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Eni e Noc, ecco le conseguenze dello stop al petrolio in Libia

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Onu Libia Italia

Noc, Eni e Libia: tutte le ultime novità e i numeri aggiornati sullo stop alla produzione di petrolio

Chiamasi petrolio, leggasi anche denaro. Denaro che viene a mancare in Libia: il greggio, infatti, è l’arma con cui il generale Khalifa Haftar ha deciso di provare a soffocare il governo di accordo nazionale di Fayez al Serraj, riconosciuto a livello internazionale. Lo stop alle esportazioni di petrolio imposto da Haftar, dunque, continua provocando una forte riduzione della produzioni e ingenti perdite di denaro: solo a gennaio la Noc, la Compagnia petrolifera nazionale, ha perso 745 milioni di dollari.

E proprio la Noc prova a trovare una soluzione, con gli Stati Uniti. Ma la questione non è di facile soluzione.

COSA E’ ACCADUTO

Partiamo dai fatti. Il 18 gennaio, mentre a Berlino si parlava della pace in Libia, una milizia vicina ad Haftar ha bloccato l’oleodotto che trasporta il greggio dal giacimento alla raffineria di Zawiya, sulla costa del Mediterraneo, e la valvola di arrivo dell’oleodotto che rifornisce la raffineria di Melliath, gestita dalla “MOG”, Mellitah Oil & Gas, la società in joint venture fra Noc (compagnia petrolifera nazionale della Libia) e l’italiana Eni (qui l’approfondimento sulle attività della società in Libia).

Ancora oggi sono ferme tutte le esportazioni di petrolio dai porti di Brega, Ras Lanuf, Hariga, Zueitina e Sidra.

BOMBARDATO IL PORTO DI TRIPOLI

La ripresa delle normali attività, per ora, sembra essere lontana. Il 18 febbraio la forze di Haftar hanno bombardato il porto marittimo di Tripoli con dozzine colpi di mortaio, colpendo le strutture del porto, le installazioni e impedendo l’ormeggio delle navi.

La petroliera Anwar Libia è stata autorizzata a rientrare nel porto di Tripoli il giorno dopo, dopo la sua partenza d’emergenza, decisa ai primi colpi di mortaio.

PRODUZIONE RIDOTTA

La nuova escalation del conflitto tra Cirenaica e Tripolitania ha portato ad uno stop delle attività legate al greggio. “La National Oil Corporation (NOC) conferma un calo della produzione a seguito del blocco di porti e condutture. L’attuale livello di produzione è di 122.424 barili al giorno (erano oltre un milione), a partire da giovedì 20 febbraio 2020”, denuncia la Noc.

LE PERDITE ECONOMICHE

Ingenti le perdite economiche. Nel solo mese di gennaio la Noc ha perso 745 milioni di dollari e al 20 gennaio le perdite si attestano a circa 1,85 miliardi di dollari, secondo i dati forniti dalla stessa compagnia petrolifera.

Si tratta, fa notare MF-Milano Finanza, di perdite importanti se soprattutto confrontate con i vecchi risultati: la Noc nel mese dicembre 2019 ha registrato ricavi pari a 2,2 miliardi di dollari.

ECONOMIA IN GINOCCHIO?

Lo stop alle esportazioni, dunque, significa mettere in ginocchio un’economia che si basa sui proventi del petrolio (royalty comprese) e della Noc.

LE DINAMICHE INTERNE

Le riduzione delle esportazioni non cambia le dinamiche interne: la Noc “continua a fornire idrocarburi alle regioni centrali e orientali in quantità sufficienti per soddisfare le esigenze di trasporto e domestiche dei cittadini”, spiga la compagnia, che condanna “la vendita di carburante a oltre dieci volte il prezzo normale da parte delle società di distribuzione nelle regioni meridionali”.

ALLA RICERCA DI UNA SOLUZIONE

Intanto Noc prova a cercare una soluzione, con l’aiuto a stelle e strisce, per un immediato cessate il fuoco e un ripristino delle attività. Nei giorni scorsi il presidente del colosso petrolifero libico (Noc), Mustafa Sanallah si è recato a Washington per i contrare i rappresentati della segreteria di Stato per gli Affari internazionali, l’Energia e la Sicurezza.

E sempre Sanallah, come riporta MF Milano Finanza, avrebbe incontrato dopo l’attacco a Tripoli l’ambasciatore Usa a Tripoli, sottolineando “l’urgente bisogno della leadership statunitense per porre fine alla crisi, non soltanto per prevenire uno shock finanziario, ma soprattutto per prevenire danni ancora maggiori alle infrastrutture nazionali”, dal momento che il petrolio che stagna nelle tubature potrebbe favorire delle rotture.

LA MISSIONE UE PER LA PACE

Anche l’Ue, in realtà, si muove in nome della pace a Tripoli. Il Consiglio dell’Unione Europea, l’organo che riunisce i rappresentanti dei governi degli stati membri, ha deciso di avviare una nuova missione militare navale in Libia per sostituire l’Operazione Sophia, con l’obiettivo di garantire l’embargo di armi (qui i dettagli).

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