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Che cosa prevede l’accordo Merkel-Macron sull’Europa (che fa sbuffare M5S e Lega)

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Il commento di Gianfranco Polillo sull’incontro tra Macron e Merkel in vista del vertice europeo della fine di giugno

Chissà se alla fine la Marca di Brandeburgo diverrà famosa come Maastricht? Nel castello di Mesenberg si è svolto l’incontro tra Emmanuel Macron ed Angela Merkel, in vista del vertice europeo della fine di giugno. Incontri che rinsaldano l’asse franco-tedesco, che fino a qualche tempo fa sembrava piuttosto malconcio a seguito della divergenza delle relative posizioni. Naturalmente gli europeisti più intransigenti si dichiareranno insoddisfatti. Il resto dei partner europei rischiano di fare la fine della sussistenza. Dovranno, in qualche modo accodarsi, alle decisioni dei due “cavalli di razza”. Impegnativo l’ordine del giorno: migranti, difesa europea, ma soprattutto economia. In discussione il progetto francese solennemente lanciato dall’inquilino dell’Eliseo, nel suo appassionato discorso alla Sorbone, di qualche tempo fa.

Si è discusso di un bilancio europeo da cui attingere le risorse necessarie non solo per rilanciare lo sviluppo. Ma per non perdere il treno della modernizzazione prossima futura: che significa forte innovazione, intelligenza artificiale, soprattutto non perdere quel treno su cui Americani e Cinesi sono impegnati da tempo e che rischia di creare un gap enorme con la vecchia cara Europa. Il progetto è ancora vago. Non si è entrato nel merito del suo finanziamento, che dovrebbe rimanere a carico dei singoli Paesi, visto le riserve tedesche nel mettere in comune le proprie risorse finanziarie con gli altri partner. Altro punto da chiarire è se si materializzerà l’ipotesi di un solo ministro delle finanze per la zona dell’euro, cui delegare il compito di stringere i bulloni di un’accresciuta solidarietà. Compiti ancora da precisare.

Progressi, a quanto sembra, maggiori per quanto riguarda il passaggio dall’ESM (il meccanismo europeo di stabilità), la cui stessa denominazione implica qualcosa di estremamente vago, in un vero e proprio Fondo monetario europeo. Una sorta di clone del Fondo monetario internazionale. Dovrà intervenire ogni qual volta un singolo Paese dovesse trovarsi in difficoltà finanziarie. Ma non sarà una benevola concessione. I fondi necessari saranno subordinati al varo di un vero e proprio piano di riforme, con scadenze ed impegni precisi. Se qualcuno pensa alle vicende greche, ci è andato vicino. Ed allora dov’è la differenza con gli altri istituti dell’ordinamento europeo? Nella minore discrezionalità politica.

Finora lo stesso Ecofin, che raggruppa i Ministri finanziari, era una sorta di piccolo parlamento. Confronto serrato tra i diversi partecipanti, sulla base dei documenti tecnici redatti dagli staff della Commissione europea. Quindi lunghe discussioni ed alla fine l’inevitabile mediazione. Ne sa qualcosa l’Italia con le sue continue richieste di “flessibilità”. Ciò che si vuole evitare è proprio questo mercato, che si nutre delle regole, di carattere consociativo, che ispirano molte decisioni comunitarie. Basti pensare alle complesse procedure che presiedono alla decisione di deliberare, eventualmente, una “procedura d’infrazione”. In cui lo stesso meccanismo del voto è graduato prevedendo maggioranze e modalità che non trovano riscontro in alcuna cassetta degli attrezzi dei Paesi più civilizzati. Per non parlare della pubblicità che ne dovrebbe accompagnare la relativa promulgazione.

Tutto ciò sembrerebbe destinato a finire. Con il Fondo monetario europeo, i singoli Paesi non si troveranno di fronte ad un organismo politico, ma ad una Istituzione, le cui decisioni spetteranno agli organi tecnici. Essenziale saranno pertanto la relativa governance. Su questi aspetti si è ancora nel vago. La stessa Angela Merkel, nella sua recente intervista a FAS, l’edizione domenicale dell’autorevole F.A.Z., si è tenuta sulle linee generali. Ha cercato di riassicurare i propri elettori, con una chiarezza maggiore del passato. Ma nel merito non si è pronunciata. Ed allora non resta che rinvangare vecchi dossier, per rintracciare le relative proposte. Con l’avvertenza che su questi temi il confronto politico, in sede di Consiglio europeo, non potrà che essere particolarmente spinoso.

Al momento le idee in merito prevedono, innanzitutto, un super ministro dell’euro. Cumulerà nelle sue mani la carica di Vicepresidente della Commissione europea e Capo dell’Eurogruppo. Il Fondo sarà sottoposto alla sua supervisione. Una specie di Mario Draghi destinato a compiti ben più ampi della sola politica monetaria. Le decisioni più importanti dovranno essere prese all’unanimità dei componenti il board. Tra queste rientrano l’eventuale aumento di capitale (al momento 500 milioni di euro) o la delibera relativa al salvataggio di un Paese in difficoltà. Sui conseguenti finanziamenti, da subordinare al rispetto del piano di riforme, la maggioranza dovrà essere pari all’85 per cento delle quote, con il riconoscimento di eventuale diritto di veto, se si dispone del 15 per cento del relativo capitale.

In questa seconda più comoda posizione si troverebbero: Germania, Francia ed Italia. La quota teorica del nostro Paese è pari al 17,9 per cento. Ma potrebbe scendere con l’ingresso di nuovi soci nel club. Quindi massima attenzione. Anche se si deve riconoscere che questo tentativo mira a rendere l’euro sempre più “irreversibile” come ha detto recentemente Mario Draghi. Il quale, benedicendo il progetto, ha aggiunto: “Il recente documento franco- tedesco merita apprezzamento, è un passo incoraggiante e molto importante date le difficoltà in cui è nato”. E’ bene che il Governo italiano cominci a meditare.

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