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Vi spiego perché Merkel e Macron non potranno ridare un’anima all’Europa

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Europa

L’analisi di Lodovico Festa, firma di Start Magazine, su passato, presente e futuro dell’Europa

Come tante persone che assistono alle vicende in corso, sono diviso tra le considerazioni sull’utilità di istituzioni comunitarie che mobilitando una massa critica continentale possono aiutare i vari paesi membri dell’Unione europea, e anche da quelle che insistono sull’opportunità che in un Continente così a lungo scosso da conflitti interni vi sia una qualche cassa di compensazione, e l’insofferenza per l’insopportabile retorica dei sacerdoti del culto brussellese.

Personalmente mi viene naturale associare alla terrificante retorica in atto sulla Ue proposta dal “giornalista collettivo” e dai “maestrini del pensiero unico”, la splendida opera di Robert Musil L’uomo senza qualità, la sua descrizione della fase di un impero asburgico che (alla vigilia della Guerra mondiale che lo travolgerà) pensa di essere intramontabile e si impegna a elaborare un evento (l’azione parallela) che esalti la funzione pacifica (mai l’Europa ha avuto un periodo di pace più completa che sotto Cecco Beppe, così nel libro di Musil i vari Bonanni d’allora descrivono la funzione di Vienna), la sua missione civilizzatrice (che ruolo possono avere i popoli cechi, croati, ungheresi, gli ultimi italiani senza la missione asburgica?), la decisiva funzione modernizzatrice che il pieno fulgore della cultura austriaca non poteva non garantire.

La descrizione di Cacania, di come un’amministrazione che fu civilizzatrice è diventata soffocatamente burocratica, dei generali pacifisti e ubriaconi cioè dei Jean-Claude Juncker di cento anni fa, dei finanzieri impegnati a metà tra salvare il mondo e realizzare affari giganteschi, le dame che nei loro salotti insegnano le vie della salvezza, gli innamorati della scienza che cercano di annullare tutto ciò che non sia tecnica. Quasi ogni pagina musilliana offre un sorprendente parallelo tra il finis Austria di ieri e la non impossibile finis Europae di oggi.

E’ importante analizzare con metodo la base delle analogie tra il presente e il passato, per ricavarne qualche insegnamento. Per comparare – per ultimo si è esercitato in questa impresa quell’arrogante isterico di Emmanuel Macron – le posizioni di Matteo Salvini, Sebastian Kurz e Horst Seehofer a quelle di Adolf Hitler e Benito Mussolini, bisogna invece essere sensibilmente fuori di testa. Assimilare alla situazione attuale un periodo segnato dalla Guerra civile europea con annessi e connessi “eserciti” in servizio permanente effettivo, è di per sé una baggianata. L’esame specifico, poi, di movimenti alla radice localistici e non nazionalisti come quelli italiani, bavaresi e austriaci, di forze tradizionalistiche e non nichilistiche come i vari fascismi e nazismi, di posizioni politiche ultrademocraticistiche e mai dittatoriali, consolida il giudizio sull’assurdità di certi paragoni.

Certo non mancano posizioni rozze, tavlolta gravemente incivili in singole posizioni ora leghiste ora bavaresi ora austriache. Però finora il più articolato razzismo che ho visto in giro è quello antitaliano più che quello antiafricano: “scrocconi” “solo pizza e mandolino” “brutti, sporchi e meschini”. Un razzismo ben consolidato peraltro da quell’antitalianesimo sostenuto da un nutrito numero di italiani, che ha una lunga storia alimentata da un diffuso odio in certi ambienti contro la Chiesa cattolica, e da un distacco tra il cuore delle nostre élite e il popolo.

Per affrontare la realtà effettuale (compresi i tentativi che vanno fatti per salvare nelle forme che saranno possibili l’Unione europea) bisogna innanzi tutto riconoscerla per quella che essa è: la nostra è una fase storica non segnata (per adesso?) da una Guerra civile, bensì da logiche e dinamiche da stagione del Ballo excelsior, dall’idea che la politica sia un’attività marginale, dalla convinzione che il progresso sia inarrestabile e che basti non intralciare le sue regole di funzionamento per garantirne futuri incontrastati successi, dal presupposto che le guerre siano disturbi minori (dai Balcani all’Africa cento anni fa, dall’Ucraina all’Iran e al Nord Corea oggi), dalla certezza che la questione degli equilibri globali si risolva automaticamente (le difficoltà egemoniche del Regno Unito e l’emergere della Prussia -poi Germania- allora, quelle degli Stati Uniti e l’entrata da protagonista di Pechino nel mondo oggi). E così il disprezzo per il Parlamento con annesse scomuniche dei populisti di allora (in Italia i neri di Luigi Sturzo e i rossi di Filippo Turati).

Questo è il clima che stiamo vivendo, non quello degli anni Venti e Trenta segnati dal rancore di milioni di proletari mandati in guerra, dalle rivoluzioni e dalle controrivoluzioni, dal sorgere di feroci dittature: questa sarà la fase successiva che ci toccherà se la nostra incoscienza alimenterà comportamenti come quelli di inizio Novecento.

Questo clima di sonnambolica perdita di senso della realtà oggi produce le nuove “azioni parallele” che hanno come fondamento il perdere di vista le ragioni storiche e di civiltà che segnano le materiali costituzioni che i popoli europei si sono date. Come l’impero asburgico tende ad assumere una funzione nuova dopo la caduta di Costantinopoli e diventa essenziale baluardo antiturco fino all’assedio di Vienna che fa partire la reazione di roll back delle conquiste ottomane, e poi perde questo ruolo quando decina il potere dei sultani. Così le ragioni di fondo della comunità europea nascono dal contrapporsi all’impero sovietico, e si fondano ancor più che sul pur prezioso lavoro dei “padri fondatori” sulla Nato e il Piano Marshall.

Senza avere consapevolezza delle proprie origini e dell’inedita situazione che determina la fine della Guerra fredda, è difficile andare da qualche parte. Quei grandi uomini politici che sono stati François Mitterrand ed Helmut Kohl hanno provato a inventarsi una moneta unica che limitasse il problema che ha sconvolto tutto l’Ottocento, l’eccesso di peso della Germania unita nel Vecchio continente. Magari con un programma riformatore come quello pensato da Jacques Delors, e con leader tedeschi che sapessero che c’era bisogno di una Germania europea e non di un’Europa tedesca, forse si sarebbe aperta un’altra strada. Ahimé, ai Delors sono succeduti omuncoli come i Prodi e gli Juncker, a Berlino si sono affermati mediocri mercanti come Gerhard Schroeder e Angela Merkel, invece di statisti. E ora siamo dove siamo.

L’idea che tutto si potrà risolvere magicamente grazie all’intervento dell’isterico arrogante Macron e della Grande bottegaia di Berlino, è solo una favola per la buona notte. Lasciati senza una leadership degna di questo nome, i popoli hanno iniziato a muoversi: quel che avviene in Baviera, in Austria, in Ungheria, in Lombardia e in Veneto non ci parla di Hitler come pensa l’”isterico”, bensì del grande movimento controriformista che sfida le regioni protestanti che dalla loro hanno ripreso a organizzarsi dall’Olanda alla Svezia, agli stati baltici, all’Amburgo anseatica. Sono movimenti di cui è necessario leggere il segno per ragionare su come è possibile una ricomposizione magari confederale ma che certo non si risolvono con “il ministro unico delle finanze”, con un “fondo comune di stabilità” o altri escamotage tecnici.

Il punto è che o si trova un equilibrio tra gli stati o il proseguire alla cieca affidandosi all’amministrazione invece che alla politica (ragionate su quel che è successo in Spagna) finirà per generare sempre nuovo disordine: e in questo contesto va considerato come il nuovo soggetto che segna la scena globale, la Cina, per essere inserito in un contesto di ordine internazionale richiede un reale coordinamento dell’Occidente, considerando la Russia per le sue radici cristiane parte essenziale di questa impresa. L’Unione europea, sottraendosi ai giochetti da piccole potenze e da esosi commercianti dell’isterico e della grande bottegaia, deve comprendere che o collabora a questa partita o non riuscirà come un novello barone di Muenchausen a rimettersi in piedi tirandosi su dai propri capelli.

Questa è la partita ed è una partita particolarmente difficile da giocare, perché l’accoppiata del nichilismo tecnologico con quello della dittatura dei desideri, i due lati della politically correctness oggi stctenata, proprio come nella nietzschiana e positivista Europa di fine Ottocento. sta ottundendo un pensiero critico che nelle radici della morale naturale e nella razionalità del pensiero storico ha le sue basi.

In questo clima di declino intellettuale (come diceva Alan Bloom di “closing of american mind”) le rotture dell’ottusità critica imperante avvengono sempre più in forme rozze: già Ronald Reagan negli anni Ottanta e Silvio Berlusconi nei Novanta non scherzavano in questo senso, però potevano contare sul personale politico reduce dalla Guerra fredda.

Oggi i soggetti delle nuove rotture dell’ottusità dominante hanno uno stile ancora più scomposto, dai Trump ai Salvini, anche perché il pensiero unico ha fatto passi da giganti: un Camillo Ruini che negli anni Novanta difendeva le ragioni della morale naturale sarebbe oggi presentato come uno scherano di Viktor Orban, Oriana Fallaci che profetizzava l’invasione e la la nascita dell’Eurabia sarebbe trattata come una razzista salviniana. Mah!

Speriamo che, come avviene quando finisce una fase della storia dello spirito assoluto, nel tramonto che stiamo vivendo possa prendere il volo la nottola di Minerva, e le scarse forze culturali che resistono al pensiero unico possano esprimere tutta un’improvvisa (assolutamente indispensabile) vitalità.

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