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Le dimissioni di Zingaretti sono un caso politico o umano?

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Le dimissioni di Zingaretti sono un atto del tutto incomprensibile e fuori tempo, perché non se ne va sbattendo la porta il leader di un importante partito che si è trovato – con ben poco merito – ad essere la spina dorsale di un governo sorretto da una maggioranza di coalizione nazionale. L’opinione di Giuliano Cazzola

 

Colpo di scena. Nicola Zingaretti getta la spugna: ‘’Lo stillicidio non finisce. Mi vergogno – scrive su Facebook – che nel Pd, partito di cui sono segretario, da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie, quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid, c’è il problema del lavoro, degli investimenti e la necessità di ricostruire una speranza soprattutto per le nuove generazioni’’.

Più che un caso politico, sembra essere un caso umano. Del tutto incomprensibile e fuori tempo, perché non se ne va sbattendo la porta il leader di un importante partito che si è trovato – con ben poco merito – ad essere la spina dorsale di un governo sorretto da una maggioranza di coalizione nazionale, all’interno di un perimetro che un premier autorevole (Mario Draghi, arcinoto e stimato nel jet set internazionale) ha tracciato davanti al Parlamento: ‘’Questo governo nasce nel solco dell’appartenenza del nostro Paese, come socio fondatore, all’Unione europea, e come protagonista dell’Alleanza Atlantica, nel solco delle grandi democrazie occidentali, a difesa dei loro irrinunciabili principi e valori. Sostenere questo governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro, significa condividere la prospettiva di un’Unione europea sempre più integrata che approderà a un bilancio pubblico comune capace di sostenere i Paesi nei periodi di recessione’’.

Quella di Zingaretti è una reazione patetica e talmente sproporzionata che potrebbe frapporsi a qualsiasi ripensamento, anche di fronte ad un’Assemblea nazionale che gli chiedesse unanimemente di ritirare le dimissioni.

Perché non ci si vergogna di un partito che esprime un malessere derivante da ciò che poteva essere e che per fortuna non è stato.

In questi mesi, dopo la crisi del Conte 2, il Paese ha rischiato di finire nelle mani di un governo tenuto insieme con le pecette, alla caccia di una maggioranza approssimativa al Senato, o di precipitare verso le elezioni anticipate in piena pandemia consegnando il Paese ad una destra a cui non era ancora stata chiesta quell’autocritica che nessuno si sarebbe mai aspettata di lì a pochi giorni.

Qualsiasi osservatore internazionale che seguisse la vicenda italiana, a partire dal voto del 4 marzo 2018, non potrebbe che complimentarsi con lo stato maggiore dem per aver contribuito a rivoltare come un guanto il quadro politico del Paese e di conseguenza l’intero scenario europeo ed internazionale.

In verità le cose sono andate diversamente. Ci sono stati alcuni passaggi cruciali che, pure, hanno condotto passo dopo passo, al sorprendente risultato del governo Draghi e della sua maggioranza, in occasione dei quali Zingaretti sosteneva ogni volta una linea di condotta diversa.

Se non lo avessero costretto a fare il contrario di ciò che chiedeva, ora ci sarebbe un governo di centro destra (poco centro e molta destra) magari con Matteo Salvini a Palazzo Chigi, chiamato a gestire una crisi sanitaria di cui negava la gravità, in aperta polemica con la Ue ed escluso, pertanto, dal piano per la ricostruzione, di cui l’Italia, se ne sarà capace, riceverà la parte più consistente, come per mantenere lo stesso Salvini lontano dal potere.

Fuor di metafora lo ‘’scontento’’ del Pd di Zingaretti sta proprio nella consapevolezza di trovarsi in una posizione di vantaggio pur avendo fatto tutto il possibile affinché il processo politico prendesse altre strade.

Non stiamo a ricordare, dall’autogol estivo del Capitano in poi, i risoluti jamais che diventavano dei sì quasi estorti, salvo ricredersi in corso d’opera trasformando Giuseppe Conte, in un leader ‘’federatore’’, la cui presenza era ritenuta indispensabile a Palazzo Chigi.

Mentre Mattarella tesseva la rete per portare Draghi al governo (senza nominarlo senatore a vita per non rivelare le sue intenzioni), il Pd giurava fedeltà a Conte e si metteva alla caccia dei ‘’responsabili’’ per poter confermare, folgorante in soglio per la terza volta, Giuseppi, nonostante la crisi aperta dal nuovo Maramaldo toscano.

Passi, allora, che Nicola Zingaretti si sia fatto imporre nel 2019, l’avvocato del popolo con indosso una diversa casacca (per diventare poi il suo principale sostenitore, fino ad un minuto prima del colpo di scena del Quirinale), ma che si sia trovato, inaspettatamente, in casa Mario Draghi – vero e proprio convitato di pietra – è stato un infortunio clamoroso.

In sostanza il quadro politico si è capovolto, i populisti sono diventati rigorosi custodi di una finanza ordinata; i sovranisti stanno mandando a memoria le clausole del Patto di Roma (il gruppo dirigente ristretto si cimenta compitando persino il testo del Trattato di Maastricht sotto il controllo attento di Giancarlo Giorgetti): ambedue le ‘’anime’’, già giallo verdi, si danno da fare per essere accolte in una delle grandi famiglie europee; così i dem non devono neppure fare lo sforzo di spiegare perché stanno al governo con Salvini, visto che possono legittimamente giustificarsi con un ulteriore ‘’ce lo chiede l’Europa’’; perché Mario Draghi è l’Europa. Ed è lui il garante dell’alleanza che lo sostiene.

Eppure sembra che il Pd si divida tra quanti si disperano per il ‘’ratto’’ di Conte da parte di Grillo, senza capire che questo è un passo decisivo per rendere il M5S un partito come gli altri e non più un compagno di strada di cui vergognarsi. Dall’altra parte vi sono quelli che intendono dissociare il loro destino dai pentastellati, benchè abbiano governato per più di un anno con loro, quando ancora si mettevano le dita nel naso e l’effetto Dibba era sempre in agguato.

Zingaretti, nel suo comunicato, rivendica di aver cercato di aprire delle nuove prospettive al partito mentre nel Pd veniva agitata contro di lui la clava di un Congresso.

A seguire il dibattito sembrerebbe che, secondo alcune correnti dem, l’Assise sia una specie di Cammino di Santiago di Campostela: basta iniziare il percorso perché la fede si rafforzi un po’ alla volta fino all’arrivo nella Cattedrale che custodisce le reliquie dell’Apostolo.

La realtà è un’altra.

Scriveva Concetto Marchesi che quanti si accingono a compiere una ricerca hanno già in mente ciò che troveranno, perché ‘’chi parte dal Nulla, arriva al Nulla’’.

Nella storia del movimento operaio i Congressi erano chiamati a ratificare una linea già presente nel dibattito del gruppo dirigente; magari le linee possono essere più di una e in contrasto tra loro.

ome dice la Genesi: prima era il verbo; il pensiero. Un Congresso è come una stanza di albergo in cui il cliente trova solo quello che ha portato con sé.

Adesso con le dimissioni di Nicola Zingaretti è venuto a mancare anche il portiere di notte.

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