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Letture vagabonde. Il nuovo libro di Michele Magno

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Pubblichiamo l’Introduzione di Michele Magno al suo libro “Letture vagabonde” (Grantorinolibri). Il libro sarà disponibile in versione e-book nella prima settimana di giugno

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso (Marcel Proust)

Nel celebre incipit del romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore, Italo Calvino si rivolge al suo immaginario lettore mettendo subito le carte in tavola: “[…] Stai per cominciare a leggere […]. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. Prendi la posizione più comoda: seduto, sdraiato, raggomitolato, coricato. Coricato sulla schiena, su un fianco, sulla pancia. In poltrona, sul divano, sulla sedia a dondolo, sulla sedia a sdraio, sul pouf […]. Bene, cosa aspetti?”.

Secondo l’autore della memorabile trilogia di favole araldiche, la lettura è dunque un atto solitario, il più solitario di tutti, e ubbidisce a leggi precise: richiede concentrazione e una specifica fatica. Inoltre, il suo tempo deve essere integralmente libero, così come libera  deve essere la scelta di raccontare quelle che si giudicano più meritevoli. Un privilegio di cui ho potuto godere grazie alla paziente indulgenza di Claudio Cerasa, direttore del Foglio, e di Michele Arnese, direttore di Start Magazine, le due testate che negli ultimi cinque anni hanno ospitato gli scritti qui raccolti.

Dopo Letture di un perdigiorno, Riccardo Ruggeri, editore di raffinata cultura, mi ha offerto nuovamente la possibilità di pubblicarli. Anche questa volta sono perlopiù, nella prima parte, biografie di personaggi famosi o ignoti al grande pubblico. Alcuni hanno lasciato un’impronta indelebile sulla loro epoca; altri — apparentemente marginali — ne hanno rappresentato il lato oscuro, spesso avvolti nell’alone del mistero e del mito. Le noterelle della seconda parte, invece, spaziano dalla storia alla cronaca, lungo un secolo solcato da antinomie radicali, fra progresso e barbarie, promozione sociale e anomia spirituale, brutale oppressione e febbrile volontà di liberazione. Da ultimo, si intrattengono sulle virtù (poche) e i vizi (molti) mostrati da classi dirigenti e leadership politiche, italiane e occidentali, al tempo del coronavirus.

A chi, a questo punto, mi chiedesse qual è il filo rosso di Letture vagabonde, risponderei così: il puro piacere, e nient’altro che il puro piacere della lettura come dialogo con i libri e con i loro autori. Per essere chiari, pur non avendo mai avuto quella specie di ossessione che si chiama bibliomania, mi riferisco al caro e vecchio libro cartaceo, quello che Abū Hayyān al-Jāhiz, un sapiente arabo del IX secolo, considerava “un amico che non va a dormire se non prima che tu stesso sia caduto nel sonno”.

In un’era contrassegnata da incessanti innovazioni tecnologiche, precisarlo non mi pare futile. Ricordo soltanto alcune date. La forma-libro che resiste ancora oggi vede la luce intorno al terzo secolo d.C, quando il codice di pergamena soppianta definitivamente il rotolo di papiro. Verso il 1450 comincia la straordinaria avventura della stampa a caratteri mobili. Le moderne rivoluzioni nei mezzi di comunicazione scattano invece negli ultimi decenni del Novecento: la parola Internet appare nel 1974; il Web nasce nel 1991 nei laboratori del Cern; nel 1998 Larry Page e Sergey Brin fondano Google. Nello stesso anno Kim Blagg inizia la vendita di testi digitali via Amazon. E, quando l’eBook si affaccia sul mercato multimediale, subito viene pronosticata la crisi irreversibile del libro nelle forme tradizionali finora conosciute.

È assai probabile che sia questo il loro destino ineluttabile. Tuttavia, da vecchio impenitente quale sono, ho giurato eterna fedeltà a un oggetto che per me non potrà mai essere sostituito da alcun aggeggio elettronico. Come osservava Norberto Bobbio in un volume (De Senectute) che può essere considerato una specie di testamento morale e intellettuale, il vecchio imperturbabile di una certa tradizione retorica e il vecchio disperato per l’avvicinarsi della morte sono due atteggiamenti estremi. Tra questi due estremi vi sono molti altri modi di vivere la condizione senile: l’accettazione passiva, la rassegnazione, l’indifferenza, l’ostinazione di chi rifiuta di ammettere il proprio declino fisico e si camuffa con la maschera dell’eterna giovinezza; oppure il distacco dagli affanni quotidiani e il raccoglimento nella riflessione e nella solitudine della lettura.

E che sia Una meravigliosa solitudine lo spiega magistralmente, in un saggio con questo titolo pubblicato lo scorso anno, Lina Bolzoni. È un viaggio, dotto e avvincente, attraverso i riti della lettura celebrati da insigni umanisti e letterati del Rinascimento. Una galleria dei grandi del passato, da Petrarca a Boccaccio a Machiavelli, da Montaigne a Erasmo da Rotterdam. In essa però, come lamenta con franchezza la storica della letteratura italiana, mancano figure femminili. Del resto, la storia degli uomini narra di una atavica diffidenza nei confronti delle donne e, in particolare, del loro accesso alla cultura. Basti pensare che ancora all’inizio dell’Ottocento circolava un “Progetto di legge per vietare alle donne di imparare a leggere”.

Presentato in Francia nei primi mesi del 1801, è una specie di repertorio dei pericoli che la lettura rappresentava per gli “angeli del focolare”. Un testo grottesco, e tuttavia fedele interprete del senso comune dell’epoca. Dopo un’ampia casistica dei danni prodotti, nella vita pubblica e domestica, dalle donne che sanno leggere, seguono gli articoli della legge, fra cui ne spicca uno che recita: “La Ragione vuole che i mariti siano gli unici libri delle loro mogli, libri viventi, ove giorno e notte esse imparino a leggere il proprio destino”. Paradossalmente, l’estensore della proposta, Sylvain Maréchal, aveva contribuito, con Babeuf, Buonarroti e Darthé, alla redazione del “Manifesto degli uguali” (1796) in cui si proclamava la necessità di una radicale uguaglianza sociale. Ma evidentemente le donne non avevano ancora diritto di farne parte.

Di avviso completamente diverso era invece uno dei protagonisti dell’Inghilterra vittoriana. Il 6 dicembre 1864 John Ruskin, un esteta affascinato dai preraffaelliti inglesi e disgustato dalle miserie della società industriale, tiene una conferenza alla Rusholme Town Hall, presso Manchester. Di fronte ai genitori che gli chiedono quale educazione sia più utile dare ai figli, egli rivendica il valore autonomo dell’istruzione. Perché solo l’istruzione realizza uno spazio utopico di eguaglianza, dove le gerarchie sociali si possono invertire. Nasce da qui l’appello a una politica che sostituisca le armi con i libri. Una settimana dopo, sempre a Manchester, Ruskin tiene una seconda conferenza. Al centro c’è proprio il ruolo della donna e l’idea che, grazie alla lettura, essa può conquistare un “potere regale”.

Come ricorda Bolzoni, il critico d’arte britannico trova un ammiratore e un traduttore d’eccezione in Marcel Proust. Nel 1900, alla morte di Ruskin, gli dedica due necrologi; tra il 1904 e il 1906 traduce i due discorsi manchesteriani. Nell’introduzione al primo (Sesamo. I tesori del re), respinge la concezione utilitaristica e pedagogica — lì teorizzata — della lettura come dialogo con libri-amici. Infatti, questa concezione è per lui in conflitto con “quel meraviglioso miracolo della lettura che è la comunicazione nel cuore della solitudine”.

Ciononostante, dopo aver criticato il paragone fra il libro e l’amico, Proust lo riprende e lo sviluppa a modo suo: “Probabilmente l’amicizia, l’amicizia verso gli individui, è cosa frivola; e la lettura è una forma di amicizia. Ma almeno è un’amicizia sincera, e il fatto che si rivolga a un morto, a un assente, le dà qualcosa di disinteressato, quasi di toccante […]. Nella lettura, l’amicizia è subito riportata alla sua primitiva purezza. Verso i libri, nessuna cortesia. Con questo genere di amici, se passiamo la serata insieme, è perché ne abbiamo davvero voglia. Sul serio, il più delle volte, li lasciamo solo a malincuore […]. Tutte le inquietudini dell’amicizia vengono meno sulla soglia di quell’amicizia pura e serena che è la lettura”.

Il tema cruciale del silenzio viene quindi riproposto in una originale versione del rapporto con il libro-amico, che deve garantire il massimo di trasparenza e di libertà: “L’atmosfera di questa pura amicizia è il silenzio, più puro della parola. Infatti si parla per gli altri, ma si tace con se stessi. Inoltre nel silenzio non c’è traccia, come nella parola, dei nostri difetti, delle nostre moine […]. Lo stesso linguaggio del libro è puro (se il libro merita questo nome), reso trasparente dal pensiero dell’autore che l’ha emendato da tutto ciò che non coincideva con esso, fino a farne la sua immagine fedele”. Secondo Proust, quindi, il libro è una specie di “specchio dell’anima”; e la lettura è un’esperienza del tutto intima e personale, un cammino in cui, incontrando l’altro, si riconosce — e si modifica — il proprio io. Un percorso ai limiti del tempo e dello spazio, là dove si delineano infiniti mondi virtuali e la realtà si apre all’orizzonte del possibile.

Certo, non è facile seguire questo percorso nella condizione di reclusione domiciliare a cui ci costringe, ormai da molte settimane, una devastante epidemia. Essa non solo altera profondamente stili di vita e di consumo, ma sta mettendo in ginocchio l’economia nazionale. Ne deriva uno stato di fibrillazione permanente che, ove il nemico invisibile che ci minaccia non venga sconfitto rapidamente, può degenerare nella collera. E la collera, si sa, il più delle volte è una reazione ad aspettative deluse carica di una scomposta aggressività che annebbia la ragione. Purtroppo, il vaccino contro il coronavirus non è stato ancora scoperto. Fin dall’antichità esiste però un farmaco efficace contro l’ansia o, meglio, contro il tumulto delle passioni che ci assale e rischia di travolgerci nelle ore più buie della nostra esistenza. Non è certamente l’unico e non garantisce prodigiose guarigioni, ma, diversamente dagli antidepressivi, non causa danni collaterali: è la lettura, appunto, di un buon libro.

Roma, 20 aprile 2020

 

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