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Noterelle sul dilemma di Antigone

di

Antigone

Sul rientro di Silvia Romano, il nostro premier dovrebbe spiegare come è riuscito a recitare le due parti (questa volta) in commedia: quella di Antigone (etica dell’intenzione) e quella di Creonte (etica della responsabilità). Il Bloc Notes di Michele Magno

 

Sulla vicenda di Silvia Romano non ho nulla da aggiungere a quanto ha scritto il direttore di Analisi Difesa Gianandrea Gaiani (11 maggio). Le polemiche sulla sua liberazione hanno poco senso, anche se la campagna di odio contro la giovane cooperante che si è scatenata sui social è il sintomo di un Paese sull’orlo di una inquietante crisi di nervi. I riscatti sono sempre stati pagati. Li hanno pagati anche gli Usa e la Gran Bretagna, alfieri della regola secondo cui con i terroristi non si scende mai a patti.

Anche i dubbi sulla sua conversione all’islam, dopo diciotto mesi di reclusione nei covi di feroci tagliagole, lasciano il tempo che trovano. Nessuno può ergersi a giudice di una scelta maturata in condizioni ambientali estreme e nel corso di un’esperienza certamente traumatica. Più consistenti, invece, sono le critiche mosse al comportamento sconsiderato di Palazzo Chigi e della Farnesina, che hanno trasformato il suo rientro in patria, frutto — va detto — dell’eccellente lavoro della nostra intelligence estera, in un formidabile spot propagandistico per al-Shabab e per tutto l’estremismo jihadista. Una eterogenesi dei fini ascrivibile soltanto all’imperizia di governanti maldestri, preoccupati esclusivamente di lucrare scampoli di consenso a buon mercato.

La verità è che quello di Silvia Romano non è il primo né sarà l’ultimo caso a riproporre un dilemma antico due millenni e mezzo. Quello del conflitto tra il dovere di salvare a qualunque costo una vita umana e le ragioni della “salus rei publicae”, che sconsigliano di negoziare col nemico per non legittimarlo e rafforzarlo. Conflitto che ha segnato una delle pagine più drammatiche della storia repubblicana, il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro. Conflitto immortalato in un capolavoro della letteratura di tutti i tempi, la tragedia di Sofocle Antigone. Per chi non ne avesse memoria, la riassumo brevemente.

Edipo, dopo aver ucciso il padre Laio ed essersi insediato sul trono di Tebe, ne sposa la vedova (sua madre Giocasta) da cui ha quattro figli, due femmine (Antigone e Ismene) e due maschi (Eteocle e Polinice). Dopo la morte di Edipo, scoppia a Tebe una guerra civile per la sua successione. Eteocle e Polinice sono schierati su fronti avversi e muoiono l’uno per mano dell’altro alle porte della città. Se però Eteocle cade per difendere la patria, Polinice, che si era alleato con l’esercito di Argo contro Tebe, viene esecrato come il traditore che ha combattuto per distruggerla. Perciò, terminata la guerra civile, dopo la loro morte il nuovo re Creonte, fratello di Giocasta e zio materno di Antigone e dei due fratelli defunti, ordina che Eteocle sia seppellito con tutti gli onori e che il cadavere di Polinice, invece, sia lasciato insepolto fuori le mura di Tebe. E per i trasgressori del divieto stabilisce la pena capitale.

Questo, a grandi linee, l’antefatto dell’opera sofoclea rappresentata per la prima volta intorno al 442 a.C. Fin dalla sua entrata in scena, nel corso d’un concitato dialogo con la sorella Ismene, Antigone si mostra irremovibile. Ha già preso una decisione irrevocabile: disobbedirà agli ordini di Creonte e darà sepoltura a Polinice. Ismene, spaventata, le ricorda la morte violenta di tutti i loro familiari e la invita a desistere dal suo folle proposito: “E ora noi, che siamo rimaste sole, considera la fine miserabile che faremo se violando la legge trasgrediremo l’autorità e i decreti dei capi. No, dobbiamo ricordarci che siamo due donne, incapaci di tener testa a degli uomini; e poi, che siamo governati dai più forti e quindi è nostro dovere obbedire a questi ordini, e ad altri ancora più ingrati”.

Antigone non tenta di far cambiare opinione alla sorella, ma si limita a ribadire con fermezza la propria decisione; e quando Ismene, terrorizzata dalla possibile piega degli eventi, la invita a non rivelare a nessuno il suo piano, le risponde con orgogliosa determinazione: “No, gridalo alto: tanto più mi sarai odiosa col tuo silenzio, se non lo proclamerai davanti a tutti”. Antigone non vuole in alcun modo occultare il suo gesto, di cui non solo non si vergogna, ma addirittura va orgogliosa. Tantomeno intende agire di nascosto per non turbare l’ordine costituito. Le parole di Antigone, quindi, non mirano a persuadere chi l’ascolta né tantomeno a suscitarne l’approvazione. Per lei, infatti, conta unicamente che il corpo dell’amato fratello, qualunque siano le sue colpe, venga sepolto. Un imperativo morale che discende dalla “pietas”, dal rispetto di un inderogabile dovere nei confronti del fratello.

Anche Creonte appare saldamente ancorato ai suoi principi, che gli impongono di salvaguardare innanzitutto la coesione della polis. Ma, diversamente da Antigone, cerca di convincere i suoi interlocutori. E già nel suo primo discorso all’assemblea degli anziani illustra i motivi del suo editto: vietando di seppellire i cadaveri di coloro che avevano voltato le spalle alla patria, intendeva tutelare i cittadini leali punendo esemplarmente i traditori. Più specificamente, Creonte giustifica la sua severità adducendo tre argomenti fondamentali: il reggitore della polis deve essere giusto e non deve temere le decisioni estreme prese per la sua prosperità; inoltre, non deve mai cedere alle tentazioni della “philia” (amicizia) favorendo amici o parenti, giacché la cosa pubblica deve stare al di sopra degli interessi familiari o dei legami personali; infine, non deve consentire che il cittadino virtuoso sia ricompensato allo stesso modo del malvagio.

Il pubblico ateniese del V secolo a. C. doveva considerare legittimi i principi ai quali il re dichiara di ispirare le sue azioni. Non fortuitamente, infatti, il Coro — espressione di quella che oggi chiameremmo l’opinione pubblica — gli riconosce esplicitamente “il potere di adottare qualsiasi misura, sia verso i vivi sia verso i morti”. Ovviamente Creonte ne è ben consapevole, e tuttavia  per  spiegare le sue decisioni si appella anche al principio di autorità: “Se lascerò crescere l’insubordinazione nel seno stesso della mia famiglia, cosa dovrò tollerare dagli estranei? Chi è saggio verso i propri familiari si mostrerà giusto anche verso i cittadini; ma chi trasgredisce e viola le leggi, o presume di dare ordini ai capi, non avrà mai il mio consenso. No, a chiunque la città abbia affidato il potere, a costui si deve obbedienza nelle cose piccole e grandi, giuste o non giuste. […] Non c’è male più grave dell’anarchia, che rovina le città, turba le famiglie, spezza i ranghi e provoca la fuga nel corso della battaglia”.

Proviamo a tirare qualche conclusione. Antigone può essere vista come il simbolo del coraggio e della purezza d’animo di un’eroina intransigente, che lotta contro l’arroganza e le ingiustizie di un crudele tiranno. Ma anche Creonte, però, può essere visto come il simbolo del buon politico che vuole impedire la disgregazione dello stato facendo rispettare le leggi. Il suo motto, insomma, non può essere “fiat iustitia, pereat mundus”. La grandezza di Sofocle sta nel mostrare le buone e le cattive ragioni di ambedue i protagonisti, lasciando al libero arbitrio dello spettatore se propendere per l’uno o per l’altro.

Sia Creonte sia Antigone sono convinti di avere ragione, e lo stesso Sofocle costruisce il testo attorno alla tragica inconciliabilità di due punti di vista entrambi plausibili. Finché, delle due intransigenze, quella di Creonte non risulta insostenibile: glielo dice la città (il Coro), lo ribadisce suo figlio, ma il sovrano cede solo davanti al vaticinio dell’indovino Tiresia, che gli rimprovera di essersi sostituito agli dei come giudice ultimo del bene e del male, andando incontro per questo a  una sorte funesta. Antigone, in altri termini, che è la vestale di leggi naturali e divine ultraterrene, immutabili e incontrovertibili, che fungono da eterno monito ai limiti dell’agire umano.

Torniamo a noi. Il ritorno a casa di Silvia Romano merita la gioia di tutti gli italiani, e non solo dei suoi cari. Ma avrebbe meritato anche più trasparenza da parte di chi lo ha organizzato per strappare un abbraccio in diretta davanti alle telecamere. Con la stessa clamorosa pubblicità, allora, avrebbe dovuto rivelare il prezzo (e non mi riferisco soltanto alla somma versata per il riscatto) chiesto e ottenuto dai rapitori per il rilascio. Poiché rivelarlo, con ogni evidenza, non è possibile senza esporre il Paese a gravi rischi sul piano politico, diplomatico e della sicurezza nazionale, il nostro premier forse farebbe meglio in futuro almeno a spiegare come è riuscito a recitare le due parti (questa volta) in commedia: quella di Antigone (etica dell’intenzione) e quella di Creonte (etica della responsabilità). Il dibattito pubblico domestico forse diventerebbe più serio e più maturo.

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