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Noterelle sulla rivista “Primato” di Giuseppe Bottai (a proposito di politica e cultura)

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primato

L’1 marzo 1940 vede la luce il primo numero del quindicinale “Primato”, con la direzione congiunta di Giuseppe Bottai e Giorgio Vecchietti. Il Bloc Notes di Michele Magno

L’1 marzo 1940 vede la luce il primo numero del quindicinale “Primato”, con la direzione congiunta di Giuseppe Bottai e Giorgio Vecchietti (più tardi apprezzato giornalista della Rai, e come tale autore di una memorabile intervista a Georges Simenon). Caporedattore viene nominato Giorgio Cabella: un giovane deluso, pare di capire dal diario bottaiano, perché vorrebbe un fascismo più morale e rivoluzionario. Il periodico, con una tiratura di circa diecimila copie, si distingue subito dalla paludata stampa dell’epoca per l’agile veste grafica ed il formato insolito, ma soprattutto per la vastità dei temi affrontati negli editoriali, nelle pagine di storia curate da Carlo Morandi come in quelle dedicate alle arti figurative, che si avvalgono dei contributi — tra gli altri — di Mino Maccari, Renato Guttuso, Giorgio De Chirico.

“Primato” si afferma subito come la pubblicazione più interessante di quegli anni, perché in grado di dispiegare un inedito dinamismo culturale, che subiva certamente l’influenza del Futurismo, dal quale peraltro lo stesso Bottai proveniva, e che la rendeva differente dalla tradizione liberale dell’età giolittiana, legata al linguaggio e ai riti del mondo accademico. D’altra parte, come ha osservato Lorenzo Tronfi, nei fascicoli della rivista affiora spesso una contraddizione non risolta di Bottai: la continua tensione del suo pensiero, affascinato tanto dalle idee di Galvano Della Volpe, dal suo rivoluzionarismo e dalla sua capacità di ricercare vie nuove, quanto dalla rilettura e rivitalizzazione della cultura borghese operata da Leo Longanesi, con il quale, dopo trascorsi burrascosi, finirà per riconciliarsi (“Il ‘Primato’ di Giuseppe Bottai: cultura e politica 1940-1943”, Moderna Edizioni, 2011).

Quella che Bottai cercava di delineare era una cultura non troppo orientata, non ortodossa, non intransigente, né sempre obbligata a sottomettersi alle direttive impartite da Mussolini ai giornali affinché la stampa intera suonasse, come un’orchestra, secondo le sue indicazioni. Metafora musicale che richiama curiosamente la successiva polemica sul ruolo degli intellettuali, maturata nelle pagine de “Il Politecnico”, fra Elio Vittorini e Palmiro Togliatti, il quale vedeva gli uomini di cultura ordinatamente destinati “a suonare il piffero della rivoluzione”.

I collaboratori della rivista si sentono così più liberi di esprimere le loro idee, proprio perché protetti dall’autorevolezza e dal peso politico di Bottai, secondo Giordano Bruno Guerri — alla cui penna si deve una sua magistrale biografia — l’unico gerarca che “avrebbe voluto portare l’intelligenza nel fascismo e il fascismo alla liberalizzazione” (Feltrinelli, 1976). La qualità dei contributi è quasi sempre alta, considerando che nel sommario figurano firme prestigiose come quelle di Gianfranco Contini e Emilio Cecchi, di Giovanni Macchia e Giorgio Vigolo, di Walter Binni e Giaime Pintor. Né mancano futuri esponenti, e di primo piano, della cultura comunista come Mario Alicata e il già citato Guttuso.

Il ministro dell’Educazione nazionale all’epoca delle leggi razziali aspira a fare della sua creatura un punto d’incontro “fra alta cultura e letteratura militante. Vara, quindi, quattro grandi inchieste dedicate rispettivamente all’ermetismo, al nuovo romanticismo, all’università e all’esistenzialismo. A quest’ultima collaborano, oltre a Della Volpe, Cesare Luporini, Antonio Banfi, Nicola Abbagnano, Ugo Spirito e Enzo Paci. La sezione antologica della rivista, che raggiunge una notevole diffusione, frattanto attira, grazie al suo piglio spregiudicato, narratori del rango di Carlo Emilio Gadda, Romano Bilenchi, Vasco Pratolini, Vitaliano Brancati, Cesare Pavese, Guido Piovene, Giuseppe Dessì e tanti altri. La poesia è presente, solo per fare qualche nome, con Eugenio Montale Mario Luzi, Alfonso Gatto, Salvatore Quasimodo e Sandro Penna. “Primato” cesserà la sua breve vita nell’estate del 1943, a causa del precipitare degli eventi bellici.

Alberto Asor Rosa ha messo in evidenza la complessità dell’esperienza della rivista, a cui riconosce una notevole civiltà culturale e letteraria, fino ad affermare che, “se si fa coincidere buon gusto e cultura con antifascismo”, la lettura estesa di “Primato” potrebbe anche avere questo segno. Egli considera riuscito l’intento di Bottai, il quale, a suo avviso, voleva soprattutto dimostrare che intorno al regime si raccoglievano non solo i retori e gli analfabeti fanatici, ma anche gli intellettuali migliori. Nella partecipazione di tanti intellettuali, già comunisti o in procinto di diventarlo, oppure apertamente antifascisti, Asor Rosa non crede al loro presunto nicodemismo. E conclude che, a guerra già iniziata, “le forze di opposizione non erano ancora in grado fra gli intellettuali di dar vita neanche a un tentativo di non-collaborazione e dovevano adeguarsi, per timore del peggio, cioè dell’isolamento e del silenzio, a utilizzare anche canali equivoci come questi” (“Dall’Unità ad oggi, la cultura”, in “Storia d’Italia”, vol.IV, tomo II, Einaudi, 1975).

Per finire, due giudizi tanto più illuminanti perché contrapposti pur nella loro persuasiva affidabilità. Lo studioso marxista Valentino Gerratana, nell’introduzione a “Il sangue d’Europa” di Giaime Pintor, ha scritto: “Quando il ministro Bottai creò nel 1940 una rivista di cultura (“Primato”) allo scopo di penetrare negli ambienti più tetragoni al fascismo, specialmente tra i giovani, […] Giaime, insieme ad altri, accettò di collaborare; e su quella rivista scrisse i suoi articoli più antifascisti. Grazie a questa azione lo scopo di “Primato” fu capovolto: da strumento di penetrazione nelle file dell’opposizione per ricondurla addomesticata all’ovile fascista, divenne strumento per rincuorare la resistenza al fascismo”.

Eugenio Montale, dal canto suo, in uno dei testi raccolti nel “Secondo mestiere”, giudica così la rivista: “Il maggior tentativo fatto dall’ala sinistra del fascismo per favorire non si sa quale evoluzione o trasformazione del partito nella sua fase preagonica”.

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