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Vi spiego come Macron vuole egemonizzare la Difesa Ue. L’analisi di Gaiani

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Dopo l’incursione di Macron, l’Italia rischia infatti di trovarsi schiacciata tra Stati Uniti e le due potenze europee continentali. Il commento di Gianandrea Gaiani, direttore di Analisidifesa

 

Nonostante le reazioni suscitate in Europa e negli Stati Uniti, le dichiarazioni del presidente francese Emmanuel Macron sullo stato di “morte cerebrale” in cui si troverebbe la Nato non dovrebbero risultare sorprendenti.

Già un anno or sono l’inquilino dell’Eliseo aveva espresso la necessità di sviluppare una maggiore indipendenza nella difesa europea, perché “dobbiamo proteggerci nei confronti della Cina, della Russia e persino degli Stati Uniti”.

Una frase che ha scandalizzato solo coloro che si ostinano a fingere che i rapporti tra gli alleati occidentali sulle due sponde dell’Atlantico non siano profondamente mutati negli ultimi anni.

Inoltre Macron ha costituito nel giugno 2018 la European Intervention Initiative (EI2), al di fuori sia dagli ambiti Nato sia della Pesco (Cooperazione Strutturata Permanente nel settore della Difesa) prevista dai Trattati dell’Unione Europea (qui l’analisi).

Per queste ragioni non sorprendono le dichiarazioni del presidente francese mentre la mole di reazioni registratesi un po’ ovunque in difesa dell’Alleanza, dalla Germania agli Stati Uniti, confermano come Macron abbia messo il dito nella piaga.

In una lunga intervista all’Economist, a poche settimane dal summit dell’Alleanza di dicembre a Londra, il presidente francese ha dichiarato che “stiamo vivendo la morte cerebrale della Nato: non c’è alcun coordinamento del processo decisionale strategico tra gli Stati Uniti e i suoi alleati. C’è un’azione aggressiva non coordinata da parte di un altro alleato della Nato, la Turchia, in un’area in cui sono in gioco i nostri interessi”.

Macron s’interroga sull’articolo 5 del patto atlantico, che prevede la solidarietà fra i paesi membri in caso uno di loro venga attaccato. E si chiede cosa succederà se la Siria attaccherà la Turchia, in risposta all’offensiva di Ankara nel nord del paese arabo.

“Se il regime di Bashar Assad decide di replicare alla Turchia, noi ci impegneremo? Questa è la vera questione. Noi ci siamo impegnati per lottare contro Daesh (lo Stato Islamico). Il paradosso è che la decisione americana e l’offensiva turca hanno avuto lo stesso risultato: il sacrificio dei nostri partner che si sono battuti contro Daesh”, ha detto Macron, riferendosi ai curdi.

L’Europa “sparirà” se non inizia a pensarsi come potenza mondiale, ha ammonito Macron, insistendo nuovamente sull’importanza di una difesa europea, di un Europa “con un’autonomia strategica e di capacità sul piano militare”. Valutazione che ha almeno due pregi.

Il primo è di spazzare via tutta la fragile e futile retorica che da anni vede dipinta l’iniziativa di difesa comune della Ue come “complementare ma non alternativa” alla Nato.

Luogo comune la cui inconsistenza è dimostrata anche solo dal fatto che, dopo il referendum per il Brexit che ha tolto di mezzo l’ostilità con cui Londra ha sempre ostacolato ogni iniziativa militare europea, la Ue ha fatto consistenti passi avanti nella Pesco (Cooperazione Strutturata Permanente) e nella definizione di programmi congiunti per la Difesa.

Il secondo pregio è legato al fatto che, mentre i programmi militari targati Ue sono a evidente “trazione” franco-tedesca, l’appello di Macron all’autonomia strategica dell’Europa non riesce a celare le velleità di Parigi di porsi da sola alla guida indiscussa di un’Europa della difesa alternativa alla Nato.

Un’alleanza in cui l’ombrello nucleare statunitense (che Trump fa tanto pesare chiedendo ai partner europei di ricambiare la cortesia acquistando in misura ancora maggiore armamenti “made in USA”) può essere sostituito solo dall’arsenale nucleare della Francia, unica potenza atomica della Ue dopo l’uscita della Gran Bretagna.

Un concetto su cui è meglio soffermarsi: Parigi non sembra certo voler condividere la “Force de Frappe” con greci, finlandesi, italiani estoni e altri governi europei, ma mira piuttosto a garantire ai partner la deterrenza del suo ombrello atomico per assicurarsi la leadership strategica sull’Unione.

Le capacità belliche, la disponibilità a “fare la guerra” (rara oggi in Europa e del tutto assente in paesi quali Germania e Italia), costituiscono con l’arsenale nucleare prerogative strategiche nazionali che Macron intende sfruttare al meglio anche nei confronti di una Germania con cui l’asse privilegiato emerso col trattato di Aquisgrana non sembra decollare proprio a causa delle divergenze circa export militare, politica di difesa e priorità industriali.

Del resto la pretesa egemonica francese non poteva non cozzare contro la reazione della Germania che già con il Libro Bianco della Difesa del 2016 del ministro Ursula von der Leyen si candidava, “superando vecchi preconcetti, ad assumere la guida anche militare dell’Europa”.

La cancelliera tedesca Angela Merkel, che pure guida in paese da anni impegnato in un braccio di ferro con gli Usa in diversi campi, ha detto che Macron “ha usato parole drastiche, che non collimano con la mia visione della cooperazione nella Nato. Non abbiamo bisogno di opinioni così generiche, anche di fronte all’ esistenza di problemi ai quali bisogna applicarsi insieme”.

Benché lo stesso Trump abbia più volte definito la Nato “inutile” e composta da parassiti (gli europei) che lasciano sulle spalle degli Stati Uniti il peso finanziario della loro difesa, a Washington le parole del presidente francese hanno fatto scalpore.

Per Macron il presidente Trump “pone la questione della Nato come un progetto commerciale, un progetto in cui gli Stati Uniti assicurano una sorta di ombrello geostrategico, ma come contropartita c’è un’esclusiva commerciale. Bisogna comprare americano. La Francia non ha firmato per questo”.

“Credo che la Nato resti una delle partnership più cruciali e strategiche nella storia”, ha affermato il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, nel corso di una visita a Lipsia. Ecco perché “è un imperativo assoluto che ciascun Paese membro contribuisca in modo adeguato alla missione per una sicurezza comune”.

Risposta scontata poiché il progetto espresso dal presidente francese punta a ridurre l’influenza di Washington sull’Europa. Non stupisce quindi il consenso espresso da Mosca alle parole di Macron. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha definito quelle di Macron “parole d’ oro” e “sincere, che riflettono l’essenziale, una definizione precisa dello stato attuale della Nato”.

Più cauto e ironico il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, per il quale “non spetta a noi decidere se la Nato sia viva o morta e quali parti del corpo di questa alleanza siano in stato comatoso. Non siamo le persone giuste per decidere, non siamo patologi”.

Del resto negare la crisi profonda della Nato è impossibile pur riconoscendo che non sembra esistere attualmente nulla che la possa sostituire.

L’Alleanza non ha ancora metabolizzato la sonora sconfitta sofferta contro i Talebani in Afghanistan, mascherata da ritiro programmato delle forze da combattimento né il ruolo passivo dell’Europa emerso palesemente con il “golpe” in Ucraina del 2014, una crisi creata ad hoc dagli Usa con alcune complicità europee che ha portato a una nuova guerra fredda sostenuta da Usa e Gran Bretagna, principali azionisti “ della Nato).

Ma non certo da gran parte del resto d’Europa che aspira invece ad avere rapporti distesi con Mosca e vorrebbe occuparsi della reale minaccia jihadista e la destabilizzazione del “Fianco Sud”  invece che della minaccia creata ad hoc sul “Fianco Est”.

La crisi turco-siriana ha dato infine il colpo di grazia alla credibilità della Nato, con la Ue pronta a non alzare i toni con Erdogan per timore che riversi milioni di immigrati illegali verso l’Europa e gli Usa e la Nato preoccupati che Ankara si avvicini ancora di più a Mosca, come ha detto chiaramente il segretario alla Difesa, Mark Esper, invitando gli alleati a non essere troppo severi con la Turchia.

Il problema sollevato provocatoriamente da Macron dovrebbe (in teoria) aprire un vivace dibattito anche in Italia dove le linee programmatiche della Difesa espresse recentemente dal ministro Lorenzo Guerini ribadiscono il collocamento strategico nazionale tra i “pilastri” Nato e Ue.

Formula datata che forse merita una rivisitazione ora che l’Italia rischia infatti di trovarsi schiacciata tra le diverse pretese egemoniche degli “alleati” americani e delle due potenze europee continentali.

In base alle linee programmatiche resteremo in Iraq e in Afghanistan (ma senza combattere) perché ce lo chiede Washington ma solo in attesa che le esigenze di rielezione alla Casa Bianca non inducano Trump (come prima di lui Obama) a ritirare le truppe statunitensi da quei teatri operativi senza neppure chiedere il nostro parere e vanificando anni di sudore, sangue e miliardi spesi.

Del resto dovremmo anche chiederci se sia possibile considerare militarmente e politicamente amica e alleata una nazione che minaccia di porci dazi commerciali come se fossimo uno “Stato canaglia”.

Nel Sahel il ministro della Difesa ha indicato in maggiori sinergie con la Francia la strada da perseguire nonostante il disastro libico sia stato creato e poi alimentato contro i nostri interessi soprattutto da Parigi (con Washington e Londra) e che per molto tempo i francesi abbiano “imposto” il congelamento della nostra missione in Niger semplicemente perché non era stata pianificata sotto la loro egida.

Nel Mediterraneo Guerini ha parlato della possibilità di riaprire la componente navale dell’operazione europea Sophia sospesa dopo che il precedente governo aveva preteso che ogni nave europea sbarcasse nei propri porti i migranti illegali raccolti in mare. Oggi i nostri partner sono pronti a riavviare l’operazione, peraltro rivelatasi inconcludente nel contrastare i trafficanti, ma solo se l’Italia accetterà di nuovo che gli sbarchi avvengano nei suoi porti.

La provocazione di Macron suona quindi come l’ennesima conferma che gli assetti strategici stanno rapidamente mutando e le pretese egemoniche di partner e alleati che sono causa di gran parte dei nostri guai impongono all’Italia di giocare le sue carte tenendo il timone ben fermo sugli interessi nazionali.

 

(Estratto di un articolo pubblicato su Analisidifesa.it)

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