Mondo

Le radici socio-ambientali della pandemia Covid-19

di

robot

L’approfondimento di Roberta Belcastro, psicologa, psicoterapeuta, analista del comportamento

“Tutti rimasero a casa per diverse settimane e il virus, non trovando più nessuno, si tolse la “corona” e andò via per sempre. E vissero tutti felici e contenti”.

Sarebbe bello potere concludere in questo modo la storia del Covid-19. Purtroppo non è così. Nel frattempo abbiamo perso molti “soldati” che hanno combattuto con coraggio questa “guerra”. Ci ha lasciato una fetta di popolazione, i nostri nonni, che custodivano un pezzo di storia del nostro Paese. L’economia ha subito un durissimo colpo. Il virus continuerà a circolare e fino a quando la scienza non riuscirà a sviluppare un vaccino sicuro ed efficace dovremo conviverci modificando significativamente le nostre abitudini. Ma le brutte esperienze insegnano sempre qualcosa. Ed in questo caso, “in virus veritas”.

Primo, la competenza è un valore. In tutti gli ambiti e a tutti i livelli. Secondo, il nostro Sistema Sanitario Nazionale, la Scienza e la Ricerca, mortificati da anni di tagli scellerati, sono un bene prezioso per l’umanità. Terzo, i piani prepandemici, per definizione, vanno fatti in “tempi di pace”, vanno condivisi e aggiornati. Solo per fare un esempio, il traffico aereo negli ultimi 10 anni è significativamente aumentato azzerando sempre di più le distanze da un continente ad un altro. Quarto, i nostri comportamenti, per esempio “restare a casa”, hanno contribuito al bene della comunità: il contagio è stato significativamente contenuto e molte vite sono state salvate.

Ma tra tutte, probabilmente la lezione più importante che “Madre Natura” sta dando all’homo sapiens è che la salute della nostra specie dipende in larga parte da quella del nostro Pianeta e di tutte le forme di vita che esso accoglie. David Quammen nel 2012 in “Spillover” aveva già segnalato l’alta probabilità di una pandemia molto simile a quella che stiamo affrontando oggi, “the next big one”, le cui premesse sono state create principalmente dalla nostra specie.

Durante un’intervista di Stella Levantesi pubblicata sul Manifesto del 20/03/2020, Quammen ha spiegato che l’emergenza sanitaria che ha investito il mondo intero ha delle radici socio-ambientali. La diffusione di virus di origine animale (zoonosi), come il Covid-19, è causata dalla distruzione degli ecosistemi insieme alla deforestazione e alla povertà di molte popolazioni.

La storia del Covid-19 raccontata da Ilaria Capua durante la trasmissione “di martedì” andata in onda su La7 le scorse settimane, bene spiega come è avvenuto il probabile “salto di specie” (spillover) che ha fatto il virus dal pipistrello all’uomo e come la sua diffusione sia stata favorita dall’iniezione di velocità trasmessa dal traffico aereo del nostro mondo iperglobalizato.

I pipistrelli sono “serbatoi” di diversi virus con i quali riescono a convivere grazie ad un sistema di difesa estremamente efficace e veloce che li rende molto più resistenti ad un attacco virale. Motivo per cui molti scienziati studiano questi mammiferi. Il virus probabilmente viveva in un pipistrello che se ne stava tranquillo in una foresta, catturato e portato in un “wet market” (mercato dove si macella fauna selvatica senza rispettare standard igienico sanitari) per essere venduto a consumatori di “bushmeat” (“carne di foresta” solitamente mangiata da persone molto povere) di una megalopoli della Cina Centrale. L’alterazione di un sistema ha fatto si che il virus “saltasse” da una specie all’altra. E saltando sull’uomo ha avuto il suo più grande colpo di fortuna. Perché siamo 7,7miliardi e per un organismo che ha come unico scopo infettare più soggetti che può, siamo la specie perfetta.

In poco tempo ha fatto il giro del mondo attraverso le gambe di business men in giro per affari volando indisturbato, magari anche in business class, generando in poco tempo una pandemia. Un virus che anni fa si sarebbe mosso “a piedi” e che quindi avrebbe impiegato molto più tempo per fare quello che ha fatto in soli due mesi. Una zoonosi è impossibile da eliminare del tutto a meno che non si uccidano tutti gli animali in cui vive il virus. Un’idea da eliminare secondo Quammen che suggerisce semplicemente di lasciarli in pace perché i nostri ecosistemi hanno bisogno dei pipistrelli. Preservare la biodiversità è condizione necessaria per prevenire altre pandemie in futuro. In queste settimane di lockdown, in vari Paesi abbiamo assistito al trailer di come sarebbe la vita sul nostro pianeta senza l’homo sapiens: la natura è tornata a fiorire!

La normalità a cui tutti aneliamo di tornare, secondo la Capua, è esattamente il problema. “The next new normal”, secondo la virologa, deve prevedere un radicale cambiamento di mentalità. In “Salute Circolare” (2019) ritiene urgente ripensare il rapporto con la salute e propone, con grande coraggio, un nuovo paradigma, “One Health”, che considera la salute nella sua complessità “come un bene che scorre, come una linfa vitale che connette fra loro gli uomini, gli animali, le piante e l’ambiente”. Quest’ultimo non è qualcosa di esterno a noi. “In realtà ci siamo immersi, fa parte di noi e attraverso la catena alimentare costituisce i mattoncini delle nostre cellule e sostiene la nostra vita”. Un approccio di più ampio respiro che promuove un’innovazione responsabile nei confronti della salute mediata dall’espansione delle conoscenze trasversali, dalle nuove tecnologie e i “big data”.

Non abbiamo più alibi. Dobbiamo cambiare marcia e lo dobbiamo fare subito per evitare che la storia si ripeta. Lo dobbiamo alle persone che non ci sono più, ai loro cari. Ai nostri figli e ai nostri nipoti per i quali abbiamo la responsabilità di lasciare loro in eredità un mondo in salute. Le scienze comportamentali rappresentano un’opportunità, un potenziale “farmaco” efficace per curare il nostro Pianeta il cui “principio attivo” è costituito dalla modificazione del comportamento delle persone tramite la manipolazione sistematica della motivazione e dei “premi” (rinforzi) volti ad incoraggiare comportamenti virtuosi nel campo della salute e della sostenibilità ambientale.

R. H. Thaler e C. R. S. Sunstein autori di “Nudge, la spinta gentile” (2008) sostengono che “per introdurre pratiche di buona cittadinanza, per aiutare le persone a scegliere il meglio per sé e per la società c’è bisogno di un pungolo, di una spinta gentile che indirizzi verso la scelta giusta”. Il nudge, letteralmente “spinta gentile” rappresenta una brillante strategia per modificare gli ambienti fisici e sociali, una vera e propria “architettura delle scelte”, volta a favorire l’adozione di determinati comportamenti. L’esempio probabilmente più conosciuto di nudge sono le “scale pianoforte” della stazione metropolitana di Odenplan a Stoccolma progettate per invogliare all’azione le persone vincendo la pigrizia puntando sul divertimento. Se è vero, come sostiene la Capua, che la conoscenza e lo studio dei meccanismi che generano salute si espandono grazie alla potenza del “pensiero laterale” e dell’interdisciplinarietà della scienza, oggi più che mai occorre considerare anche il punto di vista delle scienze comportamentali che possono dare un significativo contributo per puntare ad una “salute circolare” .

ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER

Iscriviti alla nostra mailing list per ricevere la nostra newsletter

Iscrizione avvenuta con successo, ti dovrebbe arrivare una email con la quale devi confermare la tua iscrizione. Grazie, il tuo Team Start Magazine

Errore

Articoli correlati