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M5S dalle stelle alle stalle?

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M5S

Tutte le ultime novità sul Movimento 5 Stelle dopo la bufera romana sul pentastellato Marcello De Vito, presidente dell’assemblea capitolina. I Graffi di Damato

 

Matteo Salvini è salito dalla pur improbabile gabbia degli imputati alle stelle e i suoi alleati di governo, i grillini, sono precipitati dalle stelle del loro movimento alle stalle. Dove li ha sprofondati, in particolare, l’arresto del presidente del Consiglio Comunale di Roma, Marcello De Vito. Che, pur espulso immediatamente dal capo del movimento Luigi Di Maio col plauso del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ammirato della “forza” e della “prontezza” del suo vice a Palazzo Chigi, resta lo stesso appiccicato alla storia del partito. Così come vi rimase nel 1992 al partito socialista Mario Chiesa, pur espulso dopo l’arresto per Tangentopoli e liquidato in piazza personalmente da Bettino Craxi come “un mariuolo”.

Va detto tuttavia che Chiesa era stato arrestato in flagranza di reato, dopo avere intascato banconote per tangenti segnate personalmente dall’allora sostituto procuratore della Repubblica Antonio Di Pietro perché potessero essere incontrovertibilmente riconosciute. De Vito è stato arrestato, e tradotto in tuta verso il carcere, per prove o indizi di corruzione ricavate da intercettazioni e tracce di due bonifici da un conto bancario in comune, al minuscolo, con un socio avvocato coinvolto nelle indagini su una serie di lavori e progetti edilizi nella Capitale riconducibili al costruttore Luca Parnasi. Che fu a suo tempo arrestato pure lui trascinandosi appresso, fra gli altri, l’allora presidente dell’Acea Luca Lanzalone: un avvocato genovese praticamente mandato a Roma dai grillini per assistere l’amministrazione comunale guidata con parecchie complicazioni da Virginia Raggi.

Le difficoltà mediatiche ma anche politiche dei grillini a causa della bomba pur metaforica esplosa in Campidoglio, a poche centinaia di metri da Palazzo Chigi, sono inevitabilmente destinate ad avvantaggiare ulteriormente all’interno della maggioranza gialloverde di governo il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno, già forte di suo per temperamento, per esposizione mediatica e per il raddoppio dei voti che va collezionando dall’anno scorso a livello locale e sondaggistico: un raddoppio destinato molto probabilmente ad essere confermato domenica prossima nella regione Basilicata e, soprattutto, a fine maggio in tutto il territorio nazionale con le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo.

La ciliegina, chiamiamola così, su questa torta di Salvini è stata appena messa dal Senato, in contemporanea con l’esplosione della bomba capitolina, con quella schiacciante maggioranza -237 voti favorevoli e 61 contrari, e tre sole dissidenze all’interno del gruppo grillino- che ha convalidato il no della competente giunta al processo per sequestro aggravato di persona chiesto dalla magistratura contro il ministro dell’Interno per la vicenda della nave “Diciotti”. Che è il pattugliatore della Guardia Costiera italiana attraccato nell’estate scorsa nel porto di Catania, dove il ministro fece ritardare di qualche giorno lo sbarco dei 170 migranti soccorsi in alto mare per avere il tempo di trattare e ottenerne la distribuzione fra vari paesi paesi europei e comunità come quelle religiose a disposizione, in Italia, della Conferenza Episcopale nazionale.

Salvini ha ringraziato alla sua maniera, con un cartello esposto in maniche di camicia dall’ufficio di ministro dell’Interno, non tanto i senatori che lo avevano appena “assolto” o “salvato”, per dirla con i suoi avversari, quanto gli elettori e, più in generale, il “popolo” leghista col quale lui si sente in sintonia e in collegamento continuo grazie ai mezzi moderni dell’elettronica.

Nell’aula del Senato invece Salvini si era presentato in abito completo, e scuro, distribuendosi accortamente tra i banchi del governo e quelli del suo gruppo, dove aveva preferito spostarsi per pronunciare il discorso di autodifesa al termine della discussione generale. Di quella “sceneggiatura” si era inutilmente lamentato con ironia l’ex presidente del Senato Pietro Grasso.

Un’altra ciliegina sulla torta di Salvini, in verità, l’ha messa l’insospettabile Procura della Repubblica di Agrigento, che era stata col ministro molto severa nella vicenda Diciotti. Ora essa ha confermato il sequestro della nave Mare Jonio, effettuato nel porto di Lampedusa dalla Guardia di Finanza dopo il soccorso in acque libiche e lo sbarco in terra italiana di una cinquantina di migranti sottratti fraudolentemente, secondo Salvini, alle competenze delle motovedette e delle autorità di Tripoli.

Le indagini in corso, col sequestro della nave e gli interrogatori dell’equipaggio, sono per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Come possano svilupparsi e concludersi è difficile dire in questo momento. Di certo Salvini è andato giù duro sin dal primo momento auspicando senza mezzi termini le manette ai polsi dei responsabili del soccorso, fra i quali c’è uno specialista della contestazione globale come Luca Casarini. Di cui il ministro dell’Interno ha ricordato i precedenti penali anche per sospettarlo di avere tentato un’operazione politica grazie alla coincidenza fra il clamoroso soccorso in acque libiche, e con una nave battente bandiera italiana, e le sedute del Senato sul processo ormai mancato per la vicenda Diciotti.

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