In tempi in cui nominare Bettino Craxi “invano” è ormai di moda, soprattutto per paragoni sballati tra Sigonella ’85 e quella del 2026, in tempi di guerre nel mondo, Giorgia Meloni però ha per il piglio decisionista, la rapida e tempestiva risposta a una sconfitta, come quella sulla riforma della giustizia, la determinazione contro la “la palude” che mina la stabilità dei governi, l’interesse nazionale messo al primo posto, qualcosa che ricorda lo statista socialista, anti-comunista, modernizzatore al cubo.
Craxi, un unicum, inetichettabile, molto più avanzato delle stesse vecchie socialdemocrazie europee, con gli alleati Dc stabilì un rapporto di collaborazione-competizione. Prefigurò per primo una sorta di bipolarismo tra il suo Psi dominus modernizzatore, nonostante avesse meno voti, della maggioranza, con la Dc, più i partiti laici, e il Pci, obbligato a stare all’opposizione in tempi di guerra fredda e collegato al Pcus. Certamente, Craxi chiese l’unità socialista ma con un Pci che spezzasse per sempre i legami con l’Urss, che, invece, Enrico Berlinguer, nonostante lo “strappo” sulla Nato, mantenne di fatto fino alla fine. Craxi era per la “democrazia governante”, decidente. E per primo rilanciò il termine “Patria”, molto caro a Meloni, fu il premier incaricato che ammise per la prima volta il Msi alle consultazioni per la formazione del suo governo, il premier che rilanciò ruolo e protagonismo dell’Italia nel Mediterraneo e nel mondo.
Craxi non li avrebbe chiamati inciuci come si usa oggi, ma la sua storia politica testimonia che non era uomo di compromessi, fatto per galleggiare. La stessa storia di Sigonella, che la sinistra ancora strumentalizza per tirare Craxi, morto in esilio, per la giacca dalla sua parte, dimostra che alla fine lo statista, leader anti-comunista del Psi, a capo del governo di riforme più longevo della cosiddetta Prima Repubblica, non fece alcun vero strappo con gli Usa. E rilanciò al tempo stesso la “sovranità” dell’Italia. Perché nella famosa lettera, appena dopo Sigonella, Ronald Reagan invitò “Dear Bettino” al G7 che diventò in quell’occasione il G8, con l’ingresso dell’Italia.
Craxi è l'”Amerikano”, come lo bollò la sinistra pensando di offenderlo, che dette un contributo fondamentale all’installazione degli euromissili a Comiso. “Giorgia”, che con piglio decisionista, unica leader europea immediatamente dopo la sconfitta del Sì prende e parte per l’Algeria, poi per l’Arabia e i Paesi del Golfo, per i nostri approvvigionamenti energetici colpiti dalla crisi, un po’ “Bettino” lo ricorda con la sua concretezza. In barba a retroscena dei media mainstream dominati dalla sinistra che non ne azzeccano mai una nelle previsioni, offuscati dall’ideologia dei desideri.
La premier lo ricorda un po’ anche nell’eloquio secco, stringato senza politichese. Epoche diverse, personaggi con storie diverse, ovviamente, perché non tutto è paragonabile sempre. Ma il problema della “democrazia governante”, decidente, della stabilità dei governi, che quel “gigante”- come lo ha definito il direttore del quotidiano “Il Tempo”, Daniele Capezzone, pur non essendo d’accordo con Sigonella ’85 – outsider del panorama politico, avversario della palude dei compromessi pose, resta tutto. E la premier Meloni nella sua reazione rapida, tempestiva, decisionista sta dando l’immagine di un’Italia che non vuole tornare indietro.
Non “ballerà una sola estate” Meloni. Come dissero, sbagliando di brutto, di Craxi, appena eletto a sorpresa alla guida di un vecchio Psi moribondo, ormai assoggettato al Pci, al Midas.







