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Flaiano

Nostalgia di Ennio Flaiano

Il Bloc Notes di Michele Magno

Sono tanti i costumi degli italiani che nei suoi elzeviri Ennio Flaiano ha saputo descrivere e anticipare con malinconico disincanto, nella sempiterna consapevolezza che nel nostro paese “la situazione politica è grave ma non è seria”. In uno dei più corrosivi, scriveva:  “Volere è potere: la divisa di questo secolo. Troppa gente che ‘vuole’, piena soltanto di volontà (non la ‘buona volontà’ kantiana, ma la volontà di ambizione); troppi incapaci che debbono affermarsi e ci riescono, senz’altre attitudini che una dura e opaca volontà. E dove la dirigono? Nei campi dell’arte molto spesso, che sono oggi i più vasti e ambigui, un West dove ognuno si fa la sua legge e la impone agli sceriffi. Qui, la loro sfrenata volontà può esser scambiata per talento, per ingegno, comunque per intelligenza. Così, questi disperati senza qualità di cuore e di mente, vivono nell’ebbrezza di arrivare, di esibirsi, imparano qualcosa di facile, rifanno magari il verso di qualche loro maestro elettivo, che li disprezza. Amministrano poi con avarizia le loro povere forze, seguono le mode, tenendosi al corrente, sempre spaventati di sbagliare, pronti alle fatiche dell’adulazione, impassibili davanti ad ogni rifiuto, feroci nella vittoria, supplichevoli nella sconfitta. Finché la Fama si decide ad andare a letto con loro per stanchezza, una sola volta: tanto per levarseli dai piedi” (Taccuino 1951, in “Diario notturno”).

Più di settant’anni fa era un ritratto, sconsolato e severo, della società letteraria della sua epoca. Oggi potrebbe benissimo essere quello, fedele e crudo, della “nouvelle vague” dei politici che amano esibirsi festosamente dai balconi dei palazzi romani del potere.

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Gli studiosi del bonapartismo (o cesarismo) -da Tocqueville a Weber a Franz Neumann- concordano sul fatto che esso è sorto e si è sviluppato in un contesto democratico (mentre “l’enigma del consenso” al Partito nazionalsocialista dei lavoratori nelle elezioni del 1933, per riprendere la formula del biografo di Hitler Ian Kershaw, resta tuttora una questione più complessa, nonostante i fiumi d’inchiostro versati per analizzarla). Si può sviluppare anche nel contesto democratico americano? In un contesto, cioè, il cui l’occupazione del Campidoglio del 6 gennaio 2021, un vero e proprio tentato golpe, sembra non aver scalfito minimamente gli elettori di Donald Trump, il quale oggi prosegue la sua corsa vittoriosa verso la Casa Bianca con la sostanziale copertura persino della Corte Suprema? Il rischio c’è.

Spero che non se rallegrino quegli intellettuali di sinistra i quali hanno letto l’assalto di un manipolo di fascionazisti al Congresso come l’espressione del risentimento popolare contro una democrazia fragile, che fabbrica disuguaglianze e ingiustizia sociale. Niente di nuovo sotto il sole. Ventitrè anni fa, altri autorevoli intellettuali di sinistra si domandarono se l’attacco terroristico alle Torri Gemelle non fosse la conseguenza dell’aumento della povertà su scala planetaria. Nessuna meraviglia, dunque. Del resto, da noi ci sono sempre stati intellettuali talmente di sinistra per i quali la sinistra che c’è non è mai la “loro” sinistra.

Hanno speso una vita a demolire il craxismo, il berlusconismo, il prodismo, il renzismo, il draghismo. Hanno firmato libelli trasudanti indignazione per l’eterna vocazione autoritaria, compromissoria, subalterna, trasformistica, premoderna, delle italiche classi dirigenti. La domenica predicano nuovi modelli di sviluppo alternativi a un capitalismo cieco e disumano. Nei giorni feriali spiegano che tra democrazia e mercato esiste una contraddizione insanabile. Nelle ore notturne sognano le grandi utopie: dalla liberazione dal lavoro alla kantiana pace perpetua. Poco prima della sua morte, Eric Hobsbawm descriveva con una punta di nostalgia il declino di una delle figure centrali del Novecento, fosse al servizio delle élite dominanti, organico a un partito, un cane sciolto. Ma l’intellettuale è sempre stata una bestia strana. Secondo Luciano Bianciardi, insofferente a ogni establishment culturale, il suo mestiere era indefinibile. Può darsi, ma sicuramente non dovrebbe essere quello dell’acrobata delle idee nel circo equestre nazionale.

 

 

 

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