini contro l’umanità. La strada, invece, è politica e richiede unità. “Uniti siamo forti”, ha ricordato Mattarella proprio alla fine del suo discorso. Un invito a riscoprire il valore profondo che dà rilievo all’Italia nel mondo -la sua unità-, ma anche la chiave per coltivare con atti, assieme e uniti agli alleati occidentali, una nuova “cultura della pace”.

Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova
www.federicoguiglia.com

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