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Tutti i fini della missione di Meloni in Giappone, Corea e Oman

La missione di Meloni a Est comincia in Oman, il sultanato dirimpettaio dell’Iran: in ballo c'è il ruolo che l’Italia potrebbe rivestire a Gaza e i rapporti nel golfo Persico. Il punto di Battista Falconi

È complicato sintetizzare le tappe e il senso della missione verso Est che Giorgia Meloni comincia oggi, poiché ciascuna delle tre nazioni toccate concentra diversi significati. In Giappone, il senso è tornare in un Paese cui ci legano molte somiglianze: da quella anagrafico-demografica alla leadership di due donne di destra-destra. Due Stati che non avevano mai brillato per femminismo politico si ritrovano ora, curiosamente, a sbandierare questo primato ai grandi del mondo. L’ottimo stato dei rapporti italo-nipponici e la sintonia tra le due popolazioni, se servisse, sono stati cementati di recente dal grande successo del Padiglione Italia all’Expo di Osaka.

Per quanto concerne la Corea (quella meridionale, la repubblica, ovviamente), l’interesse è dato dalla protratta assenza istituzionale italiana: per ritrovare un nostro premier in visita bisogna risalire all’era prodiana. E anche dalla situazione istituzionale coreana, fresca di un mezzo golpe sventato: a dicembre 2024, Yoon Suk‑Yeol dichiarò la legge marziale e cercò di circondare l’Assemblea Nazionale ma i parlamentari gli votarono contro e fu costretto a ritirarsi. Le elezioni hanno insediato Lee Jae‑Myung nel giugno 2025 e per Yoon si attende la sentenza, pena di morte o ergastolo. Tutto quasi bene, non fosse per lo scossone subito dalla mezza Corea che presidia i valori democratico-occidentali contro la perenne minaccia confinaria di Kim Jong-Un, che oggi appare un po’ meno caricaturale di come era stato sempre ritratto e che resta una pedina importante per i russo-cinesi nelle complesse triangolazioni geopolitiche.

Oggi invece Meloni è in Oma. Basterebbe dire che si tratta del sultanato dirimpettaio dell’Iran, con cui intrattiene ottimi rapporti, da pochissimo il ministro degli esteri omanita è stato in visita a Teheran. Di questi tempi non è poco, anche se il balletto declaratorio di Trump impedisce di capire in cosa consisterà l’aiuto degli Usa ai rivoltosi iraniani che aspirano alla libertà e a cacciare gli ayatollah con chance di riuscita inedite. Che ieri Meloni abbia lanciato una dichiarazione in loro favore, trovandosi oggi a Muscat, non è parso però un caso. Ricordiamo che proprio Oman e Italia, nell’aprile scorso, si erano passati la staffetta delle trattative USA-Iran sul nucleare.

Ma nella missione odierna c’è anche altro. Soprattutto c’è il ruolo che l’Italia potrebbe rivestire rispetto a Gaza e che si dovrebbe chiarire nel side event del WEF di Davos, subito dopo la conclusione della missione asiatica di Meloni. E poi ci sono gli Houthi, lo Yemen, il traffico nel Golfo Persico, aspetti commerciali rilevantissimi di cui qui si può discutere solidamente. Per non dire degli interessi che le imprese italiane vedono, in potenza, in una nazione da costruire, con tanto territorio, tanta ricchezza materiale e tante bellezze che attirano un turismo in piena esplosione.

L’agenda omanita è insomma fitta e interessante, anche se il tempo per vederla sarà molto poco, ed è stata preceduta da un buon lavorio di sherpa che ha visto le visite con gli omologhi del ministro Bernini e del sottosegretario Cirielli. Un capo del governo italiano invece, anche qui, non lo si vede da parecchio: Conte fece una scappata al volo e il precedente vero bilaterale risale addirittura a Monti…

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