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Libia, Macron, Camm.Er e non solo. Cosa (non) dice il Consiglio Supremo di Difesa

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Il commento dell’analista Arcangelo Milito sui temi trattati nella riunione di ieri del Consiglio Supremo di Difesa

Lunedì 11 novembre 2019 al Quirinale si è riunito il Consiglio Supremo di Difesa. Oltre al presidente Sergio Mattarella, hanno partecipato: il presidente del Consiglio dei Ministri Conte, i ministri Di Maio, Lamorgese, Gualtieri, Guerini, Patuanelli. Ha presenziato anche il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Gen. Enzo Vecciarelli.

Il comunicato finale diramato dal Quirinale ha sintetizzato la discussione dei vari scenari, durata circa 2 orette o poco più, dalla partecipazione dei militari italiani alle missioni internazionali alla situazione nel Vicino Oriente, con particolare attenzione alla Siria e al terrorismo. Inoltre, si è parlato di Libia e delle politiche di spesa per la difesa, dell’ammodernamento dello Strumento Militare e le necessarie risorse finanziarie, assieme alle sinergie con il comparto industriale della difesa in Italia.

A voler essere realistici, l’impressione che se ne ricava è un supremo esercizio di cerchiobottismo italico, con adeguato grado di ambiguità e vaghezza su molte questioni, salvo alcune eccezioni e punti fermi:

Bisogna rifinanziare le missioni militari all’estero. In lingua corrente italiana suona come un monito a parte della maggioranza (pensiamo a certuni M5s, Pd e LeU riottosi in materia). A oggi non risulta una seria riflessione o rapporto costi/benefici strategici sull’impegno di circa 6-7.000 militari italiani sparsi per il mondo. Il Parlamento rinnova il finanziamento delle missioni quasi per inerzia, senza pensarci troppo.

Sempre il Consiglio Supremo di Difesa oggi auspica la “solida coesione tra gli alleati”, per evitare di “disperdere gli importanti successi conseguiti” nella lotta al terrorismo in Vicino Oriente. Vien da chiedersi se sia un messaggio ambivalente ai politici Usa, prossimamente impegnati nella nuova corsa presidenziale, alla Francia e alla Turchia, che sono pur sempre Stati membri della Nato.

Nel comunicato quirinalizio si fa ampio ricorso al cerchiobottismo con particolare maestria quando si auspica la “ricerca della più ampia convergenza e multilateralità delle politiche di sicurezza e difesa”. Questo riferimento non è casuale, vista la recente sparata del presidente francese Macron sulla “morte cerebrale della Nato”, che si vuole in crisi di identità e strategica, secondo un giudizio che un certo establishment politico-mediatico americano (vedi Washington Post, per esempio) curiosamente condivide. In pratica, si afferma che vista la preminenza francese in Europa, la svolta europeista di questo Esecutivo M5s-Pd, nel settembre 2019 l’Italia ha aderito alla “European Intervention Initiative – EI2” e si presume vi sarà qualche contratto per armamenti franzosi.

Le dichiarazioni del ministro della Difesa Guerini al riguardo sono un capolavoro di dialettica, se non capriole logico-politiche: “Questa iniziativa è nata da una forte volontà politica e intende rafforzare la Ue e la Nato, entrambe indispensabili a garantire la sicurezza dell’Europa e degli europei”. Come ha correttamente scritto Gianandrea Gaiani su Analisi Difesa, “in realtà l’European Intervention Initiative non solo non rafforza Pesco e Nato ma persegue l’obiettivo di Parigi di sviluppare uno strumento militare multinazionale europeo, ma sotto comando francese, per far fronte a crisi militari e calamità naturali sia a livello di analisi e pianificazione sia di intervento sul campo”.

Sempre il Consiglio Supremo di Difesa ha trattato la spinosa situazione in Libia e riconosce la “necessità di superare le criticità che impediscono la ripresa del dialogo”. Qui tutto risulta assai vago e denota un serio vuoto decisionale: l’Italia non sembra avere una posizione chiara e convinta di appoggio al premier del GNA Fayēz al-Sarrāj, teoricamente nostro alleato, ma che in realtà è aiutato più seriamente e fattivamente dalla Turchia con consiglieri militari, droni, munizioni e altro.

In sintesi, l’Italia non pare avere un chiaro piano d’azione sulla Libia, sembra più al rimorchio degli eventi che al governo degli stessi e subisce le puntuali ondate di migranti in sbarco sul territorio nazionale. Il fatto che la Germania organizzi a Berlino una conferenza internazionale sulla Libia e la pacificazione del Nordafrica per dicembre 2019 la dice lunga sul fallimento sostanziale di quella tenuta dal Governo Lega-M5s a Palermo nel novembre 2018. Per parte sua, girano voci insistenti su ‘aiutini’ russi per il generale cirenaico Khalīfa Ḥaftar sotto forma di contractor privati e altro. Insomma, perfino al CSD si scrive fuffa per nascondere il vuoto decisionale reale. Non c’è alcuna parola definitiva/piano operativo sul disarmo dei clan e delle milizie mafiose libiche che vivono e prosperano con traffici illeciti di armi, merci di contrabbando, carburanti e buoni-spesa e che imperversano fra Libia, Malta e Mediterraneo da anni.

Infine, il CSD auspica maggiore “integrazione interforze”, “certezza e continuità delle risorse” e al fine di conseguire una “efficace sinergia con il comparto industriale nazionale”. Se possiamo tradurre in lingua italiana corrente, dai vertici più alti si dichiara: il Parlamento cacci fuori la grana per garantire risorse certe e sostegno politico al fine di assicurare “una coerente e lungimirante politica di modernizzazione dello Strumento Militare”, senza tergiversare (a partire dagli €95 milioni per i missili CAMM-ER prodotti da Mbda Italia ed Mbda Uk, prossimamente in discussione in Commissione Difesa alla Camera).

In qualsiasi Paese una coerenza e sinergia di risorse finanziarie e programmazione strategica sarebbero elementi scontati e implicitamente necessari alla politica dello Stato, ma ciò – purtroppo – non pare caratteristica dell’Italia.

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