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Noterelle sulla Commissione Segre e sull’odio

Segre

La commissione parlamentare Segre si propone di combattere — insieme alla lotta contro ogni forma di intolleranza, razzismo e antisemitismo — cyberbullismo, molestie, antislamismo e perfino l’istigazione all’odio. Ma cos’è l’odio? Il Bloc Notes di Michele Magno

 

Come ha scritto Salvatore Merlo in uno splendido articolo sul Foglio, è incredibile che nessuno dei leader della destra abbia saputo spiegare — se non ricorrendo a improbabili principi di libertà o alla surreale difesa della patria e della famiglia — le buone ragioni, che pure esistono, che fanno dubitare dell’efficacia di una Commissione parlamentare che si propone di combattere — insieme alla lotta contro ogni forma di intolleranza, razzismo e antisemitismo — cyberbullismo, molestie, antislamismo e perfino l’istigazione all’odio (solo Silvio Berlusconi e, in parte, Giorgia Meloni hanno fatto tardivamente ammenda per i mancati applausi a Liliana Segre, testimone e monito vivente a una tragedia dell’umanità).

Si tratta infatti di temi giganteschi quanto densi di significati vaghi, in qualche caso dai risvolti perfino filosofici. Come quello dell’odio. Ora è vero, basta stare sui social network per avere uno spaccato significativo dello stato d’animo degli italiani. Non di tutti gli italiani, naturalmente, ma di una minoranza che ormai si avvicina alla maggioranza. Parlo del sentimento dell’odio. Si odiano gli avversari politici, le donne, i gay, gli immigrati, i neri, gli ebrei, i musulmani, i meridionali, e l’elenco potrebbe continuare.

Ma cos’è l’odio, e qual è il suo senso? Per Aristotele chi odia desidera semplicemente che l’oggetto del suo odio cessi di esistere. Per la tradizione giudaico-cristiana l’odio riflette una condizione di inimicizia tra gli uomini o tra l’uomo e Dio. Per Freud è una forza distruttiva che tende verso la privazione e la morte. Per il filosofo tedesco Max Scheler l’odio può essere anche fonte di gioia, provocata dall’esperienza dell’infelicità del suo oggetto. Sulla stessa scia fenomenologica si pone Jean Paul Sartre, secondo cui l’odio tende a realizzare una libertà senza limiti, ovvero un mondo in cui l’altro non esiste. Il cerchio così si chiude: l’odio è nuovamente definito sulla base del suo virtuale potere di annientamento, come aveva già fatto Aristotele nella “Retorica”.

Nel 1932, ben prima quindi dello scoppio del secondo conflitto mondiale e della pianificazione della Shoah, Albert Einstein, sollecitato dall’Istituto internazionale di cooperazione intellettuale di Parigi, scrive a Sigmund Freud una lettera nella quale venivano posti alcuni interrogativi sulla possibilità di “liberare gli uomini dalla fatalità della guerra” e di “dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che essi diventino capaci di resistere alla psicosi dell’odio e della distruzione”.

Einstein si chiede non solo che cosa sta alla radice di ogni atto distruttivo, ma abbozza una particolare risposta: “L’uomo ha dentro di sé il piacere di odiare e di distruggere. In tempi normali la sua passione rimane latente, emerge solo in circostanze eccezionali; ma è abbastanza facile attizzarla e portarla alle altezze di una psicosi collettiva. Qui, forse, è il nocciolo del complesso di fattori che cerchiamo di districare: un enigma che può essere risolto solo da chi è esperto nella conoscenza degli istinti umani”.

Cosa si può ricavare da questa breve rassegna di alcune posizioni filosofiche sull’odio? Si può ricavare che, se l’odio è intrinsecamente malvagio, è un sentimento che bisogna a sua volta odiare. E che, quindi, c’è solo un odio buono: l’odio per l’odio (sociale, razziale, nei rapporti fra i generi).

Un grande leader africano, Nelson Mandela, con l’etica dell’odio per l’odio ha pacificato una nazione e fondato un nuovo Stato, e ci ha spiegato con argomentazioni razionali la potenza terapeutica di quell’etica per i mali del nostro tempo. Purtroppo, pur di raccattare qualche manciata di voti in più, gli arruffapopoli che abbondano nel nostro Paese se ne fottono allegramente (chiedo venia per l’espressione poco elegante).

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