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Libia, ecco come Haftar vuole azzoppare l’Italia

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Libia haftar

Che cosa cela in Libia il caso del sequestro da parte delle autorità libiche di due pescherecci di Mazara del Vallo. Il commento dell’ex capo di Stato maggiore della Marina, ammiraglio Giuseppe De Giorgi, tratta dal suo blog

 

CHE COSA SUCCEDE IN LIBIA

È già trascorso un mese da quando, dalle pagine del mio blog, denunciavo la vicenda del sequestro da parte delle autorità libiche di due pescherecci di Mazara del Vallo (l’Antartide e il Medinea) con il loro equipaggio, composto in totale da 18 marinai, di cui 8 nostri connazionali, che sono ormai rinchiusi agli arresti domiciliari da più di quattro settimane e, secondo quanto detto dal generale Mohamed al Wershafani, in attesa di processo.

I RISCHI PER L’ITALIA

In chiusura dell’articolo avevo ribadito la pericolosità dell’avvenimento (sebbene non sia il primo caso del genere) poiché ci avrebbe dovuto far riflettere sull’importanza della questione marittima in relazione alla guerra in Libia e sulla necessità di attuare un piano governativo interministeriale per stabile la giusta strategia marittima da adottare a livello nazionale, eppure, ad oggi, i nostri pescatori sono ancora prigionieri in Libia e non solo è il segnale che qualcosa non sta andando come dovrebbe, ma è anche la prima volta che ci troviamo davanti a un tempo tanto lungo per giungere a una risoluzione, il che non fa presagire nulla di buono. Il tutto, tra l’altro, in un assurdo e imperdonabile silenzio generale, come se ci si fosse già dimenticati di tutta la vicenda.

IL CASO DEL SEQUESTRO

Ricordo che i marinai che sono “in attesa di processo” si trovano lì poiché avrebbero pescato in acque considerate libiche, libiche però soltanto per la Libia, in quanto gli accordi internazionali vigenti, «regolati soprattutto dalla carta di Montego Bay, riconoscono come acque territoriali soltanto quelle poste a 12 miglia dal punto di costa, oltre le quali poi inizia la Zona Economica Esclusiva (Zee). La Libia, però, delimita la propria Zee non dalla costa di Sirte, bensì da una posizione molto più avanzata rintracciata da un’ideale linea che congiunte Misurata e Bengasi».

I DUE PESCHERECCI

Ecco perché quando i nostri pescherecci si trovano in quelle acque, pur avendone pienamente diritto secondo le norme internazionali, vengono però trattati da fuori legge dai libici che li considerano come degli intrusi che si insinuano nelle acque unilateralmente considerate territoriali.

LE MOSSE DI HAFTAR IN LIBIA

Sia come sia, è un fatto che i due equipaggi sequestrati dal Libyan Nation Army (ossia l’esercito di Haftar) vengono utilizzati dall’uomo forte della Cirenaica per mettere sotto scacco l’Italia e portare avanti un vero e proprio ricatto, secondo quanto emerge dalle dichiarazioni del generale Khaled al Mahjoub, uomo molto importante dell’LNA, che ad Agenzia Nova ha dichiarato che: «Il comandante Haftar rifiuta di rilasciare i pescatori italiani detenuti a Bengasi prima di liberare i giovani libici che le autorità italiane hanno condannato a trent’anni di reclusione con l’accusa di traffico di esseri umani». La menzione a questi giovani libici fa rifermento ai calciatori Alaa Faraj al-Maghribi, Abdel-Rahman Abdel-Monsef, Tariq Jumaa al-Amami e Mohamed Essid, tutti e quattro condannati in Italia per traffico di esseri umani.

LE MIRE DI HAFTAR CONTRO L’ITALIA

Questo ricatto ci mette in una posizione ancora più delicata e complessa di come ci si prospettava inizialmente. Haftar ha intenzione di far capitolare l’Italia, farsi consegnare i quattro calciatori ed essere così riconosciuto dai connazionali come l’unico vero leader che è nella condizione di poterne garantire la sicurezza e difenderne gli interessi. Per Haftar, infatti, è di fondamentale importanza riacquistare la fiducia della popolazione, vista la perdita di consenso degli ultimi mesi nei quali si sono svolte numerose proteste e manifestazioni a causa del peggioramento costante delle condizioni di vita nell’est della Libia.

ITALIA ANELLO DEBOLE?

Il protrarsi del sequestro dei marinai sta creando, insomma, l’ennesima crepa che connota l’Italia come l’anello debole tra tutti gli attori presenti in Libia e più in generale nel Mediterraneo, oltre a dimostrare la scarsa voce in capitolo che il nostro Paese possiede in una vicenda che lo riguarda da così vicino e che, ad un mese di distanza dal suo inizio, ancora non accenna a trovare una risoluzione.

CHE FA DI MAIO?

Per quanto il Ministro Di Maio abbia rassicurato, a parole, sull’alacre e continuo lavoro per riportare i pescatori in Italia (questa la sua dichiarazione a “Porta a Porta”: «Stiamo sentendo diversi paesi e attori internazionali che hanno in influenza su quelle parti. Non accettiamo ricatti. Lavoriamo senza dare tempistiche per riuscire a riportarli a casa il prima possibile», nella prassi sembra che non si stia smuovendo assolutamente nulla e soprattutto i toni e le parole vaghe ed esageratamente misurate ci fanno apparire, come purtroppo accade sempre più di frequente, come il “ventre molle” del Mediterraneo.

IL SILENZIO SCONCERTANTE DELLA POLITICA

Ancora più intollerabile, poi, che il tutto si svolga, come accennavo all’inizio, nel quasi completo silenzio dell’opinione pubblica e di entrambe le parti politiche in apparenza totalmente indifferenti al fatto che 18 lavoratori di pescherecci italiani sono ancora, dopo più un mese, sotto sequestro. Da entrambe le parti politiche arriva un assordante nulla: proprio quelle stesse, tra l’altro, che di solito fanno a gara nella strumentalizzazione delle questioni più spinose, con quella che ormai mi sembra una sorta di empatia a comando pronta a venire fuori solo quando si può trarre da una presa di posizione un ritorno mediatico.

CONCLUSIONE

Dobbiamo fare qualcosa. Non c’è ulteriore tempo da perdere. Questo atteggiamento attendista, tentennante, ambiguo e vago non fa altro che arrecare danno alla nostra reputazione come Paese, facendoci perdere di credibilità e di potere di contrattazione nelle questioni internazionali. E questa è una di quelle. Abbiamo molto da perdere, non solo la faccia, ma soprattutto la vita di 18 persone.

 

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