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Perché il fermento francese (anti Macron) potrebbe contagiare l’Europa

di

emmanuel Macron Fintech

L’analisi di Gennaro Malgieri, giornalista, saggista e scrittore

La Francia potrebbe diventare la polveriera dell’Europa. Cinquant’anni dopo il “maggio francese” che fece deflagrare la contestazione in tutto il Continente, la radicalizzazione delle proteste del movimento spontaneo “gilet gialli” non escluso che trascini l’ultimo presidente della Quinta Repubblica verso una deriva che inghiottirebbe perfino le istituzioni. Se il generale Charles De Gaulle nel 1968 riuscì a mobilitare la “maggioranza silenziosa” dei francesi contro i “sovversivi” che dalla Sorbona alla Concorde invocavano una nuova rivoluzione che poco aveva a che fare con i problemi universitari ed era animata oltre che propagandisti filocomunisti anche da intellettuali come Jan-Paul Sartre, Emmanuel Macron non godendo della fama e del carisma del suo lontano predecessore, difficilmente riuscirà a contrastare, ammansendoli, i manifestanti che nei giorni scorsi hanno messo a ferro e fuoco il Paese.

Privi di una guida riconosciuta, attaccati al web come si conviene di questi tempi, motivati da problemi cogenti come l’improvvido aumento dei carburanti deciso dal governo, con forte impatto economico sulla Francia rurale – quel mondo antico che ha sposato il moderno con grandi risultati per l’agricoltura e che si vede a rischio povertà dalle misure varate dal “presidente dei ricchi” – i “gilet gialli”, giubbotti catarifrangenti per farsi riconoscere, ma anche per marcare la lontananza da qualsiasi formazione politica, non lasceranno che le tracce della loro violenta protesta di sabato 24 novembre si disperdano e vengano presto dimenticate a Parigi, a Angers, a Henin-Beaumont, in Alsazia, nei piccoli centri del Midì. Il 1 dicembre, a meno di scenari che non si riescono ad immaginare al momento, i moti di rivolta riprenderanno, si spera senza esiti letali.

La Francia è sgomenta. La rabbia degli agricoltori si alimenta con quella del ceto medio tartassato dal fisco. Impiegati statali e piccoli imprenditori hanno scoperto il gioco di Macron e di lui non si fidano più. Può fidarsi l’Europa nelle cui contrade si profila il “contagio francese”? La scorsa settimana hanno fatto la loro comparsa in primi “gilet gialli” anche in Belgio. L’inquietudine, che per ora si mostra pacificamente nel dibattito pubblico, serpeggia perfino in Germania. In Italia sono i rappresentanti delle categorie produttive, il “partito del Pil”, la Confindustria, i sostenitori della realizzazione della Tav a mobilitarsi contro le manovre piuttosto contraddittorie, quando non spericolate, del governo gialloverde erodendone la credibilità.

Non è improbabile che i fili si leghino. Che coloro i quali hanno inteso rovesciare le vecchie élites nel nome del popolo, dimenticando che essi stessi, per natura sono destinati a formare nuove élites – il vecchio Vilfredo Pareto nel suo indimenticabile (purtroppo mai conosciuto dai neo-sovranisti e populisti Trattato si sociologia generale sosteneva che “la storia è un cimitero di aristocrazie” – dovranno acconciarsi a subire contestazioni mai prese in considerazione. Macron ha inteso, fidando sulla debolezza del sistema partitico, sfasciare la vecchia nomenklatura e c’è riuscito, ma a quale prezzo lo si vede e lo vede lui stesso dolorosamente oggi. “En Marche!“ era e resta un’accozzaglia di fuoriusciti, di residui rancorosi emersi dalle diaspore dei partiti tradizionali, sostenuto dall’alta finanza ha in Macron un leader lontano dalla gente. La quale, pur avendolo votato massicciamente soltanto poco più d’un anno e mezzo fa, ha fatto in fretta a disamorarsi di lui, delle sue improvvisazioni, del suo bonapartismo da operetta.

I risultati sono evidenti. E giustificano la sfiducia dei francesi che i sondaggi rivelano essere al più basso livello mai registrato, nello stesso torno di tempo, da un presidente: una media del 20%, pari a Marine Le Pen e di poco più sopra a quanto registra il leader di France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon corso in difesa della sua antagonista di destra, quando l’Eliseo ed il neo-ministro Christophe Castaner l’hanno accusata di fomentare gli scontri dei manifestanti con la polizia: uno squallido escamotage che non ha fatto certo crescere la stima per l’establishment presidenziale.

Ma la Francia è una “santabarbara”, evidenziata dai recenti avvenimenti, perché alla base della crisi di Macron vi sono problemi che al primo pretesto clamoroso, come è stato, dovevano necessariamente esplodere in tutta la loro evidenza.

(1.continua; la seconda parte si può leggere qui)

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