Fatti, nomi, scazzi e scenari nel campo largo... Il corsivo di Battista Falconi
Matteo Renzi è un furbacchione, lo sapevamo già perfettamente prima che lo confermasse lanciando come una bomba Silvia Salis, allo scopo di detonare il copione delle primarie tra le opposizioni, esplosivo e mesto al tempo stesso. Per qualche giorno, le sinistre possono distrarsi dal tormentone anti-meloniano e concentrarsi su quello loro consueto dell’autolesionismo, rinnovando il tema morettiano del “continuiamo così, facciamoci del male”.
Certo: se guardiamo allo stile, tra quella pesciarola ripulita di Giorgia e quella cozza lesbica della Schlein, per definirle con gli epiteti insultanti che piacciono ai nostri tempi social, è chiaro che l’eleganza avvenente dell’ex atleta genovese spicca. Lo capiamo tutti e lo sa bene l’ex premier fiorentino, forte del vantaggio disapere che il ritorno a Palazzo Chigi gli è sicuramente precluso. Un vantaggio, sì, in questa fase paradossale, in cui la politicapunta quasi più a perdere che a vincere, a vivacchiare sui banchi contro, con la dichiarazione del giorno, anziché a governare un caos interno e internazionale sostanzialmente irrisolvibile.
È per questo che, alla fine, la battaglia la potrebbe tentare uno che invece ancora crede alla politica di governo, avendola praticata a lungo con successo. E che in questo momento, per restare ai dubbi morettiani (Nanni resta il miglior cantore dei perdenti paradigmi progressisti), preferisce non farsi notare e starsene in disparte. Ci riferiamo ovviamente a Stefano Bonaccini, emigrato da Bologna a Strasburgo senza quasi passare da Roma, attento a dosare i suoi sporadici e veloci interventi, come quello rilasciato oggi al Giornale, nell’auspicio di ascendere dalla presidenza PD alla leadership di coalizione senza passare dalla segreteria del partito.
Più stile che sostanza, insomma. Per capirci, la tattica che usa anche Calenda, il quale però come aspirante premier è “bruciato” quanto Renzi. L’ex governatore emiliano pare invece l’unico sopravvissuto presentabile come amministratore del condomino nazionale, specie dopo che Sergio Cofferati si è suicidato per via referendaria, lezione che Meloni avrebbe dovuto memorizzare. L’ex leader cigiellino, poi, non è proponibile anche per ragioni anagrafiche: per i vecchi c’è semmai il Quirinale, non Palazzo Chigi.
Nel frattempo, della Salis che sarà? Probabile che lo stile non le basti. Siamo vittime di un’illusione, di una distorsione ottica, soprattutto noi boomer cui l’algoritmo propone i reel nostalgici.Da Montanelli a Craxi, sembrano tutti gran signori, forse non condividi quanto dicono ma che sobrietà, che pacatezza… Ma le cose non stanno così. La politica e la società di ieri sono genitrici di quelle odierne, non siamo e non stiamo peggio della prima repubblica, le succediamo. Quei signori (sono quasi tutti maschi) in bianco e nero, oggi, cederebbero come noi al ritmo accelerato dello scrolling, rilascerebbero battute occasionali, urlerebbero nei talk.
Certo, la destra espone cafoni planetari impresentabili, da Trump a Orban che oggi se la vede contro Magyar: la democrazia ungherese ed europea non ha trovato di meglio, da opporgli, che un discutibilissimo secessionista. Ma lo stile non basta. Mattarellaè venerato come presidio anti-meloniano, ma il cordone di piaggeria che lo protegge da qualunque critica sta incrinandosi dopo la grazia sgradita a Nicole Minetti, l’igienista dentale del Cavaliere. Che per le sinistre rimane il padre di tutti i mali del nostro Paese, estetici e non.