Continua a girare ripetutamente un manifesto, cosiddetto Appello, di alcuni pseudointellettuali contro la proposta di Del Rio e Gasparri di una legge sull’antisemitismo, al quale fare ostinatamente un controcanto diversamente interpretativo (sigh) dell’elenco indicato dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) che peraltro l’Italia ha adottato e sottoscritto: docenti e ricercatori che chiedono ostinatamente il ritiro del ddl e la revoca dell’adozione della definizione IHRA decisa dall’Italia nel 2020.
Secondo i firmatari, «la definizione di antisemitismo dell’IHRA» rischia di equiparare la critica allo Stato di Israele e al sionismo al reato di antisemitismo e pertanto «rappresenta un pericolo enorme per la nostra libertà accademica e di insegnamento».
La giusta definizione IHRA descrive l’antisemitismo come «una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Le manifestazioni verbali e fisiche di antisemitismo sono dirette verso persone ebree o non ebree e/o la loro proprietà, verso le istituzioni delle comunità ebraiche e i luoghi di culto».
Secondo i firmatari rischierebbe di sovrapporre concetti non giuridici al diritto penale e di estendere il campo di applicazione della legge fino a includere espressioni e analisi legittime delle politiche di uno Stato sovrano. Queste anime belle affermano che non esistono precedenti nel nostro ordinamento in cui la critica a uno Stato sia configurata come reato.
I ddl Gasparri-Delrio, sostengono sempre i dissidenti, non rafforzano la lotta contro l’antisemitismo, ma ne indeboliscono la credibilità, confondendo l’odio antiebraico con il dissenso politico e producendo un effetto intimidatorio.
Il documento dei docenti ossessionati da Netanyahu, al quale rivolgono l’accusa di nazista, spiega come l’IHRA venga promossa con enormi sforzi diplomatici da parte di Israele, «che la usa come strumento di protezione delle gravi violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani che commette». Ne emerge, pertanto, «la volontà di mettere a tacere voci e saperi critici in molteplici campi di studio e negli spazi universitari, che hanno costituito uno dei fulcri del dissenso contro la distruzione della popolazione di Gaza e le complicità del nostro governo con i crimini israeliani».
Il rischio, ed è evidente, lo abbiamo già visto in questi mesi: è quello di un’autocensura preventiva, di un sapere sorvegliato, di un arretramento netto delle libertà costituzionali in nome di una tutela che può e deve essere garantita con strumenti già esistenti.
In particolare, secondo i firmatari, l’uso di categorie analitiche come “colonialismo di insediamento”, “pulizia etnica” o “apartheid” in contesti accademici potrebbe essere frainteso come discriminazione penalmente rilevante, proprio perché ricompreso nella definizione di antisemitismo che il testo vorrebbe far propria. È un nuovo scenario in cui la critica a politiche statali potrebbe essere trattata sullo stesso piano delle manifestazioni d’odio razziale.
In sostanza, secondo questi, le accuse a Israele avrebbero un valore scientifico e la loro proibizione depriverebbe la ricerca. Ma non erano scientifiche anche le ragioni della difesa della razza?
A questi cosiddetti docenti che pretendono di usare la storia a loro demagogico, settario e antidemocratico intento ricordo che da 2 anni, come Comitato della Presidenza del Consiglio dei Ministri, abbiamo validato la Strategia contro l’antisemitismo italiana in armonia con quella indicata a livello internazionale; che come Comitato Interministeriale Diritti Umani stiamo procedendo a inserire in tutti i piani operativi che assicurano i diritti in ambito interistituzionale, sociale e sanitario i principi della Strategia e che personalmente, come componente di entrambi i Comitati, sono impegnata a promuovere azioni concrete per svilupparne la conoscenza e l’applicazione in ogni comunità disponibile ad approfondire e a condividerne i principi e i valori.
Non sono certamente i veti settari e feroci che fermano la storia e la verità che come docenti noi abbiamo l’obbligo morale di restituire ai giovani, combattendo in tutti i modi l’indottrinamento politico drogato che un manipolo di docenti vuole somministrare nelle aule.




