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Chi vuole e chi non vuole Draghi al Quirinale tra Usa, Germania e Francia

Draghi Quirinale

Perché gli Stati Uniti spingono per Draghi al Quirinale. L’analisi di Dario Fabbri di Limes

Meglio Mario Draghi a Palazzo Chigi o al Quirinale? Nelle cancellerie internazionali ferve il dibattito sulla collocazione dell’attuale premier. Con posizioni diverse tra i principali interlocutori di Roma, per proprio tornaconto, per ampia o ristretta conoscenza della struttura nostrana, per considerazione antropologica del Belpaese.

L’amministrazione statunitense denota idee molto chiare. Per gli apparati d’Oltreoceano Draghi dovrebbe migrare al Colle. Abituati a ragionare sul piano strategico, gli americani lo vorrebbero al Quirinale per evitare che finisca scalzato da manovre surrettizie o dall’umoralità dei partiti. Da decenni stanziati in Italia come potenza di riferimento, conoscono nel profondo gli italici meccanismi istituzionali, sanno che la Presidenza della Repubblica è in grado di imporre l’indirizzo generale, spesso trascendendo la lettera della Costituzione. Specie in assenza di statisti tra i leader dei partiti, come nel periodo attuale.

Negli ultimi anni Washington ha lavorato proficuamente con la massima carica dello Stato, soprattutto con Giorgio Napolitano, meno con la presidenza del Consiglio. Molto noto alle agenzie washingtoniane, Draghi è giudicato funzionale alla politica estera americana e la sbandierata inclinazione anti-cinese di questi mesi conferma tale convinzione. La sua eventuale ascesa al Quirinale garantirebbe gli Stati Uniti da azioni dei prossimi governi ritenute improvvide, come capitato con la firma nel 2019 del memorandum sulle nuove vie della seta.

Simile è la posizione della politica francese. Per Parigi il trasferimento di Draghi assicurerebbe la tenuta del trattato del Quirinale, intesa bilaterale recentemente siglata a Roma, pensata per inibire il ritorno all’austerity da parte di Berlino. Nell’interpretazione d’Oltralpe, soltanto la definitiva conversione dell’economista in deus ex machina corroborerebbe la fiducia dei tedeschi nei confronti del nostro Paese e dunque dell’intera Eurozona, probabilmente sopravvalutando la risolutezza della Germania.

Proprio Berlino sembra molto indecisa su cosa augurarsi. Da sempre alla ricerca di una narrazione per salvare l’Italia nonostante la ritrosia dell’opinione pubblica locale, la dirigenza tedesca ha trovato in Draghi un escamotage perfetto. Considerato estraneo allo stereotipo di inaffidabile fannullone che i teutonici tendono ad affibbiarci, di recente la Cancelleria ha potuto giustificare internamente l’approvazione del Next Generation Eu con la supposta non italianità del presidente del Consiglio. La sua eventuale dipartita da Chigi potrebbe minare tale fragile rappresentazione. A digiuno dei nostri ingranaggi istituzionali, gli osservatori tedeschi riconoscono al Quirinale un peso eccessivamente ridotto, mentre temono che i futuri esecutivi non siano in grado di attuare le riforme necessarie a raccontare di un’Italia prossima al cambiamento.

Ancora diversa la posizione del Regno Unito, sebbene meno rilevante. Storicamente Downing Street e la City faticano a comprendere cosa accade nella Penisola e in queste ore schizofrenicamente alternano entusiasmo per Draghi al Quirinale o a Chigi, non solo per la sopravvivenza finanziaria del Belpaese, anche per l’attitudine del presidente del Consiglio ritenuta eccessivamente russofila e turcofoba. Inclinazioni altrui, interessate e maliziose, puntualmente valutate alle nostre latitudini come asettiche pagelle incapaci di incidere sugli eventi, per questo utilizzate da questa o da quella fazione per sostenere la propria posizione. In realtà destinate ad avere sulla corsa al Quirinale un effetto assai superiore alla percezione generale.

(Estratto di un articolo pubblicato su La Stampa, qui l’articolo integrale)

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