Mondo

Ecco che cosa (non) dicono i numeri sul Coronavirus

di

smart working pubblica amministrazione

La gragnuola di numeri sul Coronavirus secondo l’editorialista Giuliano Cazzola

E’ possibile disinformare informando? Ed è possibile disinformare avvalendosi di un testo proveniente dall’Istat? Vediamo un caso concreto.

Che cosa troviamo nei titoli dei quotidiani di ieri? In linea di massima un titolo così: “Istat: +20% morti tra 1 marzo e 4 aprile 2020 su dato medio 2015-2019”. Poi, nel corso dell’articolo, magari, vengono alcune puntualizzazioni che, per la verità, sono incluse nel materiale dell’Istituto di statistica.

Innanzi tutto va detto che i dati si riferiscono a 1.689 Comuni (su circa 8.000 in totale), che non sono raccolti con i requisiti di un campione e che si riferiscono a tutti i casi di decesso (anche se è ovvia la falcidia operata dal virus).

Si tratta di dati gravissimi in cui sono compresi numeri ancora più importanti nelle zone particolarmente colpite dall’epidemia (come ad esempio Brescia e Bergamo). Ma deve essere chiaro – l’Istat lo afferma esplicitamente – che a queste statistiche non può essere attribuito un trend di carattere nazionale.

Non viene spiegata la dislocazione dei Comuni (anche se a cercarlo si dovrebbe trovare un elenco almeno parziale). E’ tuttavia ragionevole ritenere che questi Comuni si trovino tra gli oltre 2.700 Comuni della Lombardia e del Piemonte.

Un’altra scivolata l’ha fatta il supercommissario Domenico Arcuri, con la storia delle 2.500 vittime in Lombardia a causa dei bombardamenti durante la Seconda guerra mondiale. In quei cinque anni nessuno moriva di malattia? O questi decessi non bisogna contarli? E i soldati lombardi, la morte se la erano andata a cercare? Questo non è un modo di commentare le statistiche, ma di “dare i numeri”, di fare demagogia di bassa lega (absit iniuria verbis).

Anche in assenza dei bombardamenti (e del Covid-19) in Lombardia vi sono stati nel 2018, 99mila decessi, tutti civili, visto che non era in atto nessun conflitto. Un valore costante rispetto al 2017 ma in aumento di circa 5 mila unità rispetto al 2016. In rapporto al numero di residenti, sono deceduti 99 individui ogni diecimila abitanti.

Con la logica di Arcuri anche nel triennio 2016-2018 i decessi hanno superato quelli delle vittime delle incursioni aeree. E probabilmente è successa la stessa cosa tutti gli anni dal 1946 ad oggi.

Nei talk show degli ultimi giorni il dibattito si è spostato sull’opportunità della riapertura delle aziende. Anche la Regione Lombardia si è allineata, di colpo, alle altre Regioni del Nord, mentre il governo è un po’ a caccia di farfalle. Deve raccogliere le opinioni di tutti i clan a cui ha ceduto il potere di decidere: i virologi, le varie commissioni di esperti, i maghi, gli indovini e le fattucchiere. E la piattaforma Rousseau non viene coinvolta? Nessuno si è informato su quante sono le persone al lavoro nelle produzioni ritenute essenziali.

C’è una stima interessante fatta da Fabrizio Patriarca, resa pubblica e non contrastata in alcuna sede (il che non significa che la stima sia esatta ma che nessun altro se ne è occupato). Secondo Patriarca (si veda la tabella) la maggior parte dei lavoratori (al netto del personale della scuola e della pubblica amministrazione) sono occupati nelle regioni settentrionali, dove si trovano le grandi imprese che possono, attraverso un negoziato con le autorità e i sindacati, fornire maggiori garanzie di sicurezza ai propri dipendenti. Si veda per tutti l’accordo stipulato con la Fca, che è ritenuto un modello.

 

 

Senza togliere nulla alla drammaticità della pandemia ‘’venuta dal freddo’’, ai suoi effetti sul Servizio Sanitario Nazionale, all’eroismo degli operatori nonostante le grandi condizioni di difficoltà e di rischio personale (attenzione: sui cadaveri stanno arrivando gli sciacalli del sistema mediatico-giudiziario), al compianto per le vittime e le loro famiglie, sarebbe più onesta una comunicazione dei media capace di trasmettere all’opinione pubblica il senso delle proporzioni e della misura.

Il Covid-19 è diventata una patologia ‘’più uguale delle altre’’. Ma non si muore soltanto di Coronavirus. In Italia, in totale, (ne abbiamo già scritto su Start, ma repetita iuvant, visto che questi dati non sono diffusi come meriterebbero)  vi sono stati 647mila decessi nel 2017, 636mila nel 2018, 647mila nel 2019 (di cui 302mila al Nord così ripartiti: Nord Ovest, 179mila, Nord Est, 124mila) . Secondo l’Istituto Superiore della Sanità (si veda il Portale dove viene pubblicato il relativo monitoraggio), dall’inizio della sorveglianza (fissata al 14 ottobre 2019), fino alla settima settimana del 2020, sono stati stimati circa 5.632.000 casi di sindrome simil-influenzale in tutto il Paese.

Al termine della stagione influenzale 2018-2019, i casi erano stati 8.104.000, tra il 2017 e il 2018, 8.677.000 e tra il 2016 e il 2017, 5.441.000. I morti per l’influenza c.d. stagionale sono, mediamente, in Italia, 8mila all’anno. L’82% dei casi gravi e il 97% dei decessi presentano almeno una patologia cronica preesistente. Non si deve dimenticare poi che  la principale causa di morte in assoluto sono le malattie del sistema cardiocircolatorio: 638 persone ogni giorno. C’è poi il problema del concorso di patologie.

L’ISS ha provveduto a pubblicare una casistica da cui risulta che molti decessi – quasi la metà – riguardano persone sofferenti di almeno tre gravi patologie pre-esistenti. Il virus, poi, è un nuovo Erode: solo che risparmia i bambini ed compie delle vere e proprie stragi nelle case di riposo (in precedenza gli ospiti diventavano tutti centenari?).

L’ultima bufala riguarda il Mes. Dell’acronimo è vietata persino la menzione. Basta che sia scritto in una nota a piè di pagina in un documento per suscitare una reazione allergica in un ampio schieramento di forze politica di maggioranza e di opposizione. Tra un po’ farà la fine dell’olio di palma, abolito, nei prodotti alimentari, solo perché era corsa la voce che fosse nocivo. Per sentito dire, il Mes è una trappola. Qualcuno lo considera un parente stretto del Coronavirus. Non solo quello maior (il c.d. Fondo Salva Stati), ma anche quello minor, il Mes sanitario, che di condizioni ne indica una sola: servire a vincere la battaglia contro l’epidemia, a porre riparo ai suoi effetti diretti e (sic!) indiretti, rafforzare le strutture sanitarie.

A noi toccherebbero 36 miliardi. C’è chi sostiene che se ne potrebbe fare a meno, perché non si deve rischiare di compromettersi con un serial killer finanziario (come il Mes maior) per una somma tanto modesta. Ma i conduttori dei talk show  (che avvallano a orecchio i tagli nella sanità pubblica) potrebbero ricordare a questi sprovveduti arroganti che 36 miliardi rappresentano un terzo del finanziamento annuo del Fondo sanitario nazionale.

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