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Sinner

L’Italia avvilente degli Azzurri senza fame e quella esemplare di Sinner e della squadra olimpica

 Il fallimento degli Azzurri, lo stile di Sinner. Sport e non solo. Il taccuino di Guiglia

Se lo sport è lo specchio agonistico o semplicemente divertente della vita, perdere rientra nelle regole. La ricerca della felicità è un saliscendi continuo e la fortuna non arride sempre, se non, com’è noto, “agli audaci”. Le generazioni si formano all’insegna delle difficoltà e delle sofferenze, che preparano alle sconfitte.

Ma c’è modo e modo di cadere. I ragazzi della Nazionale che sono stati i protagonisti della storia peggiore di una Storia gloriosa (gli Azzurri hanno vinto 4 Mondiali; solo il Brasile ha fatto meglio di noi e la Germania come noi), troppo richiamano quella parte di gioventù affascinata dall’effimero: gli apericena, i social, i selfie e tutto ciò che fa prevalere l’apparenza, il vuoto, il niente rispetto all’essenza del vivere pienamente e consapevolmente.

C’è l’Italia sportiva di Sinner, di Jacobs, di Tamberi, di Arianna Errigo cioè di atleti che si impegnano dalla mattina alla sera, che si fanno ancora consigliare da mamma e papà, che sono attaccati al campo di battaglia più che alla video-dipendenza, e che sul campo di battaglia sono pronti, metaforicamente, a morire. “¡Hasta la victoria siempre!”, si potrebbe simpaticamente rievocare, solo per sottolineare quanto i nostri tennisti, non solo Jannik, il campione dei campioni, e quanto la nostra bella e importante squadra presto alle Olimpiadi di Parigi tengano a non sprecare un solo minuto della loro giornata pur di portare a casa il tanto agognato risultato che splenderà per sempre.

Poi c’è l’Italia sportiva di undici ragazzi (con eccezioni: Gigio Donnarumma su tutte) che hanno dato prova di fragilità d’animo, e non solo di gambe. Che non correvano o correvano in ritardo e alla rinfusa. Che parevano non esaltati, ma spaventati dal privilegio di indossare la maglia della Nazionale e della Nazione. Ragazzi senza quel fuoco dentro che non garantisce, è ovvio, il successo, ma che almeno non lascia rimpianti: ho fatto tutto ciò che potevo e dovevo. Il dolore e l’onore del sacrificio.

Ecco il punto: gli Azzurri non hanno dato l’idea di voler metaforicamente morire sul campo.

Sarebbe troppo facile sparare sulla croce mai così bianca e notare la differenza tra giovanotti che navigano nell’oro, coccolati dal cieco fanatismo delle curve, pieni di procuratori e di tatuaggi e gli altri sportivi “alla Sinner”, che vanno alla partita e alla sfida secondo l’encomiabile comandamento di Jannik: o vinco o imparo. Qui non hanno vinto e non hanno imparato. Da dieci anni non hanno ancora imparato niente, visto che l’Italia è l’unico grande Paese a non essersi qualificato per ben due volte consecutive a un Mondiale, e che l’Europeo vinto a Londra, nel 2021, rappresenta la classica eccezione che conferma la regola.

Dopodiché, tutto si può dire, anche dello scandalo di una serie A in cui i calciatori italiani rappresentano solo un terzo nelle squadre, e non per ragioni culturali o sportive, ma perché ai club conviene economicamente ricorrere a giocatori stranieri. I quali, se fossero come Maradona, Gullit o il Ronaldo di allora, sarebbero pure un buon investimento.

Però se la mediocrità generale degli stranieri acquisiti compromette la crescita dei vivai casalinghi, l’investimento, oltre che sbagliato, è pure suicida. E poi ci si lamenta se il talento italiano fatica a venir fuori.

Ma alla base di tutto c’è la mancanza di fame. Non hanno fame, questi undici beniamini. Fame per vincere o per imparare. Rispecchiano una parte della giovane generazione d’oggi, seduta e imbambolata dalle banalità degli “influencer”.

Noi tifiamo per l’altra parte, per quegli Azzurri di cuore, sudore e lacrime così ben descritti da una frase del cantautore Jim Morrison: “A volte il vincitore è semplicemente un sognatore che non ha mai mollato”.

(Pubblicato sul quotidiano Alto Adige)

www.federicoguiglia.com

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