Mondo

Lavorare meno lavorare tutti? In Unilever e Microsoft

di

Cina mascolinità

Torna a galla, partendo questa volta dagli industriali, la vecchia eresia di accorciare la settimana lavorativa. Il caso Unilever e non solo. La Nota di Hansen 

L’umanità conosce i grandi cicli epidemici. Vengono, restano due anni, passano, un po’ tornano e — lentamente — da epidemici diventano endemici. Con i nostri vaccini stiamo sfidando la natura e forse questa volta funzionerà. Permarranno comunque i danni sociali ed economici.

I cicli economici moderni imitano la natura. Arrivano, creano ricchezza o povertà, se ne vanno lasciando macerie. Nel caso attuale pare inevitabile che uno degli esiti sarà la disoccupazione massiccia. Molte persone non avranno più un lavoro e dunque, per come la società è organizzata, di che vivere. Il “posto” è, storicamente, un’invenzione abbastanza recente.

Nell’antica società contadina e artigiana — per millenni quella della stragrande maggioranza della gente — gli individui non vendevano il proprio tempo, vivevano invece direttamente di ciò che producevano. Non era una vita paradisiaca, e se anche lo fosse stata, non abbiamo modo di tornare indietro.

Negli Stati Uniti — forse l’economia internazionale più avanzata — il governo distrugge annualmente, perlopiù bruciandola, una parte della produzione agricola per mantenere i prezzi a un livello soddisfacente. Le banche, rientrate in possesso delle case pignorate, non di rado le fanno abbattere di modo che l’eccessiva disponibilità non deprima il mercato. Di beni materiali la società ne ha a sufficienza, è il meccanismo per distribuirli che è disfunzionale. La scoperta non è nuova, è alla base delle sperimentazioni infelici dei vari tipi di “socialismo reale”. Se la distribuzione è legata al “posto”— com’è — allora è lì che bisogna intervenire.

Nel 1930 l’economista inglese John Maynard Keynes stimò che entro il 2030 lo sviluppo tecnologico sarebbe arrivato al punto che molti avrebbero potuto lavorare solo 15 ore alla settimana. Non è andata così.

L’ecatombe occupazionale che potenzialmente si affaccia ora potrebbe — forse — finalmente imporre la necessità di dare un senso compiuto al vecchio slogan “lavorare meno, lavorare tutti”, anche perché questa volta l’impeto pare arrivare dai vertici anziché dalla base. Diverse grandissime aziende — Unilever e Microsoft tra le ultime — hanno improvvisamente preso a sperimentare la settimana “corta”, trovando risparmi nella maggiore produttività dei dipendenti — meno logorati — e nei minori costi energetici.

Da tempo gli ecologisti promuovono l’idea della settimana corta per via dei presunti benefici per l’ambiente derivanti in parte dalla riduzione del pendolarismo. Anche alcuni governi nazionali cominciano a interessarsene seriamente, citando esplicitamente la necessità di dovere riequilibrare il mercato del lavoro davanti agli sconquassi economici provocati dall’epidemia Covid. Già a maggio l’attivo e popolare Primo Ministro neozelandese Jacinda Ardern ha dichiarato che le aziende nazionali avrebbero dovuto implementare la settimana corta allo scopo di migliorare la produttività e la qualità di vita dei dipendenti, favorendo anche — con più tempo libero — la crescita del turismo domestico per sopperire al collasso di quello internazionale. Ha fatto notare en passant che avrebbe potuto, a necessità, ottenere lo stesso risultato dichiarando molte nuove feste legali…

Keynes pensava che sarebbero bastati cent’anni per digerire la rivoluzione tecnologica e arrivare al futuro. Forse non era un secolo che ci voleva, ma un’epidemia.

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