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Minsk, Lukashenko e il palcoscenico di cartapesta

di

Lukashenko

La Minsk di Stalin e Lukashenko, lo scenario fittizio di una città del sole dietro la quale si nasconde la miseria del socialismo reale. A spasso con lo scrittore Artur Klinau nel viale centrale della capitale bielorussa in un reportage pubblicato nel 2018 dal mensile “O Magazine” per capire le tensioni di questi giorni

Il futuro non abita qui, anzi è quasi un miracolo che dentro questi appartamenti ci abiti qualcuno. I muri esterni sono anneriti dallo smog, l’intonaco è scrostato, macchie di umido verdastre colano attorno alle grondaie, fili elettrici corrono esternamente lungo le pareti disegnando pericolose ragnatele. Tre signore infagottate in pesanti cappotti di lana entrano nel palazzo passando attraverso una robusta porta di ferro, simile a quelle dei forzieri delle banche. Comincia a imbrunire ma nessuna finestra è illuminata, l’unico bagliore, fioco, giunge dai vetri che punteggiano la tromba delle scale. Eppure, fino a un secondo prima, la maestosità del prospetto degli stessi palazzi sul lato del viale principale lasciava immaginare vite lussuose e privilegiate: finché, infilatici in un varco tra gli edifici, abbiamo abbandonato lo scenario artificiale della facciata ufficiale e ci siamo intrufolati per sbirciare cosa si nascondesse dietro le quinte.

Siamo a Minsk, sul Praspyekt Nyezalyezhnastsi, il Viale dell’Indipendenza, l’interminabile asse che taglia il centro della capitale bielorussa, otto chilometri di architettura realsocialista attraverso i luoghi della rappresentanza e del potere di quella che la stampa chiamava fino a poco tempo fa l’ultima dittatura d’Europa. Ora il termine si è inflazionato, e mescolato al populismo c’è chi lo utilizza per descrivere confusamente i tanti regimi in fuga dalle democrazie rappresentative classiche. Il Praspyekt è il viale che disegna la scenografia monumentale e solenne della città del sole, rappresentando plasticamente le magnifiche sorti e progressive dell’utopia comunista. Il cui tempo, qui, sembra non essere ancora scaduto.

“Ci sono diversi viali come questo in varie città est-europee, un’eredità dell’Unione Sovietica: a Berlino Est, a Varsavia, Kiev, San Pietroburgo e naturalmente a Mosca. Ma in nessun luogo la sua realizzazione è riuscita in maniera così perfetta come a Minsk”. A parlare è lo scrittore Artur Klinau, il nostro Virgilio nel cammino alla scoperta della città del sole. Un tuffo nel passato, più che un viaggio nel futuro, ma è un passato che qui resiste, ha sempre resistito anche quando nel resto dell’Europa centro-orientale si dispiegavano le vicende della transizione dal comunismo al capitalismo, dal totalitarismo alla democrazia liberale. È anche un passato che oggi suscita una strana suggestione, in un continente che pare aver consumato l’euforia dei muri crollati.

Classe 1965, Artur Klinau è un intellettuale non organico. Un tempo si sarebbe detto dissidente rispetto al regime di Aleksandr Lukasenko, l’uomo che guida con pugno di ferro il paese dal 1994. Ma la strana dittatura bielorussa concede oasi di disubbidienza artistica che erano inimmaginabili negli Stati dell’est Europa ai tempi dell’Urss. A patto però che tali oasi non si trasformino in opposizione politica. E Klinau è uno di questi intellettuali disobbedienti: si è fatto le ossa all’università sui testi di architettura, poi è diventato famoso come artista di arti visive. Ha dato vita a una rivista che si chiama “pARTisan” e al centro espositivo Galeria Y, divenuto il punto di riferimento della scena artistica non allineata di Minsk: qui si allestiscono mostre, si presentano libri e si discute fumosamente di arte e politica fino a notte tarda nel sofisticato e accogliente caffè attiguo. E siccome a Klinau piace raccontare, nel 2006 ha iniziato la carriera di scrittore, dando alle stampe in lingua russa e con l’aiuto della casa editrice tedesca Suhrkamp il libro “Città del sole dei sogni” (in tedesco “Sonnenstadt der Träume”): una guida storico-architettonica in grado di raccontare la Bielorussia dell’era Lukasenko attraverso l’illusione urbanistica di Stalin e la cartina di tornasole dell’utopia di Tommaso Campanella.

Lukashenko

“Perfino a Mosca è stata conservata buona parte della città antica”, riprende il discorso Klinau, versandosi una correzione di wodka in un bicchiere di caffè d’asporto, mentre le parole si trasformano in vapore e provano a scaldare una gelida e soleggiata mattinata primaverile, “ma qui a Minsk la guerra non aveva risparmiato molto e così si è potuto dar vita a un progetto organico nato proprio nel corpo della guerra”. Da quel cumulo di macerie, l’idea di innalzare la città perfetta, con il suo viale del sole al centro e una larga diagonale che taglia Minsk da ovest a est: “A est sorge il sole, a est c’è Mosca, verso est ci si incammina per la città del sole”.

Il punto di partenza è rappresentato dalle due torri alte undici piani e sviluppate in verticale come una torta nunziale, chiamate porte della città, che annunciano l’ingresso nella città ideale. Sono piazzate come due sentinelle imponenti di fronte alla stazione ferroviaria, che fino al 1990 era ancora in mattoncini rossi e adesso è stata ampliata e resa anonima con coperture in vetro e acciaio. “La prima sosta è nella piazza che io chiamo della saggezza, circondata dai palazzi del potere e della scienza”, prosegue Klinau, “ci sono due università, la sede del governo, quella del comune e la posta”. C’è anche una grande statua di Lenin che sorveglia accigliato dall’alto del piedistallo: “E infatti questa si chiamava piazza Lenin”, aggiunge Klinau, “e oggi ha preso ufficialmente lo stesso nome del viale che l’attraversa, piazza dell’Indipendenza”.

Lo scrittore si ferma e riflette a voce alta: “Io sono nato nella città del sole, qui sono esistite di fatto due città, quella della società della felicità, a cui abbiamo tutti creduto, e la città vera e propria. La prima si è dissolta col tempo, la seconda è sopravvissuta come monumento all’ambizione verso l’irrealizzabile, come una grandiosa sceneggiatura di un’opera teatrale romantica e sublime dal titolo Felicità”. Il potere nudo del granito mascherato dall’impalcatura del sogno a cui tutti dovevano credere: “L’idea comunista non era forse il progetto per la realizzazione della felicità collettiva? L’umanità è mai stata in grado di formulare una dottrina più bella? Uguaglianza, fratellanza, giustizia. Una società della comune armonia, ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni, il Paradiso in terra, un luogo che non c’è. L’utopia”.

L’utopia è finita, il potere è rimasto. Da Stalin a Lukashenko il passo è stato lungo ma nessuno è inciampato: sono trascorsi decenni, e la Repubblica sovietica di Bielorussia ha vissuto di rimbalzo tutti i passaggi della storia moscovita, da Chruscev a Breznev, da Andropov a Gorbaciov, prima di ottenere un’indipendenza di tipo finlandese e rifugiarsi, terrorizzata dal nuovo, nelle braccia del nuovo tiranno. La favola della città del sole è una parabola perfetta per provare a decrittare la Bielorussia del Ventunesimo secolo, questo regno di Lukashenko che non sembra sigillato ermeticamente alle influenze dell’esterno come accadeva nei regimi dell’est europeo ai tempi del blocco comunista.

 Lukashenko

La prima impressione che Minsk trasmette è quella di esser finiti sotto una campana di vetro. Le strade, larghe e spaziose, sono percorse da un traffico ordinato e poco rumoroso. Sui marciapiedi delle vie centrali, i pochi pedoni si disperdono negli spazi sterminati, evitando con cura di dare nell’occhio. La vita scorre senza troppa allegria, mogia, introversa.

Ma c’è qualcosa che non corrisponde al cliché atteso. Ti aspetti che la vita scorra in bianco e nero, con gente misera, strade sconnesse, merci dozzinali nei negozi, alimentari vuoti e palazzoni grigi. Invece l’autobus che porta dall’aeroporto in città attraversa periferie curate, edifici moderni e colorati, strade larghe e ben bitumate su cui corrono auto moderne, occidentali, di media e grossa cilindrata. I negozi offrono merce di qualità, negli alimentari puoi comprare di tutto, anche la frutta esotica. E l’abbigliamento, pur senza eccessi di eleganza, evidenzia una certa ricercatezza. Lo stile casual dei giovani, in particolare, non lo distingueresti da quello dei coetanei a Berlino, Varsavia o Stoccolma. Una sorpresa. È una faccia della medaglia del cosiddetto “sistema-Lukashenko”, il prodotto dello stato sociale costruito negli anni dal dittatore, che ha garantito un modesto ma sicuro benessere per tutti in cambio della mano libera negli affari pubblici. L’altra faccia è quella della repressione politica.

Ma è sul primo punto che bisogna insistere per capire il segreto della lunga vita del tiranno, oltre la repressione. “Lukashenko ha avuto buon gioco a enfatizzare gli effetti negativi delle riforme economiche in Russia e Ucraina”, spiega seduto in una stanza del museo storico di Minsk Valery Karbalewitch, uno dei più autorevoli politologi bielorussi e autore di una voluminosa biografia su Lukashenko pubblicata in Russia e venduta sotto banco nei circoli alternativi di Minsk, “e a convincere i suoi cittadini che il modello sociale adottato in patria abbia evitato i dislivelli sociali e l’arricchimento degli oligarchi”. L’economia ne ha sofferto ugualmente ma Lukashenko è riuscito a sopravvivere a tutte le crisi attingendo con spudoratezza a ogni riserva possibile: il suo modello si è retto prima grazie alla rivendita (specialmente agli olandesi) del gas russo acquistato da Mosca a basso prezzo, poi ai crediti ricevuti dall’Unione Europea, sia quando all’inizio di questo decennio sembrava che il dittatore volesse allentare la morsa autoritaria, sia quando si è proposto come mediatore tra Mosca e Kiev nel conflitto ucraino. “La speranza in un processo democratico è stata tuttavia una pura illusione”, aggiunge Karbalewitch, “Lukashenko è un uomo carismatico e finora è stato abile a intuire i sentimenti della pancia profonda del paese, ma è allo stesso tempo segnato da un carattere violento e dominante. Non pensa che un giorno qualcuno potrà sostituirlo e non può immaginarsi una vita senza potere. Per mantenerlo farà di tutto”.

Come dimostra la mano pesante utilizzata dal regime ogni volta che il dissenso si sposta dal territorio dell’arte a quello della politica. D’altronde, tornando a camminare sul Praspyekt Nyezalyezhnastsi, un’altra statua di bronzo e un altro edificio ricordano quali siano le regole nella città del sole. La statua raffigura Feliks Dzerzinskij, il fondatore della Ceka, la polizia segreta sovietica antenata del KGB; l’edificio che spadroneggia sul lato opposto è proprio la sede del KGB, il servizio di sicurezza bielorusso e l’unico, assieme a quelli di Stati fantoccio come la Transinistria e L’Ossezia del Sud, ad aver mantenuto il nome dell’originario servizio sovietico. “Da qui si vede solo la facciata, a malapena si intuisce che il palazzo prosegue alle spalle per molti blocchi”, conclude Klinau, “c’è anche un tunnel, che conduce direttamente al carcere: chi non crede all’utopia, entra in questo palazzo, sparisce sotto terra, e viene espulso dalla città del sole”.

Noi invece usciamo regolarmente dal lato opposto del Praspyekt, dopo aver superato le stelle rosse illuminate di notte e i bronzi militareschi che celebrano la vittoria dei sovietici sui nazisti nella seconda guerra mondiale (che qui si chiama grande guerra patriottica) che adornano piazza della Vittoria. E ci infiliamo in strade meno sontuose, quasi dei vicoli, dove le case si fanno più basse e modeste. Alcuni isolati più avanti c’è il centro d’arte promosso da Klinau, in fase di trasferimento a sud del centro. Seduti al caffè Y, Vola (per motivi di sicurezza omettiamo il cognome) racconta la battaglia di opposizione culturale della sua rivista online che si chiama “Generation.by” (e che le è costata in passato qualche mese di carcere): “Generation.by si rivolge soprattutto ai giovani e si occupa di tendenze, cultura, stili, istruzione”, spiega. È un dissenso quasi apolitico, forse ingenuo, che spinge a non farsi troppe illusioni su cambiamenti a breve termine, anche se qualcosa nella società si muove, come dimostra l’esplosione di alloggi Airbnb per turisti proprio nei palazzi della città del sole.

“Il gruppo originario di Generation.by viene dalle esperienze studentesche, è composto da gente nata nell’Unione Sovietica che ha poi vissuto la breve primavera bielorussa nella prima metà degli anni Novanta”, spiega ancora Vola, “la generazione più giovane, invece, è meno ideologica e più pratica, ha trovato i computer e Internet e prova a sfruttarne tutto il potenziale di libertà. Offriamo loro l’intera gamma della produzione multimediale, articoli ma soprattutto blog, video, immagini. Molto successo hanno le vignette satiriche e i racconti di viaggio all’estero”. È probabilmente l’unico dissenso al momento possibile: chi va in piazza trova i manganelli della polizia, chi frequenta il mondo che ruota attorno al circolo artistico Y si ritaglia un suo spazio di resistenza estetica, un rifugio nella città del sole, entro il quale vivere, come diceva Vaclav Havel, fuori dalla menzogna, nella verità.

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