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Libia, ecco come Sarraj grazie a Erdogan ha scacciato Haftar

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Erdogan

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Con la nuova e vittoriosa offensiva degli ultimi giorni delle milizie del GNA di Tripoli contro l’esercito rivale di Khaliha Haftar, si può dire definitivamente conclusa una delle ultime fasi della guerra civile libica, anche se non mancano i presagi di un nuovo e ancor più sanguinoso inizio.

Con la riconquista mercoledì dell’aeroporto militare di Tripoli, ma ancor più ieri con l’entrata esultante delle forze leali ad al Sarraj a Tarhouna e Al Dawon, ultime roccaforti di Haftar in Tripolitania, è di fatto fallita l’offensiva lanciata l’anno scorso dal LNA per espugnare la capitale e sostituirne il governo.

“Il nemico è in fuga”, ha scritto il colonnello Muhammad Qanunu, portavoce dell’esercito libico, sulla pagina social dell’operazione Vulcano di Rabbia: “L’intero confine amministrativo della città di Tripoli è ora sotto il nostro controllo insieme alle città di Ain Zara e Wadi al Rabi”.

Fondamentale risulta la presa di Gharian, il noto bastione gheddafiano di Tarhuna che è stato sin dall’inizio dell’offensiva haftariana 2019 la più importante base logistica per rifornire i combattenti che stringevano d’assedio Tripoli.

È caduta ieri, oltre che per i meriti militari di una coalizione che i rifornimenti turchi hanno reso assai temibili, grazie all’accordo sottoscritto secondo il quotidiano La Repubblica “dalle milizie di Tripoli con gli anziani della città e il gruppo noto come “Settima Brigata” che da molti in realtà è considerato semplicemente una banda criminale”

Sul fronte opposto, fonti del LNA confermavano il ritiro dei propri effettivi sia in direzione Est verso Sirte che verso l’ormai famosa base di al-Jufra più a sud dove da una decina di giorni sono presenti gli aerei che Vladimir Putin ha inviato sul posto a dar man forte al Maresciallo in difficoltà.

LA parola ritirata non è stata comunque tra quelle pronunciate dal portavoce dell’LNA, Al Mismari, che ai media ha parlato di una semplice mossa tattica per dare una chance alle trattative di pace che a partire da martedì saranno condotte da Unsmil, la missione Onu in Libia.

Ma la possibilità che a partire da martedì le armi tacciano e riprendano le trattative mediate dalle Nazioni Unite è smentita dalle parole e dai fatti di tutti i protagonisti di questa vicenda.

L’apparente sconfitto ha pensato bene di fare tappa dall’alleato egiziano Abdel Fattah al-Sisi, con il quale condivide la linea del diniego di ogni compromesso e avrà certamente concordato le sue contromosse per arginare quella che il Maresciallo ha definito “invasione ottomana”.

Dal canto suo, il premier di accordo nazionale Fayez al Sarraj è volato dal suo sponsor ad Ankara, Recep Tayyp Erdogan. per inneggiare ai successi di questo ultimo periodo e annunciare che sono solo le prime battute di un progetto complessivo di riconquista.

Nessun accordo è possibile con “un golpista” e un “criminale di guerra”, ha detto il premier al cospetto del suo ospite riferendosi ad un uomo, Haftar, che viene indicato come colui che, in combutta coi suoi alleati internazionali, ha voluto “un bagno di sangue” in Libia della cui pacificazione egli resta dunque “il principale ostacolo”.

È un abbraccio completo ormai, quello tra Erdogan e Sarraj, che oltre ormai ad una salda cooperazione militari vantano varie intese in numerosi campi, non ultimo lo sfruttamento da parte della Turchia delle acque a sud di Cipro:

“Il nostro obiettivo”, ha dichiarato non a caso il presidente turco, “è far progredire la nostra cooperazione, tra cui l’esplorazione e la perforazione, per beneficiare delle ricchezze naturali nel Mediterraneo orientale

Ma il vero problema della Libia è che appare quanto mai difficile una de-escalation del conflitto con così tanti attori in campo, ciascuno con i propri interessi da tutelare, le proprie posizioni irremovibili e soprattutto la presenza di asset militari capaci di garantire una prosecuzione a tempo indeterminato della guerra.

Chi non crede infatti ad un improvviso rasserenamento della situazione, scommettendo piuttosto sul riattizzarsi delle ostilità, è Emadeddin Badi, senior fellow all’Atlantic Council.

“La Guerra non è finita”, ha commentat0 sul New York Times Badi,, ritenendo che adesso “ognuna delle parti – interne ed esterne – cercherà semplicemente di ricalcolare la propria posizione”.

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