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L’enigma Iran dopo Khamenei

Le cose in Iran potrebbero andare peggio, come dopo le rivolte arabe, anche se rimpiangere Khamenei sembra improbabile. A Teheran va come in Messico dopo l’uccisione del Mencho: perché la morte del leader comporti quella dei regimi del male occorrono molte condizioni. Ma per Trump questa è una fissazione mentale vetero-europea. Il corsivo di Falconi

La maggioranza di noi, non avendo vissuto direttamente la Seconda guerra mondiale, oggi assiste a ciò che più sembra somigliare alla terza: stavolta, però, non condotta a pezzi ma concentrata nell’area mediorientale che per l’occidente euro-asiatico rappresenta un po’ da sempre il centro del mondo. Mentre a pezzi sembra andare il mondo intero.

Più ancora dell’attacco contro l’Iran di ieri, a colpirci sono la mancata reazione contraerea di Teheran, nonostante i precedenti massicci movimenti navali americani e lo stallo dei negoziati mediati dall’Oman, e la successiva risposta, diretta invece contro i paesi del Golfo, oltre che verso Israele. Il fil di fumo che si solleva dall’isola della Palma, una delle capitali del divertimentificio mondiale e dei simboli della ricchezza araba, iconizza un’escalation che somiglia al conflitto planetario, perché amplifica fratture interne al mondo islamico che coinvolgono miliardi di persone. Altre immagini simbolo restano il bombardamento dell’aeroporto di Dubai e il grattacielo bombardato in Bahrein.

Lo sgomento vira da preoccupato a divertito quando Crosetto – sì, il nostro ministro della Difesa – resta bloccato nell’area come un turista per caso e ci dice così quanto l’Italia sia marginale, come ovviamente evidenziato dagli opinionisti di opposizione. Ma un istante dopo pensiamo a quanto sia conveniente esserlo, nel caos totale che gli attacchi stanno producendo. Ammazzati Khamenei e famiglia, infatti, i media iraniani riferiscono delle primemanifestazioni contro Usa e Israele, non contro gli ayatollah, che del resto continuano a controllare media ed economia.

I regimi del male hanno notevole resilienza, specie se durano da decenni, a Teheran va insomma un po’ come in Messico dopo l’uccisione del Mencho. Perché la morte del leader si porti appresso quella del sistema occorre che si catalizzino moltecondizioni, ma per Donald Trump questo è un ragionamento troppo sofisticato, una tipica sega mentale vetero-europea, e non è affatto detto che abbia torto. Le cose potrebbero quindi andare in Iran come sono andate dopo le rivolte arabe, cioè peggio, anche se dopo la repressione delle rivolte rimpiangere il feroce carnefice degli ayatollah sembra più improbabile che rimpiangere Gheddafi.

Quindi, forse, meglio Crosetto turista per caso, come Big Mama che manda un reel di commovente ingenuità per una giovane influencer: “Non ho mai chiesto aiuto ma stavolta ho paura”. La cantante dimagrita avrà pensato: sarebbe stato meglio partecipare a Sanremo. Lo sconcerto per quanto accade in Medio Oriente, in fondo, somiglia anche un po’ a quello che ci prende davanti alla lista finale dei cantanti del Festival, dove la maggior parte risulta sconosciuta alla maggior parte del pubblico, in un paese anziano come il nostro. In entrambi i casi, è il nuovo che avanza. Perché ce n’è troppo e va troppo velocemente.

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