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Matteo Renzi giochicchia o fa sul serio?

di

ministra cartabia

Matteo Renzi è antipatico, d’accordo, ma prenderlo in giro non serve.

Non so, francamente, se Matteo Renzi abbia davvero usato la “sua” ministra Teresa Bellanova e il tema delle etichettature alimentari col quale la signora era alle prese a Bruxelles con i suoi interlocutori europei come pretesto per offrire al pubblico addirittura il brivido, o la complicazione, di un rinvio dell’incontro di Giuseppe Conte con la delegazione di Italia Viva, nell’ambito della verifica della maggioranza. Che naturalmente non deve chiamarsi così perché il passato, cui quel termine appartiene, è brutto e odioso, per quanto rappresenti ancora il meglio della storia della Repubblica italiana. “Renzi allunga la verifica”, ha scritto il manifesto mentre sul Foglio si racconta di uno sconsolato o preoccupato Nicola Zingaretti che, accompagnato dal suo staff mediatico del Nazareno, va a mangiare in una trattoria deserta del centro di Roma e chiede il parere anche del cameriere sulla mossa dell’ex presidente del Consiglio.

Certo, con queste trovate, chiamiamole così, Renzi non recupera la simpatia che ha largamente perduto, se mai ne ha avuta tanta, rispetto agli anni della scalata alla segreteria del Pd, della conquista pur un po’ troppo ruvida di Palazzo Chigi, del 40 per cento dei voti di memoria democristiana conquistato nelle elezioni europee del 1984. Poi fece il grandissimo, fatale errore di personalizzare il referendum su una pur apprezzabile – da me personalmente votata – riforma costituzionale, scatenando contro di sé tutte le antipatie che evidentemente covavano già allora sotto la cenere o le apparenze.

A volte sembra addirittura che il giovane senatore di Scandicci provi gusto nelle sfide che gli possono procurare antipatie o, più in generale, ostilità. E mi ricorda un po’ il mio compianto amico Bettino Craxi, che suo malgrado, con quell’altezza fisica che aveva, il passo troppo lungo che seminava gli interlocutori, certe battute urticanti contro gli avversari e altro ancora si rendeva antipatico, pur essendo nel fondo -credetemi – un timido. Che tuttavia Renzi non è, avendo anzi la presunzione di essere il più furbo, e soprattutto di avere per la sua età più tempo di tutti gli altri per scalare tutto ciò che potrebbe capitargli a tiro, fosse pure la segreteria generale della Nato dopo l’elezione alla Casa Bianca del presidente Biden, di cui ha appena diffuso una vecchia foto insieme.

Scritto tutto questo, resto tuttavia convinto che il migliore modo di contrastare Renzi non sia quello di deriderlo, come è tornato oggi a fare il giornale più amico o sostenitore del presidente del Consiglio -naturalmente Il Fatto Quotidiano – celebrandone in qualche modo le nozze in prima pagina con la “cosiddetta” ministra Bellanova, o “Vispa Teresa”, “braccia rubate all’agricoltura” e altro ancora, secondo lo stile inconfondibile del direttore Marco Travaglio.

Per quanto malmesso pure lui, con quelle percentuali bassissime raccolte nelle elezioni in cui ultimamente si è misurato, Renzi ha una consistenza parlamentare – come del resto ce l’hanno anche i grillini – tanto sproporzionata alla forza elettorale quanto pericolosa per il governo che lui stesso d’altronde fece nascere l’anno scorso, sfilandosi subito dopo dal Pd proprio per conservarne le chiavi. Credo alle parole attribuitegli da Maria Teresa Meli oggi sul Corriere della Sera: “Se Conte non molla sulle cose che gli chiediamo apro la crisi. Non ora, ovviamente, che c’è la legge di bilancio da approvare, ma dopo, a gennaio”. E sarebbero guai seri.

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