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Made in China 2025, cosa prevede il piano di Xi che spaventa Trump

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Made in China

Fatti, numeri, dettagli ed obiettivi del Piano Made in China 2025, che dovrebbe far tremare Usa, Germania, Corea del Sud… Articolo di Giusy Caretto

La globalizzazione avanza. E la Cina avanza con questa (o almeno ci prova). Mentre Pechino registra una crescita del Pil straordinaria (seppur negli ultimi anni ha deluso le aspettative), il Paese d’Oriente cerca di conquistare un spazio sempre più netto nel mondo, nell’economia del mondo, più precisamente, e punta ad essere prima potenza industriale entro il 2049.

Se fino ad oggi la Cina è stata la fabbrica low cost di tutte le ultime diavolerie in fatto di hi-tech e non solo, scopiazzando qua e là dai grandi maestri della Silicon Valley, ora Xi Jinping vuole fare della produzione casalinga un’industria ad alto valore aggiunto. Questo, almeno, è l’obiettivo del piano Made in China 2025, lanciato nel maggio del 2015. In 10 anni, Pechino dovrebbe abbracciare un modello di manifattura avanzato, che crei marchi in grado di competere con quelli stranieri, sia nella Repubblica popolare sia sui mercati globali, puntando (anche) su automazione ed industria 4.0.

Made in China 2025, comunque, e’ aperto a tutte le compagnie straniere, incluse quelle americane, e alle aziende private, non solo a quelle possedute dallo Stato, secondo quanto riferito  da Wang Shouwen, vice ministro del Commercio.

POCA AUTOMAZIONE IN CINA

Partiamo dagli scenari attuali. Pechino arranca sull’innovazione manifatturiera: le aziende cinesi non sono molto automatizzate e contano 49 robot ogni 10.000 lavoratori. Una cifra troppo bassa: in Corea si contano 531 robot ogni 10.000 lavoratori, in Germania 301, in Svezia 212 e la in Danimarca 188. Anche l’Italia vanta un’automazione maggiore rispetto alla Cina: 160 robot.

Se nulla dovesse cambiare, sarà inevitabile un esodo delle aziende occidentali, che potrebbero voler riportare le produzioni in Europa e USA, dove le percentuali di automazione produttiva sono molto elevate e i costi di produzione potrebbero diminuire.

MADE IN CHINA, UN IMPERATIVO

E allora “Made in China 2025” si configura come un imperativo, un aut aut per un’economia che vuole continuare a crescere e che vuole conquistarsi un posto di leader mondiale, ma anche per un Partito che vuole continuare a governare: è doveroso ed importante assicurare benessere a nuove fette di popolazione.

UNA VERA RIVOLUZIONE PER L’INDUSTRIA

L’obiettivo di Made in China 2025 è la completa ristrutturazione dell’industria, con l’ammodernamento tecnologico che diviene soltanto uno dei tanti fattori coinvolti per renderla più competitiva. Il progetto ambizioso, infatti, prefigura l’abbandono della strategia delle esportazioni di massa (e di bassa qualità) che ha comunque contribuito fino ad ora alla crescita cinese negli ultimi 30 anni, la Cina punta ora ad importazioni ed esportazioni di qualità.

I 10 SETTORI SU CUI PUNTA LA NUOVA CINA

Dieci i settori su cui punta la Cina per avviare questo importante cambiamento: nuova information technology; macchine CNC e robotica; attrezzature aerospaziali; strumenti per ingegneria oceanica e imbarcazioni hi tech; materiale ferroviario; veicoli a risparmio energetico e a energia nuova; electrical equipment; nuovi materiali; medicina biologica e apparecchiature mediche; macchinari agricoli.

Lo sviluppo di questi settori, secondo Xi Jinping, aiuterà Pechino a far decollare e mantenere alta nei prossimi decenni la domanda interna, dando alla classe media quel potere d’acquisto fino ad ora solo evocato.

PIU’ MADE IN CHINA

Il cambiamento tanto desiderato passa per più vie e settori, come abbiamo visto, ma gli obiettivi (e le tappe) principali di questo percorso sono pochi e certi: Pechino vorrebbe che i componenti e i materiali di base possano essere prodotti in autonomia dalla Cina per il 40% nel 2020, e per il 70% nel 2025; la Cina punta anche alla riduzione del 30% dei costi di produzione per il 2020, e al 50% per il 2025.

CINA FABBRICA MONDIALE DI ELEVATA QUALITA’?

Il progetto ambizioso, se dovesse dare i suoi frutti, potrebbe cambiare i termini dei giochi mondiali. “Se CM2025 raggiungesse i suoi obiettivi, gli Stati Uniti e gli altri paesi probabilmente diventerebbero soltanto esportatori di materie prime verso la Cina – vendendo olio, gas, carne bovina e soia”, ha commentato Jeremie Waterman, presidente del China Center alla Camera di Commercio degli USA.

UNA SFIDA NON PROPRIO FACILE

Certo che la sfida non è facile. Fino ad oggi la Cina ha investito poco nella ricerca (2% degli investimenti nazionali secondo un rapporto della Camera di Commercio Europea in Cina), facendo della sua industria solo una seconda scelta capace (seppur bene) di copiare. Le cose, oggi, devono cambaire in fretta. E il tempo stringe: la Cina deve avviare la sua rivoluzione prima che si verifichi l’invecchiamento della popolazione e di conseguenza la diminuzione della forza lavoro disponibile, minacciano la sostenibilità di un sistema pensionistico adeguato.

LE PRIME CONSEGUENZE

Nell’ambito di Made in China 2025, la Cina promette un consistente taglio delle tasse a tutti i produttori di chip, provando in questo modo a sostenere le proprie industrie. Le nuove regole riguarderanno numerose società di semiconduttori: le società saranno esenti dalle imposte sul reddito per un massimo di cinque anni a partire dal 1 gennaio, ha detto il ministero delle Finanze in una dichiarazione venerdì scorso. Le aliquote fiscali, negli anni successivi e fino al decimo anno, saranno la metà dell’attuale 25%. Il paese prevede di spendere circa $ 150 miliardi in 10 anni per raggiungere una posizione di leadership nella progettazione e produzione. In questo modo Pechino  vuole ridurre la dipendenza da circa 200 miliardi di dollari di importazioni annue di semiconduttori. Importazioni che potrebbero ledere la sicurezza nazionale e ostacolare lo sviluppo di un fiorente settore tecnologico.

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