Advertisement skip to Main Content

Giorgetti

Le pene di Piantedosi

Che cosa dice e fa il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, e come reagiscono le opposizioni. I Graffi di Damato.

 

Prefetto di carriera e politico di complemento, essendogli capitato di fare il ministro dell’Interno in un governo politico come quello di Giorgia Meloni, succedendo tuttavia ad altri colleghi nello stesso posto nei governi di Mario Monti e di Mario Draghi, il povero Matteo Piantedosi si trova un po’ come Cesare Primo Mori passato alla storia come “il prefetto di ferro” mandato da Mussolini in Sicilia nel 1924, e rimastovi sino al 1929, per combattere la mafia. “Vostra Eccellenza – gli telegrafò il Duce – ha carta bianca. L’autorità dello Stato deve essere assolutamente – ripeto, assolutamente – ristabilita. Se le leggi attualmente in vigore La ostacoleranno, non costituirà un problema. Noi faremo nuove leggi”.

Investito di tanto potere, Mori spesso finì per abusarne, scontrandosi ad un certo punto anche con un generale che se ne considerò vittima e andò a protestare dal Duce in persona senza fargli cambiare opinione, almeno all’istante, sul prefetto. Che, un anno prima della fine della sua missione, nel 1928, si guadagnò dal Re la nomina a senatore, di fatto a vita, essendovi morto in carica nel 1942.

LA MISSIONE DI PIANTEDOSI

La missione ricevuta da Piantedosi è anche contro la mafia, naturalmente, ma soprattutto contro l’immigrazione clandestina e chi la favorisce o vi specula, come gli scafisti che si fanno pagare lautamente viaggi spericolati su carrette che spesso, troppo spesso, o vengono travolte dalle onde e s’infrangono contro secche e scogli, facendo del Mediterraneo anche un gigantesco cimitero sommerso.

Come capitò a Mori con le sue retate ed assedi a interi paesi della Sicilia, ogni tanto scambiando per mafiosi le loro vittime, così è appena accaduto a Piantedosi, per fortuna solo con le parole, ma con esiti ugualmente infelici o sventurati, di scambiare le vittime degli scafisti per sostanziali loro complici, avventurandosi in viaggi troppo pericolosi per se e familiari, persino bambini.

Poi il ministro prefetto – direi più di latta che di ferro perché non provvisto della “carta bianca” lasciata da Mussolini a Mori – ha cercato di rimediare all’attacco alle vittime della strage appena consumatasi sulle coste calabresi mettendoci una pezza forse peggiore del buco. Cioè dicendo di avere voluto solo invitare i fuggiaschi da guerre, carestie, terremoti e altro ad aspettare fiduciosi i mezzi che l’Italia e altri paesi europei prima o poi manderanno a prenderli in tutta sicurezza: un’attesa che potrebbe trasformarsi in altre tragedie, visto -per esempio- come in Libia gli aspiranti all’emigrazione attendono il loro turno, chiamiamolo così.

Si vede – e come si vede – che il povero Piantedosi, senza volerlo offendere, sta alla politica come io, modesto giornalista per niente scientifico, sto alla fisica nucleare. E immagino quanto debba essere rimasto male a sentirsi dare del disumano, dell’inetto e altro ancora da chi ne ha anche chiesto le dimissioni per mettere alla prova la propria nuova natura, o funzione, come la segretaria del Pd Eddy Schlein.

Back To Top