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La tragedia di Catania: Medea, Crono e la “degenerazione”

Catania

Il corsivo di Battista Falconi

 

Nell’inevitabile e inconsolabile strazio che proviamo per la morte della piccola Elena a Catania emergono singulti di pietà nei confronti della madre assassina. Quanto doveva essere denso il buio della sua mente per avere oscurato in modo così terribile la ragione e l’amore? È giusto chiederselo quando il buco nero della follia riesce a inghiottire quelli che ci paiono i sentimenti fondamentali di un essere umano, anzi, ancora di più, le basi di qualunque meccanismo evolutivo. Anche le specie animali infatti, soprattutto quelle più simili a noi, quando la prole è in pericolo attivano meccanismi di difesa persino più energici di quelli volti alla propria sopravvivenza.

La pietà e la compassione sono atteggiamenti nobili e importanti, ogni volta che cerchiamo di comprendere il nostro prossimo e di metterci davvero nei suoi panni possiamo cercare di fare un passo in avanti verso la costruzione di una civiltà migliore. È però da notare come un’analoga sensibilità non si esprima mai quando, nelle tragedie famigliari, l’omicida è un uomo. In questi casi la sacrosanta condanna è non soltanto senza appello ma anche senza alcun tentativo di osservare da vicino come la macchina della tragedia abbia funzionato.

I cosiddetti femminicidi sono oggetto di un’attenzione mediatica doverosa, gli assassini dei figli lo sono meno. Eppure, stando ad alcuni dati diffusi dopo la tragedia catanese, parrebbe ne avvenga in media uno ogni 15 giorni. Medea e Crono, oppure Otello, ottengono trattamenti diversi a livello mediatico e di opinione pubblica e questo potrebbe essere dovuto al generale atteggiamento di condanna che circonda qualunque segno di mascolinità. Anche le espressioni più incruente come il catcalling sono circondate da uno stigma molto severo, la guerra in corso avvalora poi l’idea che la violenza abbia un connotato intrinsecamente maschile e che, quindi, la salvezza stia nella progressiva riduzione di potere dell’uomo per attribuire pari opportunità e dignità alla donna (su questo ben pochi credo abbiano ancora opinioni diverse) ma anche in una sorta di “degenerazione”, nel senso di riduzione del peso che l’appartenenza a un genere sessuale esercita nei ruoli sociali e nelle relazioni interpersonali.

Sono fenomeni molto complessi, che mal si adattano ad analisi sull’onda della cronaca e dell’opinionismo. Può però essere utile cercare di riflettere sulla crisi che la struttura famigliare vive da ormai molti decenni. Da quando, cioè, ha perso il suo carattere sostanzialmente impositivo, da quando è tramontata l’epoca (che non rimpiangiamo) dei matrimoni combinati e di interesse, da quando il mito dolcestilnovista e romantico dell’amore si è trasferito dal semplice immaginario letterario alle regole sociali, nell’illusione che basti il sentimento sincero di un momento, in genere giovanile, per consolidare una struttura che dovrebbe durare nei decenni e trasferirsi come modello alle generazioni successive.

Particolarmente “iconica” di una recente strage commessa da un uomo, come piace dire oggi, l’immagine dell’assassino con una delle sue vittime ripresi in gondola a Venezia. Come può quella coppia che si amava tanto serenamente e spensieratamente aver concluso la propria storia nel sangue? Lo sconcerto, pur comprensibile, ci fa dimenticare una banalità che dovremmo tenere sempre a mente: la forza dell’amore è speculare a quella dell’odio, esattamente come la vita e la morte sono due facce inscindibili della stessa medaglia. Per questo i classici insistevano tanto nell’avvertire che solo il distacco dalle passioni può consentirci di raggiungere la serenità. Ma poi – stiamo brutalizzando in modo inammissibile – è arrivato il Cristianesimo a trasformare l’amore in un comandamento, anzi “nel” comandamento, e il suggerimento di stemperare le nostre aspirazioni in un tiepido “non volere” ha attecchito soprattutto nelle filosofie e religioni orientali.

L’utopia dell’amore-obbligo – sociale, coniugale, generazionale, interpersonale – è tramontata in termini relativamente celeri, producendo un brusco ridimensionamento delle unioni coniugali religiose, quelle cioè vincolate da un sacramento alla presunta eternità, ma anche di quelle civili e, soprattutto, della prolificità. Fare figli resta un investimento nel futuro soprattutto nelle aree del mondo meno avanzate ma, man mano che ci si arricchisce e si progredisce verso il benessere materiale, tale sacrificio si priva di senso. Non che questo significhi nulla rispetto alla tragedia di Catania, naturalmente, ma senz’altro tendiamo a sopportare con sempre meno facilità l’immane fatica di farci carico dei più piccoli, peraltro per un periodo sempre maggiore, e di restare fedeli in tutti i sensi ai nostri compagni di vita.

Il problema non è peraltro di carattere astrattamente etico ma molto concretamente pratico, poiché almeno in Italia la coesione del nucleo familiare resta il principale supporto in termini di assistenza quando gli individui si trovino in condizioni di difficoltà materiale e morale. Sono paradossi nei quali si dibatte gran parte del mondo cosiddetto avanzato, non soltanto l’Italia. Si pensi al Giappone, che vive per il quattordicesimo anno consecutivo il suo gelo demografico, agli indici di suicidio nell’apparentemente perfetta Scandinavia, oltre che alla frequenza delle stragi commesse negli Stati Uniti o alla violenza interrazziale che ancora pervade gli USA.

Un paio di letture possono essere interessanti al riguardo: uno è “Diversi” (Raffaello Cortina) del celeberrimo primatologo Frans de Waal, nel quale si affrontano le questioni di genere mediante comparazioni tra uomini e scimmie antropomorfe, per concludere come il carattere maschile, in natura, ancorché si esprima spesso in aggressività nei confronti degli altri maschi, non tende affatto ad agire violenza verso donne e piccoli, poiché è ben chiaro come la loro tutela sia la garanzia migliore della sopravvivenza di specie. Mentre nel “Taccuino delle metamorfosi” (Codice Edizioni), Marco Di Domenico ricorda come l’uomo mantenga il soma infantile per tutta la vita, con una permanenza eccezionale rispetto alla stragrande maggioranza delle specie animali e anche dei mammiferi. Gravidanza e accudimento della prole tra gli esseri umani sono eccezionalmente lunghi, ormai lo è anche l’assistenza dei figli adulti, e sarebbe sempre bene tenere a mente questo aspetto.

Utile poi riflettere su molti dati che sono facilmente disponibili. Secondo il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo, l’Italia rischia di trovarsi nel 2050, quindi tra non moltissimi anni, con 5 milioni di abitanti in meno. Altri studiosi e demografi si sono riuniti di recente per invitare a uscire dalla “trappola” della denatalità e a invertire la rotta con politiche ad hoc. Meno abitanti, quindi anche meno consumatori: questa tendenza concorre a quella recessiva, evidentemente già in corso e che ha molte altre rilevanti ragioni.

Temi sui quali la riflessione langue, se non quando la tragedia ce la impone. Fanno eccezione i cosiddetti “moniti” che giungono dall’alto, quelli per esempio di Papa Francesco: ascoltatissimo quando parla di alcuni argomenti, molto meno quando tratta di questi.

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