La dichiarazione di Giorgia Meloni, resa al termine del bilaterale con la premier giapponese Sanea Takaichi a Tokyo, è tiepida, coerente con la prudenza che si è imposta sui temi di politica internazionale. Forse è esagerato enfatizzarla ma cogliamola ugualmente come spunto: “Oggi lo scenario è cambiato e continua a cambiare molto rapidamente, l’instabilità da eccezione sta diventando sistema”. La presidente del Consiglio cita “rivoluzione digitale, transizione energetica, frammentazione geo-economica”, ma non è improbabile che si riferisca anche a Donald Trump che ha annullato il raid sull’Iran. Come titola l’Unità di oggi: “Da piromane a pompiere”.
Il ripensamento sull’attacco in aiuto dei manifestanti contro gli ayatollah è stato clamoroso e non si sa se vada attribuito alle assicurazioni del regime sulle minacciate esecuzioni di massa, ai consigli di Netanyahu impensierito dallo scontro diretto o a tattica, per preparare meglio il cambio a Teheran. Ma a Meloni le montagne russe delle dichiarazioni trumpiane avranno inquietato non poco la missione asiatica, visto che era in volo proprio dal Golfo Persico e verso il Giappone.
Non è certo la prima auto-contraddizione del presidente Usa, lo stop and go è anzi la sua regola, ma dopo il raid in Venezuela – rapimento di Maduro, blocco delle petroliere e trattative con Corina Machado – e con la Groenlandia pending, tutto si è terribilmente complicato e concretizzato. Le tensioni tra Ue, Nato e Stati Uniti sono crescenti, i militari francesi sono sbarcati per Endurance Arctique, esercitazioni congiunte che prevedono la partecipazione di Danimarca, Svezia, Germania, Norvegia, Olanda e Finlandia: ma la portavoce della Casa Bianca dice che le truppe europee non influenzeranno la decisione di Trump, che prosegue i “produttivi” colloqui con Danimarca e Groenlandia.
Meloni ha ripreso la missione, celebrato i 160 anni di amicizia tra Roma e Tokyo, auspicato “pace e prosperità” e festeggiato il compleanno, in attesa dell’ultima tappa coreana. Meloni e Takaichi hanno già “condannato i programmi nucleari e missilistici della Corea del Nord” di cui chiedono la completa denuclearizzazione decisa dall’ONU e si dicono preoccupate dalle “attività cibernetiche”, con furti di criptovalute e dalla cooperazione militare con la Russia.
Dev’essere difficile fare politica così e c’è da chiedersi per quanto potremo continuare. Le agenzie e gli organismi internazionali appaiono irrilevanti, non si capisce se Russia e Cina siano intimorite o incuriosite e dal loro eventuale asse antiamericano non potrebbe giungere che una toppa ben peggiore del buco.
Forse a moderare la situazione, se non a cambiarla, potrebbe essere una crisi di rigetto interna degli USA? Ai Golden Globes l’attore Mark Ruffalo ha denunciato la violenza delle recenti operazioni dell’ICE ostentando la spilla “Be Good” in memoria di Renee Macklin Good e Keith Porter. E ha detto che la situazione attuale “non è più normale”, un po’ quello che dice Meloni. Parliamo di un attore impegnato politicamente a sinistra, ma c’è da considerare anche l’insofferenza per le manovre di Trump contro Powell e la FED: se opposizione culturale ed economico-finanziaria convergessero, le cose potrebbero mutare.
Ruffalo è diventato famoso per “Mickey 17”, film distopico del regista di culto Bong Joon-ho (coreano, per inciso) dove interpreta un folle dittatore coperto da un simulacro di democrazia teocratica, che però alla fine lo eliminerà e ne destituirà il regime. Un film come piace agli americani e al botteghino, buonista, didascalico e quasi infantile, con i mostriciattoli alieni che si rivelano non peggio degli umani. Ma bisogna ammettere che la differenza fra Trump e le sue caricature satiriche si va rapidamente assottigliando.






