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Ecco come la Cina sta combattendo il Coronavirus

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La strategia della Cina nella lotta al Coronavirus non è stata improntata solo a divieti. Sono state istituite strutture per la quarantena e fatti test a tappeto. L’analisi di Giorgio Parisi,  fisico, da settembre 2018 presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei

Più passa il tempo, più si rimane colpiti dalla quasi incredibile capacità che la Cina ha avuto nel reagire con successo contro l’epidemia. Col senno di poi il motivo è chiaro: la Cina aveva debellato con successo la Sars e i cinesi avevano ben imparato la lezione: quando il potere centrale si è reso conto della situazione, ha agito con la prontezza di chi aveva i programmi pronti.

Anche loro hanno commesso i loro errori. Nei primi dieci giorni di gennaio il Governo locale ha tentato di insabbiare tutto, nella seconda decade di gennaio si è passati alla fase di minimizzazione (un poco come da noi con #èpocopiùdiunabanaleinfluenza).

Il 20 gennaio la situazione cambia: la Commissione Sanitaria Nazionale esprime per la prima volta la certezza che la trasmissione avveniva tra uomo a uomo, il numero delle persone in quarantena passa da cento a mille. Contemporaneamente la posizione ufficiale diventa molto chiara: “Chiunque nasconderà nuovi casi sarà inchiodato per l’eternità alla colonna della vergogna”. Il 22 sera, quando i morti arrivano a 17, viene decisa la chiusura di Wuhan e altre città, coinvolgendo 50 milioni di persone.

La macchina organizzativa cinese parte alla grande, anche se con enormi difficoltà logistiche. I pochi che come me leggevano il raccomandabilissimo sito di informazione ufficiale cinese, https://ncov.dxy.cn/ncovh5/view/pneumonia (scritto in cinese ma usando google translate per la traduzione) ricorderanno il dramma delle mascherine mancanti, le fabbriche riconvertite d’urgenza alla produzione di mascherine, la carenza dei kit per fare test, il sistema ospedaliero al collasso, le file di ore di più di mille persone per fare i tamponi. Sul piano strettamente pratico erano impreparati, ma avevano il vantaggio di sapere cosa dovevano fare e l’hanno fatto con decisione e con un successo insperato.

Prendere l’esempio dalle misure di contenimento cinesi sembra essere la strada maestra: è quello che si è fatto prima in Italia e poi nel mondo. Purtroppo, non solo i provvedimenti sono stati presi in ritardo, ma ci siamo limitati a quelli più appariscenti: i divieti. Infatti il Governo cinese non solo ha proibito tante attività, ma ha anche fatto un enorme sforzo in positivo.

Tutti coloro che lavorano nelle strutture sanitarie stanno facendo sforzi eroici in situazioni estremamente rischiose e difficili con risultati incredibili, come l’aumento vertiginoso della sale di rianimazione; a loro va tutta la nostra profonda ed eterna gratitudine. Ma al di fuori degli ospedali l’attenzione dei media e dei politici è concentrata sui divieti: tutti divieti giusti, non fraintendiamo, ma non basta. Bisogna mettere in campo azioni positive appropriate e su questo stiamo andando a rilento.

Cosa sappiamo delle misure di contenimento cinesi al di là delle varie proibizioni? Ben poco: l’ospedale costruito in dieci giorni, ma la lista finisce lì. Questa lacuna viene fortunatamente colmata da un bellissimo articolo su Scienza in Rete di Michele di Mascio, in cui si presenta il resoconto di una conferenza fatta ad Harvard dall’epidemiologa Li Xiong dove si analizzano i provvedimenti positivi che il Governo cinese aveva messo in campo per bloccare l’epidemia: c’è anche il link alla conferenza interessantissima e le slide. Le azioni positive intraprese in maniera coordinata sono tante e secondo la professoressa sono state fondamentali per il contenimento. Riassumiamo le più significative.

LA QUARANTENA CENTRALIZZATA

Ieri, il 22 marzo, il presidente del Consiglio Superiore della Sanità Franco Locatelli, durante la conferenza stampa delle 18 ha lungamente esortato a fare ogni sforzo per ridurre i contagi nelle famiglie attenendosi nella maniera la più scrupolosa possibile alle disposizioni ufficiali. La raccomandazione è giustissima: il posto più pericoloso per prendersi la malattia è la propria casa. In Cina il 77% delle persone sono state infettate da conviventi. Tenere le persone in quarantena con le proprie famiglie è rischioso: la quarantena serve per ridurre al minimo i contatti, ma sfortunatamente non è facile gestire una quarantena rigorosa nella propria casa.

A Wuhan, ben consapevoli di queste difficoltà, dal 1 febbraio, quindi solo otto giorni dopo la chiusura, hanno incominciato a istituire strutture di quarantena centralizzate, utilizzando alberghi e dormitori per studenti. Le persone sospette, ovvero tutte quelle che avevano sintomi riconducibili alla malattia, e i loro familiari venivano spostati in strutture centralizzate. Ovviamente non dovevano uscire dalle loro stanze singole e gli veniva portato da mangiare, prendendo tutte le precauzioni per evitare il propagarsi dell’infezione. Se poi qualcuno risultava positivo al virus, veniva spostato in strutture provvisorie (ricavate a volte negli stadi) dove veniva curato per poi essere trasportato negli ospedali regolari solo se si aggravava.

Inoltre il personale sanitario, a rischio di malattia, non alloggiava nelle proprie case, ma dormiva in strutture simili a quelle usate per la quarantena.

Sempre citando Li Xiong, sono stati immensi i vantaggi forniti da un sistema di quarantena centralizzato rispetto alla quarantena domiciliare:

• I pazienti infetti, i casi sospetti, i loro contatti avevano un minore probabilità di infettare le altre persone della famiglia, riducendo la trasmissione del virus.

• I pazienti potevano ricevere subito le prime cure da personale esperto riducendo in tal modo la severità della malattia fin dallo stadio iniziale e diminuendo il peso sugli ospedali tradizionali che erano oberati di lavoro.

L’IDENTIFICAZIONE DEI MALATI

Nella strategia cinese ha anche giocato un ruolo fondamentale identificare tutti i potenziali ammalati e sottoporli a un test per scoprire la presenza del virus: anche lì i tamponi scarseggiavano ed erano state stabilite delle priorità:

• Prima priorità: casi sospetti, ovvero con i sintomi riconducibili alla malattia.

• Seconda priorità: contatti stretti degli ammalati.

• Terza priorità: resto della popolazione, a cui però i test erano fatti molto raramente.

Inoltre, sempre a Wuhan, dal 17 al 19 febbraio, durante la fase calante della malattia, è stata fatta una visita a domicilio a tutti i dieci milioni di abitanti di Wuhan, ed è stato fatto il tampone a tutte le persone che avevano febbre o tosse.

Nella sola Wuhan, ancora, diecimila persone erano erano state mobilitate per rintracciare tutti i possibili contatti stretti degli ammalati e prendere gli opportuni provvedimenti.

CHE SI FA IN ITALIA?

Sfortunatamente siamo ben lontani dal solo pensare di prendere iniziative di questa ampiezza per andare nella direzione della quarantena centralizzata. Ci sono iniziative sporadiche: ieri è stato requisito un albergo per 300 persone in Lombardia, ma non sono questi i numeri necessari. Se non s’interviene con progettualità e decisione rischiamo di non riuscire a spezzare il contagio più insidioso, quello casalingo. Dobbiamo essere in grado di fornire a tutti la scelta di poter fare la quarantena in strutture dove ci si può mettere in quarantena senza il pericolo di infettare altri, specialmente i propri cari.

Bisogna fare un piano, mettere su la struttura organizzativa. Le risorse si trovano. Siamo circondati da una miriade di alberghi vuoti, dove potrebbero essere messe le persone in quarantena e il personale necessario non manca di certo. Tuttavia sarà fondamentale rispettare in maniera ossessiva le necessarie cautele sanitarie per evitare che queste strutture possano trasformarsi in luoghi di propagazione del contagio: un rigoroso controllo sanitario è assolutamente indispensabile.

Sono misure imponenti, anche di impatto positivo sull’economia, ed è fondamentale incominciare il più velocemente possibile. In Cina ci sono state duecentomila persone contemporaneamente in quarantena. Usando gli stessi criteri in Italia dovremmo mettere mezzo milione di persone in quarantena.

Lo sforzo organizzativo è spaventoso, capisco che qualcuno possa spaventarsi all’idea di tenere nelle strutture alberghiere italiane una simile folla, passandole vitto e alloggio, tuttavia penso che sia meglio fare di tutto per poterne metterne il maggior numero in una quarantena centralizzata, piuttosto che prolungare la durata dell’epidemia. Più misure efficaci verranno prese, più velocemente usciremo da questo incubo e riusciremo a eliminare il contagio dall’Italia.

(Estratto di un articolo pubblicato su Huffington Post, qui la versione integrale)

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