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Che cosa succede nella Lega di Salvini

Salvini

Il risultato delle elezioni al vaglio del consiglio federale della Lega. La nota di Paola Sacchi

 

Che il tema della leadership non fosse proprio all’ordine del giorno i “vecchi” osservatori dei “riti” e dell’applausometro di Pontida lo avevano capito fin dal 18 settembre, ultima domenica di campagna elettorale. La Lega con tutta la sua classe dirigente, in sintonia con il pratone dei militanti, quelli che, come ha ricordato Matteo Salvini, sono i veri “padroni”del partito, fece quadrato sul palco attorno al leader. E la stessa cosa, che di fatto già si evinceva l’altro ieri dalle parole dello stesso Salvini, nella prima conferenza stampa dopo il voto, è accaduta al Consiglio Federale.

Il punto era già da Pontida e dalla sua “agenda”, che tradizionalmente segna il percorso del nuovo “anno” leghista, quello di trovare la “quadra” nel nuovo governo di centrodestra che tutto lascia pensare, sulla base della evidente indicazione elettorale, sarà a guida di Giorgia Meloni. La nota ufficiale parla chiaro. E le note leghiste in genere non sono mai di rito o evanescenti. La Lega in quanto secondo partito della coalizione, seppur seguita quasi a un’incollatura da Forza Italia, tradotto dalla nota di Via Bellerio, non intende fare la comparsa.

Ma, come spiega a conclusione del vertice con nettezza sotto i riflettori il capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari, chiede di essere rappresentata nell’esecutivo dal suo segretario federale in un “ministero di peso”. Per chi conosce un po’ da vecchio osservatore le regole della casa leghista è evidente che il messaggio è duplice: Salvini non si tocca e ora lui ci dovrà rappresentare con il ruolo che gli spetta in quanto secondo azionista della maggioranza.

Tutti i riflettori sono puntati sul ministero dell’Interno dove fermò l’immigrazione clandestina e ne sta ancora pagando anche le surreali conseguenze giudiziarie contro una decisione politica peraltro presa in condivisione con gli altri esponenti del governo di allora, il Conte/1. Ovvio che fare il vicepremier senza guidare un ministero di peso sarebbe per ogni leader di ogni partito come avere in mano una scatola vuota. Visto che già gli stessi poteri del premier in Italia hanno i loro limiti decisionali. La nota di Via Bellerio è chiara: “La Lega potrà recuperare il consenso grazie ai risultati che otterrà nel governo di centrodestra – e Matteo Salvini avrà un ruolo fondamentale – ripartendo anche dall’ascolto del territorio e dalla valorizzazione dei tanti amministratori a partire dai governatori”. Tradotto: l’eventuale governo a guida Meloni ha necessità di avere un alleato forte, che invece senza una valorizzazione nell’esecutivo potrebbe indebolirsi a scapito dell’intera maggioranza. E ancora: “Il Consiglio Federale ha confermato piena fiducia a Salvini: oltre all’analisi del voto, è stata ribadita la necessità di continuare la stagione dei congressi per rinnovare tutte le cariche a cominciare dai segretari cittadini: quelli provinciali saranno celebrati entro dicembre e immediatamente a seguire si faranno i regionali”.

Qui c’è lo stop ai malumori sparsi sul territorio anche da parte di ex parlamentari non più ricandidati. Per il territorio partirà una fase di ascolto, a fronte di un risultato che è andato sotto la soglia della doppia cifra. “Al vertice hanno partecipato, tra gli altri – si afferma ancora nella nota – Giancarlo Giorgetti, i vicesegretari Andrea Crippa e Lorenzo Fontana, i capigruppo Riccardo Molinari, Massimiliano Romeo, Marco Zanni e i governatori Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga, Maurizio Fugatti, Luca Zaia”. Poi, “l’agenda” di Pontida: “Tra le priorità del partito: provvedimenti contro il caro-bollette, Autonomia regionale e Quota 41”. In particolare, “la Lega chiederà di inserire il tema dell’Autonomia nel primo Consiglio dei Ministri”. La settimana prossima “ci sarà un altro Consiglio Federale per costruire insieme il governo di centrodestra”.
Il messaggio a Meloni, come già si era dedotto da Pontida è chiaro: subito l’Autonomia che peraltro con il Presidenzialismo è già nel programma comune del centrodestra e che però, a differenza del Presidenzialismo, è già stata incardinata in un percorso legislativo e fa parte della Costituzione. Se qualcuno pensa che il volto teso del governatore veneto Luca Zaia sia contro Salvini, dovrebbe riavvolgere il nastro tornando sempre a Pontida, domenica 18 settembre, quando lo stesso Zaia dal palco ne ha avute per tutti, soprattutto contro “i veti del Pd”. Ma di fatto anche per il premier Mario Draghi: “Il provvedimento legislativo è già pronto da tempo ma non è stato mai portato nel Consiglio dei ministri”. E Salvini l’altro ieri in conferenza stampa è andato giù duro: “Non solo sono stato informato da Draghi quasi all’ultimo di quella che sarebbe stata la nostra delegazione nel governo, ma ormai negli ultimi mesi il nostro ruolo era ridotto a quello di comparse”. Una situazione che si è avvitata soprattutto giorni finali in cui Enrico Letta andò in pressing in parlamento con provvedimenti bandiera del Pd, come la cannabis e lo Ius scholae dopo 5 anni e si creò un clima di scontro come se, al contrario, la Lega avesse riportato in parlamento il suo tema identitario dei decreti Sicurezza. Ma il premier disse che trattavasi di “normale dialettica parlamentare estranea all’esecutivo”.
È il capogruppo Molinari, rieletto alla Camera, fedelissimo di Salvini, a parlare per tutti sotto i riflettori in Via Bellerio, a Milano. La richiesta della Lega è chiara: “Matteo Salvini sia protagonista nella prossima compagine di governo. Il miglior modo per rilanciare la nostra azione politica è che il nostro segretario abbia un ministero di peso”. Molinari spiega: “Non è un avviso a Giorgia Meloni, è un’ ovvia richiesta, visto che siamo alleati e abbiamo vinto insieme le elezioni. Siamo il secondo partito della coalizione e mi sembra naturale che la Lega chieda che il suo uomo di punta faccia parte del governo. Poi se sarà vice premier lo vedremo. La richiesta di oggi è che faccia parte del governo con un ruolo importante”.
Poi, arriva la sottolineatura del fatto che avere il secondo azionista nella posizione che i numeri gli assegnano è cosa che è utile alla stessa stabilità del nuovo esecutivo: “Credo che convenga a tutti che queste richieste vengano esaudite perché un partito che ha vinto le elezioni insieme agli alleati possa esprimere i ministri che ritiene”. I numeri, come osserva lo stesso Molinari, non sono esaltanti e gli errori andranno valutati, ma la matematica non è un’opinione.
D’altro canto, se la Lega ha registrato una notevole flessione, il suo circa 9 per cento ora diventa fondamentale insieme al risultato di FI per il governo a guida Meloni, che ha nettamente vinto, ma non ha sfondato a quota 30 per cento. Antonio Tajani, vicepresidente e coordinatore azzurro, che ieri si è incontrato con la presidente di FdI, afferma: “Da FI nessun pregiudizio per Salvini al ministero dell’Interno. Ma non decido io”.
Quanto al toto-nomi, Tajani esclude che sia stato fatto: “Abbiamo solo ragionato sullo schema di governo per il bene dell’Italia”. Ma, secondo retroscena e rumors, FI sarebbe contraria all’ipotesi circolata, e non confermata, in base alla quale FdI avrebbe anche ipotizzato di dare all’opposizione la guida di un ramo del parlamento. In ogni caso il numero due del Cav rivendica la centralità di FI come “garante della stabilità dell’esecutivo”. Silvio Berlusconi a “Il Corriere della sera” di ieri ribadisce: ” Noi garanti dei rapporti con la Ue e l’Alleanza Atlantica”.
Alex Bazzaro, deputato non più ricandidato, rimasto molto vicino al leader, consigliere comunale della Lega a Venezia, in un’intervista all’agenzia “Dire” sulle critiche singole dal territorio osserva: “Anche io volevo i congressi provinciali e regionali, ma le norme anti-Covid del ministro Roberto Speranza non li hanno resi possibili”. Bazzaro, una consolidata militanza nella Lega, prevede fin da ora: “Se si va al congresso federale, Salvini vince”.
Infine una buona notizia per la Lega: Bossi alla fine è stato eletto a Varese per la Camera.  Salvini esulta e contro presunte diatribe interne afferma: “Quante parole al vento”.

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