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Libano, che cosa succederà all’economia dopo le dimissioni del governo Diab

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Libano beirut

Il premier Diab ha evocato la metafora del “terremoto”, che lo ha costretto a “fare un passo indietro, per unirci tutti alla gente”. La sintesi della situazione politica in Libano

Crisi, confusione e stallo in Libano. dopo le dimissioni del governo.

“Cosa succede adesso? Non lo sa nessuno, assolutamente nessuno. Ci sono manovre già messe in piedi da ciascun gruppo politico, da ogni singolo aspirante a un pezzo di potere libanese. E poi ci sono i giocatori esterni, Stati Uniti e Francia da una parte; Iran, Turchia, Arabia Saudita e anche Russia in ordine sparso”.

E’ questo lo scenario che si apre in Libano secondo l’inviato di Repubblica Vincenzo Nigro dopo le dimissioni del governo libanese di Hasan Diab, sostenuto fortemente dagli Hezbollah filo-iraniani.

“Diab cade sotto il doppio colpo finale dell’esplosione al porto del 4 agosto e delle proteste di piazza degli ultimi tre giorni. Le stesse proteste iniziate ad ottobre avevano già fatto cadere il governo precedente, quello di Saad Hariri, il sunnita figlio del miliardario Rafiq ucciso dai siriani con una bomba nel 2005”, scrive Nigro.

CHE COSA SUCCEDE IN LIBANO

Se la scelta di Diab non era obbligata, poco ci mancava. Tra domenica e lunedì avevano già annunciato di voler abbandonare il governo quattro ministri (Giustizia, Informazione, Ambiente e Finanze) e il 3 di agosto li aveva preceduti quello degli Esteri, furenti per la corruzione endemica e l’inazione del Governo davanti alla crisi.

LE PAROLE DEL PREMIER DIMISSIONARIO

Il premier stesso ha evocato la metafora del “terremoto”, che lo ha costretto a “fare un passo indietro, per unirci tutti alla gente”. Un discorso pronunciato mentre la rabbia della gente proseguiva, per la terza serata consecutiva. nell’area di Piazza dei Martiri e delle vie super-protette del Parlamento.

IL COMMENTO DEL SOLE 24 ORE

“Ancora prigioniero delle logiche settarie e confessionali (in Libano il premier deve essere musulmano sciita, il capo del Parlamento sciita, ed il presidente della Repubblica cristiano maronita), e di una spartizione dei poteri che spesso e volentieri è ricorsa alla corruzione, questo Governo Diab non aveva praticamente fatto nulla. Il governo Diab – il quarto in quattro anni – è stato sempre sotto assedio, fisico, da una piazza in rivolta dall’ottobre scorso. E questo nel contesto di una crisi socio-economica senza precedenti, aggravata dalla pandemia del Covid, e segnata dal collasso finanziario. Proprio Diab aveva dovuto annunciare, a marzo scorso, il default del sistema libanese”, ha commentato il Sole 24 Ore.

LA CORRISPONDENZA DI REPUBBLICA

“Sostenuto da un’alleanza degli sciiti di Hezbollah e Amal con i cristiani del presidente Aoun, il governo aveva all’opposizione gruppi settari e politici che in 30 anni hanno fatto parte fino in fondo del sistema di spartizione. I drusi di Jumblatt, i cristiano- maroniti Gemayel e Geagea per anni sono stati al potere, adesso sparano sul governo caduto. Tutti insieme, in un continuo gioco di ruolo. Con una sola differenza costante: la continua crescita, progressiva, di peso e ruolo politico-militare di Hezbollah”, si legge nella corrispondenza di Nigro da Beirut.

L’INAZIONE DEL PREMIER

Stretto tra le pressioni della potente Associazione delle Banche, della Banca Centrale e dei diversi partiti politico-confessionali, Hezbollah inclusi, Diab non ha portato a termine nessuno dei punti promessi nel programma, tanto meno è riuscito ad avviare negoziati seri col Fondo monetario internazionale.

LA SINTESI ANSA

Sintetizza l’Ansa: “Il paese è ora allo sbando. La piazza è in rivolta. E i morti del 4 agosto sono più di 200 (si parla di 220) anche se alla conta mancano ancora decine di dispersi. E’ il bilancio più grave degli ultimi 37 anni. Diab doveva ricevere nelle ultime ore il primo rapporto dall’inchiesta governativa. Ma nessun dossier è arrivato sul suo tavolo. La pratica è stata passata all’Alta corte di giustizia”.

L’ECONOMIA DEL LIBANO IN PILLOLE

E i dati economici sono impietosi, ha sottolineato il Sole 24 Ore: “Il premier era stato costretto a dichiarare il default lo scorso nove marzo, saltando così il pagamento di un eurobond da 1,2 miliardi di euro, e annunciando il mancato pagamento anche delle scadenze future (per quasi 90 miliardi). Il devastante rapporto debito/Pil (sopra al 170%), un’inflazione galoppante che sta avvicinandosi all’iperinflazione, una svalutazione della valuta locale dell’80% in pochi mesi sul dollaro americano (sul mercato non ufficiale), una disoccupazione ormai insostenibile avevano trascinato la gente in piazza già in ottobre con un serie di proteste pacifiche e trasversali che non si erano mai viste”.

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