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Perché c’è poco da festeggiare col manifesto di Draghi e Macron per una nuova politica Ue

Italia Francia

Nessuna ammissione per gli errori delle politiche europee, indicazioni vaghe sulla riforma del Patto di stabilità, enfasi sulla spesa pubblica corrente (da tenere sotto controllo o da limitare?…). Il commento di Giuseppe Liturri

 

Mario Draghi ed Emanuel Macron hanno scelto il giorno della vigilia di Natale per lanciare sul Financial Times (tradotto poi sul Corriere della Sera) il loro manifesto per la riforma delle regole che governano la politica di bilancio degli Stati membri. Parliamo del complesso groviglio di regole nate nel 1997 con il Patto di Stabilità e Crescita e riformato nel 2012-2013 con gli altri regolamenti che vanno sotto il nome di two-pack e six-pack, oltre al Trattato sul Fiscal Compact.

Parliamo del set completo di arnesi che hanno fatto dell’eurozona l’area del pianeta, tra le economie avanzate, a più bassa crescita.

“Vaste programme!”, avrebbe commentato il generale Charles De Gaulle al termine della lettura. Infatti – dopo aver paradossalmente ammesso che la reazione alla crisi economica indotta dai lockdown è stata prevalentemente quella decisa e attuata dagli Stati nazionali, il cui debito è stato copiosamente acquistato dalla BCE – ammettono che le sfide dei prossimi anni richiedono nuovi obiettivi e nuovi strumenti.

Sono costretti a prendere atto che la transizione ecologica non si può affrontare in ciabatte, armati di secchiello e paletta. Gli investimenti richiesti sono ingenti e richiedono uno sforzo non gestibile con arnesi vecchi di 20 anni.

Quando però ci si avvicina alla “pars costruens”, si ricade sempre nei vecchi e consunti paradigmi del passato, che mancano completamente l’obiettivo:

Non c’è dubbio che dobbiamo ridurre i nostri livelli di indebitamento. Ma non possiamo aspettarci di farlo attraverso tasse più alte o tagli alla spesa sociale insostenibili, né possiamo soffocare la crescita attraverso aggiustamenti di bilancio impraticabili. Piuttosto, la nostra strategia è mantenere sotto controllo la spesa pubblica ricorrente attraverso riforme strutturali ragionevoli. Così come non abbiamo permesso che le regole ostacolassero la nostra risposta alla pandemia, allo stesso modo non dovranno impedirci di intraprendere tutti gli investimenti che sono necessari”.

Ancora una volta, abbiamo l’ammissione che quelle regole “hanno soffocato la crescita attraverso aggiustamenti di bilancio impraticabili”. E, ancora una volta, ciò avviene senza la minima ammissione di colpevolezza per le decisioni del passato. La parola “scusa” non appartiene al loro vocabolario.

Ma non solo. Hanno perfino l’ardire di ripetere il solito mantra dei tagli alla spesa pubblica. Questa volta limitata solo alle spese di parte corrente (ammantata da una traduzione “amichevole”), perché lo spazio per l’indebitamento deve essere riservato alla spesa per investimenti. Il modello deve essere quello del Next Generation UE, uno strumento lento e complesso che, dopo un anno e mezzo dalla decisione, stenta ancora a erogare le prime rate e si attesterà su un livello molto più basso dei 750 miliardi previsti. Insomma siamo alla riproposizione dei buoni propositi che si susseguono da anni: escludere dal computo le spese per investimenti. Nulla di nuovo. Abbiamo usato la parola “tagli” non a caso. Sul Corriere della Sera, la “traduzione di Palazzo Chigi” (curioso come il principale quotidiano italiano non trovi qualcuno per fare una traduzione indipendente) traduce il verbo inglese “curb” come “mantenere sotto controllo”. Quando, per consenso unanime di almeno una decina di anglofoni che abbiamo consultato, la traduzione è “contenere”, “tenere a freno”, “limitare”, “arginare per ridurre”. Insomma qualcosa che va più verso la compressione al ribasso che verso il mantenimento su un dato livello. Qualcosa di diverso, seppure non clamorosamente, dalla traduzione ufficiale, che però sì è presa una licenza proprio sul passaggio più delicato dell’intero articolo.

Se infatti, dopo anni, si ritiene che la soluzione sia solo dietro questo artificio da revisore contabile (spesa corrente o investimento a fecondità ripetuta nel tempo?), significa che la riforma semplicemente non esiste. Stipendiare meglio gli insegnanti, i ricercatori delle università, i medici degli ospedali, è spesa corrente o investimento? Vogliono davvero farci abboccare a questa classificazione contabile insulsa e mistificatrice? Pensavano di nascondere la cosa edulcorando la traduzione?

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