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La vera lezione del trionfo di Blair 23 anni fa

di

Johnson cultura

23 anni fa il trionfo di Tony Blair e del (New) Labour. La lezione della sua vittoria? Per vincere, in politica, bisogna parlare il linguaggio dell’elettorato e non quello astratto della teoria

Londra, Primo maggio 1997: il leader Laburista Tony Blair entra a Downing Street mettendo fine a 18 lunghissimi anni all’opposizione per il partito che fu di Keir Hardie, Harold Wilson, Jim Callaghan. Il suo trionfale ingresso al numero 10 più famoso del paese – coreografato alla perfezione dai capi della comunicazione e degli eventi del partito – segnò una fase nuova per la sinistra britannica e per la politica mondiale: quella della presentation-before-politics, il marketing elettorale prima delle idee.

A dire il vero quest’epoca era stata inaugurata anni prima da Bill Clinton in America e, dagli anni Sessanta in poi, avevamo già assistito a un proliferare della presenza delle agenzie di comunicazione nella politica. Quello che cambia con il “prodotto Blair” è che per la prima volta nella storia del Regno Unito un politico arrivò a diventare Primo Ministro senza aver mai ricoperto alcun ruolo di governo in precedenza. Blair fu il dilettante che si ritrovò al vertice delle istituzioni senza conoscere il funzionamento del Cabinet Office, dei Cabinet Committees, dell’intera macchina di governo britannica, e senza avere alcuna idea su come organizzare il suo lavoro di Premier.

La macchina elettorale che il Labour organizzò per farlo diventare Primo Ministro non ha pari nella storia della propaganda, ed è seconda solo a quella che portò Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti: sotto l’attento sguardo del Chief Strategist del partito, il Principe delle Tenebre, Peter Mandelson, e dell’ex giornalista del Daily Mirror, Alastair Campbell, dirigenti e militanti laburisti presero di mira i Tories al potere da 18 anni attraverso un enorme archivio in cui tenevano dichiarazioni rese alla stampa da ministri del governo e parlamentari della maggioranza di modo da fare risaltare le loro incoerenze, le loro bugie e la falsità delle loro promesse elettorali. Il trucco funzionò: quando alle ore 22 del giovedì elettorale si videro i primi exit poll, Blair era già dato per sicuro Primo Ministro, il Labour aveva oltre 400 seggi e i Conservatori avevano ottenuto il peggior risultato dal 1906 a quel tempo.

Per anni si è discusso sull’eredità di Blair, che vinse altri due mandati e governò per 10 anni, fino al 2007, prima di passare il testimone all’acerrimo rivale del partito. Per vincere i laburisti dovettero spostarsi al centro, abbandonando le politiche fallimentari di Michael Foot e di Neil Kinnock, e andando a occupare il terreno che i Tories avevano presidiato fino a quel momento. La forza elettorale del New Labour fece sì che anche i Conservatori, sempre bastonati nel 2001 e nel 2005, dovettero cambiare: la destra britannica trovò infatti nel giovane, fotogenico e right-of-centre David Cameron, il suo Blair, capace di riportarla al governo nel 2010.

Oggi i tempi sembrano inesorabilmente cambiati. Cameron ha finito la sua epoca nel 2016 perdendo il referendum sulla Brexit, anche perché dimostrò di non essere più al passo con il cambiamento. Il Labour sta vivendo i suoi giorni più difficili dopo il quinquennio disastroso del radicale Jeremy Corbyn, appena sostituito dal più malleabile Sir Keir Starmer. Nessuno più parla di Blair e del New Labour – travolti dal flop della Guerra in Iraq – ma la lezione della sua vittoria rimane sempre una: per vincere, in politica, bisogna parlare il linguaggio dell’elettorato e non quello astratto della teoria e dei circoli esclusivi in cui le idee non vanno oltre le mura in cui sono annunciate. La “presa” sull’elettorato è quello che conta. Tony Blair e i suoi l’avevano capito.

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