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Noterelle sulla “dissimulazione onesta” di Torquato Accetto

di

dissimulazione onesta

Il Bloc Notes di Michele Magno

Nella seconda metà del XVII secolo viveva e operava a Napoli un poeta e prosatore nato a Trani nel 1590, Torquato Accetto. Il suo nome è passato ai posteri, più che per le sue rime marineggianti, per un agile trattatello intitolato “Della dissimulazione onesta”, piccola gemma del “moralismo politico” e della psicologia barocca.

Pubblicato nel 1641, questo pamphlet filosofico-politico fu riscoperto da quell’infaticabile e appassionato esploratore di vecchie carte che risponde al nome di Benedetto Croce. Come ha sottolineato lo storico Francesco Perfetti, il grande cantore di memorie napoletane lo ripropose in piena epoca fascista (1928), definendolo -sottilmente- un “saggio di psicologia prudenziale” di chi “sa di doversi muovere sulla terra, ma non dimentica il cielo”.

E, in effetti, con dotti e avvolgenti ragionamenti, Torquato Accetto suggeriva un modello di comportamento, ben funzionale al codice etico dell’uomo barocco, secondo il quale sarebbe stato non soltanto lecito, ma addirittura necessario, usando l’arte della pazienza, il dissimulare i propri pensieri e moti dell’animo per salvaguardare vita e libertà interiori da violenze e oppressioni provenienti dall’esterno (allora il Regno di Napoli era sotto il dominio spagnolo).

Come scrive Accetto: “Il dissimulare è un velo composto di tenebre oneste e di rispetti violenti, da che non si forma il falso, ma si dà qualche riposo al vero, per dimostrarlo a tempo; e come la natura ha voluto che nell’ordine dell’universo  sia il giorno e la notte, così conviene che nel giro delle opere umane sia la luce e l’ombra, dico il procedere manifesto e nascoso; il dissimulare è una professione della quale non si può fare professione se non nella scuola del proprio pensiero; quest’arte può stare tra gli amanti; tutto il bello non è che una gentile dissimulazione e la bellezza mortale non è altro che un cadavere dissimulato dal favore dell’età; si richiede prudenza in estremo quando l’uomo ha da celarsi a sé medesimo”… per pigliar una  certa ricreazione passeggiando quasi fuor di se stesso; è una moderata oblivione, che serve di riposo agli infelici; e, benché sia scarsa e pericolosa consolazione, pur non si può far di meno per respirare  in questo mondo.., e sarà come un sonno de’ pensieri stanchi, tenendo  un poco chiusi gli occhi della cognizione della propria fortuna, per meglio aprirli dopo così breve ristoro”.

La “dissimulazione onesta”, insomma, non sarebbe stata affatto ipocrisia, ma virtù del saper vivere, la quale -rimanendo “in terra dove ha tutti i suoi negozi”- servirebbe a lenire come “un velo di tenebre” gli affanni umani, a sopraffare la caducità della vita e a riaffermare quanto “sia bella la verità”.

Modello di comportamento, questo, che, caricando “la verità” di una dimensione esoterica, ha però finito per ispirare la condotta, in tanti gravi momenti della nostra storia nazionale, di persone amanti del quieto vivere e di non pochi intellettuali pavidi e amanti del quieto vivere, soprattutto preoccupati di salvaguardare il proprio status e le proprie rendite di posizione.

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