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Vi spiego cosa rischiano Italia ed Eni con la Turchia in Libia. L’analisi di Gaiani

di

Erdogan

Sostenendo Sarraj in Libia, la Turchia potrebbe puntare a breve termine al ritiro dei militari italiani e poi ad acquisire, con proprie compagnie e a spese dell’Eni, le concessioni per l’estrazione di gas e petrolio in Tripolitania. Il commento di Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa

 

Grazie alla sua egemonica influenza sul Gna, Ankara potrebbe puntare a breve termine al ritiro dei militari italiani dalla Libia e successivamente ad acquisire, con proprie compagnie e a spese dell’Eni, le concessioni per l’estrazione di gas e petrolio in Tripolitania.

Senza contare il ricatto che Erdogan potrebbe esercitare sull’Italia minacciando di lasciare via libera ai trafficanti di esseri umani anche sulla “rotta libica” come già minaccia di fare su quella balcanica.

Il ministro della Difesa italiano, Lorenzo Guerini, ha espresso la vigilia di Natale a Erbil (Iraq) al Corriere della Sera la necessità che i Paesi europei “impongano il cessate il fuoco” in Libia.

“L’opzione militare in Libia ha dimostrato che anziché risolvere i problemi li ha aggravati. C’è bisogno di una forte iniziativa diplomatica europea che per essere efficace non può che passare anche dall’imposizione di un cessate il fuoco” ha aggiunto Guerini, in visita al contingente italiano schierato in Iraq nell’ambito dell’operazione Prima Parthica.

Il ministro non ha menzionato l’ipotesi di una “no-fly zone” di cui si discute un po’ confusamente in ambito Ue e che secondo alcune indiscrezioni dovrebbe vedere impegnati caccia tedeschi, francesi e italiani (forse col sostegno di aerei Awacs e tanker britannici) per impedire azioni di guerra aerea su un’area limitata ma finora imprecisata del territorio libico.

Con ogni probabilità si tratterebbe della regione di Tripoli e forse di Misurata, aree maggiormente bersagliate da caccia e velivoli teleguidati che appoggiano l’Esercito Nazionale Libico (LNA) del generale Khalifa Haftar.

L’obiettivo dichiarato è dare il via a negoziati per interrompere i combattimenti ma, come si accennava poco sopra, il progetto è un po’ confuso e non sembra molto credibile.

Intanto occorre intendersi sui termini utilizzati. Imporre il cessate il fuoco significa usare la forza militare. Se occorre “imporre” allora è necessario smetterla di ripetere che non c’è soluzione militare (ma solo politica) alla crisi libica perché in realtà si sta affermando l’esatto contrario.

Aspetto quanto meno curioso tenuto conto che l’Italia si è fatta abbattere il 20 novembre un velivolo teleguidato Reaper dalle difese aeree di Haftar apparentemente senza reagire e, per quanto se ne sa, senza neppure pretendere la restituzione del relitto e degli equipaggiamenti imbarcati.

Quando il premier Giuseppe Conte afferma, come ha fatto durante la conferenza stampa di fine anno, che “anche una no-fly zone” sulla Libia “può essere uno strumento per raggiungere un obiettivo: la cessazione immediata delle ostilità” si rende conto che interdire con aerei armati anche una sola porzione di spazio aereo a uno o a tutti i contendenti libici è un atto di guerra?  Si può fare, per carità, ma prima di avviare operazioni militari sarebbe meglio dichiararle come tali così come prima di infilarci in una guerra sarebbe il caso di decidere da che parte stare.

Conte ha ribadito che l’Italia “appoggia convintamente l’iniziativa di Berlino. Cerchiamo di dissuadere chi pensa che con mezzi militari si possa raggiungere un risultato” ma se punta sulla no-fly zone allora si iscrive anche lui alla lista di chi punta sulle armi per risolvere quella crisi.

Siamo pronti a tornare a combattere in Libia sotto l’egida della Ue dopo i danni che abbiamo provocato nove anni or sono sotto le bandiere della Nato?

In tal caso qualcuno ci spieghi come vogliamo intervenire e e al fianco di chi ci schieriamo. In attesa di chiarimenti dal governo proviamo a fare qualche ipotesi.  Appare fin d’ora chiaro che si valuti al massimo un’operazione limitata all’impiego di forze aeree, senza cioè quei soldati sul terreno (boots on the ground) che tanto spaventano le cancellerie di un’Europa ornai incapace di combattere persino i terroristi islamici che ha in casa, figuriamoci agguerrite milizie jihadiste oltremare.

Per imporre la fine delle ostilità stiamo quindi valutando di proteggere Tripoli e il governo di accordo nazionale con una no-fly-zone che impedisca l’azione ai velivoli di Haftar?

Questo significherebbe schierarsi con il Governo di accordo nazionale (GNA) e soprattutto al fianco della Turchia che sta inviando i suoi migliori militari (forze speciali e consiglieri) e i suoi peggiori tagliagole (miliziani siriani già distintisi per crimini di guerra a Idlib, Aleppo e nel Rojava curdo) in Tripolitania.

Opzione non proprio in linea con i nostri interessi nazionali e difficile da far digerire ai greci (che a dire il vero dall’Europa hanno già subito fin troppe batoste in questi anni) ma alla stessa Ue che ha condannato il memorandum turco-libico che espande le zone economiche esclusive marittime proprio con l’obiettivo di bloccare il gasdotto EastMed strategico per l’Unione Europea.

In base a queste valutazioni dovremmo quindi schierarci con Haftar e il governo della Cirenaica che con Egitto, Cipro e Israele affianca la Grecia nel condannare l’intesa tra Ankara e Tripoli?

Anche questa opzione è resa improbabile dal fatto che l’Italia ha troppi interessi in Tripolitania (gas dell’ENI e controllo flussi migratori illegali in testa), dove schiera anche circa 400 militari, per abbandonare il GNA.

Che facciamo allora? Attuiamo una no-fly zone contro tutti abbattendo droni e velivoli dell’LNA ma anche del GNA, cioè quelli turchi e quelli emiratini? Anche questa opzione pare improponibile.

In ogni caso mentre l’Europa si dibatte tra scelte impossibili e opzioni impraticabili c’è chi fa sul serio. I turchi stanno mandando mezzi, munizioni, mercenari jihadisti arruolati nel nord della Siria (sotto controllo turco) e pagati 2mila dollari al mese (più benefit) per combattere in Libia sotto le bandiere del GNA e della Fratellanza Musulmana e presto forse invieranno a Tripoli una brigata motorizzata dell’esercito regolare.

Sull’altro lato della barricata, Haftar riceve nuove armi e aiuti da emiratini ed egiziani, sembra disporre di contractors russi e arruola migliaia di mercenari sudanesi.

(Estratto di un articolo pubblicato su Analisi Difesa, qui la versione integrale=

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