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Tutti i problemi irrisolti in Europa e in Italia sul post pandemia

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La pandemia ha scoperchiato il vaso di pandora su problemi e ritardi accumulati in diversi settori. L’approfondimento di Massimo Ortolani, consulente e analista finanziario

La pandemia non ha solo sollevato una massa di nuovi problemi socio-sanitari ed economici, poiché buona parte di essi affonda le radici in un terreno di carenze istituzionali e di squilibri e competizioni geopolitiche e geoeconomiche che si trascinano da anni. Taluni sono già stati messi in evidenza: da quelli della delocalizzazione industriale non politicamente pilotata a quelli della globalizzazione finanziaria, che contribuisce alla diffusione sul piano macroeconomico degli impatti recessivi della pandemia.

Oltre a questi va evidentemente menzionato anche quello di un ancora difficoltoso rapporto con l’Ue, nella definizione di supporti economici e finanziari rapidi e rispettosi dell’interesse nazionale, in periodi di emergenza sanitaria. A tali difficoltà si dovrebbe poi aggiungere il rischio di asimmetricità competitiva di natura istituzionale, associabile al difforme ricorso agli aiuti di Stato da parte dei paesi membri della Ue, a motivo anche della loro differente posizione fiscale. La Germania era stata in grado di  autorizzare 1000 miliardi di tali aiuti, a fronte dei 1900 miliardi di aiuti Stato complessivamente  autorizzati dall’Ue al 30 Aprile alle facilitate condizioni di accesso approvate dalla Commissione.

La stessa osservazione non può invece sollevarsi se si passa dall’esame del quantum a quello delle diverse forme di aiuto cui ogni stato ha discrezionalmente fatto ricorso, dato che – notoriamente – i contributi in conto capitale attutiscono più efficacemente gli impatti recessivi rispetto ai finanziamenti agevolati. Nei quali l’effetto finanziario associato alla deduzione fiscale degli interessi è peraltro andato nel tempo scemando, per la riduzione sia dei tassi che delle basi imponibili in fasi di recessione.

Ma la pandemia ha scoperchiato il vaso di pandora anche per quanto riguarda i ritardi accumulati da anni in tema di reti ed infrastrutture digitali. Riconducibili fondamentalmente all’assenza di una grande base dati pubblica, che non ha consentito di raggiungere livelli di significativa operatività nel campo della sanità territoriale. Si considerino in proposito il ridotto potenziale operativo delle difese attuabili dai medici di base, nonchè le carenze nell’utilizzo dei big data a fini predittivi, che avrebbero consentito una migliore linea difensivo/informativa in periodo prepandemico.

Per non parlare della possibilità di gestire le attività economiche  da remoto in forma molto più ampia di quella attuata con le forme di smart work, a motivo del gap digitale relativo che connota la gestione di molte nostre PMI. Vi è motivo di ritenere, a questo proposito, che un più intenso ricorso ad analisi algoritmiche proprie delle applicazioni di intelligence economica avrebbe potuto prefigurare modalità di uscita graduale dal lockdown meno impattanti sul piano temporale e maggiormente diversificate  su base territoriale.

Infine un ultimo accenno va all’annosa e non risolta questione dei cambiamenti climatici, ancora molto divisiva in ambito internazionale. Dalla deforestazione,  che rompe gli equilibri ecologici e crea, con l’aumento delle temperature e con l’inquinamento atmosferico, condizioni favorevoli alla modificazione del virus come il Coronavirus, al sempre più diffuso abuso degli antibiotici negli animali e nell’ambiente.

Trattasi, evidentemente, di problematiche che solo in parte esemplificano quelle potenziali dell’Intelligence economica. Chiamata in causa anche per l’analisi costi/benefici del difficile equilibrio tra libertà e sicurezza, come nel caso dell’ideazione e diffusione delle App di contact tracing; ovvero nel contrasto all’epidemia da informazioni (Infodemia non solo sul Coronavirus), indebolito dal percezioni falsate e da fake news.

Ma esiste ancora ampio spazio per un proficuo utilizzo dell’Intelligence economica a parere dello scrivente. Basti pensare all’ analisi di quei molteplici fattori – di natura geopolitica e geoeconomica – che potrebbero ostacolare una rapida ripresa economica postpandemica, in contesti sempre di più connotati da risorgenti conflitti tra protezionismo e liberalismo.

 

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