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Non solo Gilet Gialli. Ecco chi sta facendo nero Macron

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Macron coronavirus in Francia

I Gilet Gialli in Francia. L’effetto anti Macron. E i subbugli potenziali in Italia. L’articolo dell’analista Francesco Galietti, fondatore della società Policy Sonar

La comunità finanziaria globale ha iniziato a interrogarsi sulle possibili ricadute di una battuta d’arresto dell’economia euro-continentale. Ecco perché.

Nei sistemi ad architettura stabilizzante il rischio di uno stop economico è quello di indurre – o accentuare – una forma di paraplegia politica, per cui leader eletti rimangono tali nella forma ma smarriscono la connessione empatica con il proprio popolo.

Si prenda il caso della Francia, in cui il modello semi-presidenziale assicura da sempre continuità istituzionale per l’intera durata del quinquennio di mandato. Ebbene: è difficile ignorare i fotogrammi di Parigi assediata dal popolo disperato dei «gilet gialli» i cui salari non bastano ad arrivare a fine mese; l’abbandono di Macron da parte dell’establishment notificatogli tre settimane fa con un articolo a pagina 2 del Financial Times interamente dedicato all’esaurimento nervoso di Macron.

Si consideri poi che Macron è stato eletto appena un anno fa, e che il suo crollo politico, finora solo virtuale, può tradursi in una batosta elettorale già alle Europee del maggio prossimo.

C’è dell’altro: è forte la sensazione che una parte dello stesso apparato di sicurezza d’Oltralpe abbia voltato le spalle all’inquilino dell’Eliseo. Per gli investitori sarebbe un segnale d’allarme gravissimo. Nel triage operato dagli investitori, infatti, la sintomatologia di disagio sociale è trattata con minore urgenza, pur precedendolo logicamente, rispetto al cosiddetto social unrest.

Il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha dunque toccato un nervo scoperto quando nelle scorse ore ha ricordato a Bruxelles che «la stabilità sociale vale più dei bilanci» facendo esplicito riferimento alle sommosse dei «gilet gialli».

Nei sistemi a elevata volatilità, come quello italiano, il più delle volte le legislature si concludono anzitempo e/o vedono avvicendarsi diversi esecutivi nello spazio della stessa legislatura. Si potrebbe pensare che, privati financo della crescita anemica avuta fin qui, gli italiani possano, in men che non si dica, soppiantare il voto a partiti anti-establishment a favore del fenomeno dell’extra-parlamentarismo, autentica bête noire di questori e prefetti di ogni epoca e luogo.

D’altra parte, non è l’Italia il Paese in cui il fenomeno dei forconi ha tenuto banco per tutto il 2012, dilagando dalla Sicilia a Torino e costringendo l’allora inquilino del Viminale Angelino Alfano a riferire urgentemente in Parlamento?

E i sondaggi che segnalano una percentuale molto consistente di elettori indecisi (36.2% nelle ultime rilevazioni di Ipsos, addirittura 42% per Tecnè) non sono forse la spia di un disagio sempre più profondo? Difficile dirlo con esattezza.

Si può ipotizzare che un certo tipo di elettorato, specie quello grillino, passi con grande facilità dallo stato «solido» a quello «gassoso». Può anche darsi che l’elevata indecisione derivi dal fatto che mancano ancora diversi mesi alle prossime elezioni. Ad ogni buon conto, la presenza al potere in Italia di forze anti-establishment attenua il rischio di social unrest.

Per molti aspetti si riallaccia a una tesi sostenuta a più riprese dallo stesso Beppe Grillo, che nei partiti come M5S vede un argine a violenza e protesta extraparlamentare. Analogo discorso vale per la Lega, che sembra essersi lasciata alle spalle il forconismo e il cui leader è al contempo vicepresidente del consiglio e ministro dell’Interno.

IL PROGRAMMA DEI GILET GIALLI ANALIZZATO DAL FILOSOFO OCONE PER START MAGAZINE

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