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(Neo)umanismo vs transumanismo. Ricominciamo a pensare il nostro futuro

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Oggi si fronteggiano due idee sul futuro dell’uomo: quella transumanistica e quella neoumanistica. La seconda è più aderente alla vita ed è perciò in sintonia con la visione cristiano-liberale della vita. “Ocone’s corner”, la rubrica settimanale di Corrado Ocone, filosofo e saggista.

Lunedì e martedì scorsi la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali ha ospitato in Vaticano un interessante simposio internazionale intitolato: Dignity and the Future of the Work in the Age of the Fourth Revolution. Fra gli autorevoli relatori c’erano l’economista americano Jeffrey Sachs e il filosofo cattolico Rocco Buttiglione. Ovviamente il dibattito ha affrontato l’argomento da molte e anche molto diverse angolature, toccando anche i temi della sostenibilità, dei rapporti fra etica ed economia, del neoliberalismo e delle teorie della giustizia.

Prendendo spunto da una suggestione presente nella relazione dell’economista Stefano Zamagni, che da qualche mese è presidente dell’accademia, si può dire che oggi si fronteggiano due prospettive o idee sul futuro dell’uomo, ovviamente con diverse sfumature e posizioni al proprio interno: quella transumanistica e quella neoumanistica. A mio avviso, la prima può essere vista come una sorta di radicalizzazione del progetto illuministico; mentre la seconda ne mette sostanzialmente in crisi, almeno secondo la mia visione, la sostanza teoretica o speculativa.

La prima si fonda cioè su una idea progressista e perfezionistica dell’essere umano (un altro relatore ha parlato di “uomo aumentato” che è il corrispettivo dialettico della “realtà aumentata”), che perciò, in cerca di un suo potenziamento, può tendersi come una corda anche oltre se stesso (l’“oltreuomo” nietzschiano); la seconda è invece più aderente alla vita ed è perciò in sintonia con la visione cristiano-liberale della vita (il liberalismo è per sua natura antiperfezionista e il cristianesimo ha teorizzato il “peccato originale” che ci accompagna e che coincide con la nostra finitezza).

Questioni come l’Intelligenza artificiale (AI), la clonazione, le tecniche di human reengineering o human design, saranno sempre più realtà, ed esse reclamano prima di tutto di essere pensate. Avendo anche la forza di “ritornare indietro”, ovviamente in modo creativo e non re-azionario. Non è un caso che gli”umanismi” che si sono sviluppati nel secolo scorso si siano riferiti spesso a una prospettiva ontologico-metafisica di tipo aristotelica (Hans Jonas, Jacques Maritain, Alasdair MacIntyre). E non è forse nemmmeno un caso che il “neoumanismo” così concepito resti in un rapporto ambiguo con l’umanesimo storico, con quell’epoca che ci ha visto, a noi italiani, protagonisti del dibattito culturale e della scienza europea. Da una parte, l’umanesismo viene visto in forte connessione con la modernità, quasi come una sua anticipazione, secondo la lettura classica; dall’altra, se ne mettono in evidenza gli elementi di contraddizione e inconciliabilità che avrebbero potuto svilupparsi in una diversa modernità (su questa linea di “umanesimo tragico” è ad esempio Massimo Cacciari nel suo ultimo libro: La mente inquieta. Saggi sull’Umanesimo, Einaudi). Quel periodo era, come il nostro, un periodo di crisi e transizione. E, allora come oggi, molte faglie e conflitti attraversavano il nostro Paese.

Oggi però sembra ci sia una completa latitanza del pensiero teoretico, forse non solo qui da noi, e l’Italia non gioca più un ruolo di leader a livello internazionale. Da qui sarebbe opportuno forse ricominciare, se solo ne avessimo la forza o la capacità.

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