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La storia sismica di Ischia tra realtà e mito

Storia Sismica Ischia

Il Bloc Notes di Michele Magno

Il testo che segue è un estratto di un interessante saggio di Giovanni Gugg, docente di antropologia urbana all’Università Federico II di Napoli, pubblicato il 21 agosto 2018 sul blog collettivo “il lavoro culturale”. Si intitola “Le trame di Casamicciola”. È un racconto, tra realtà e mito, di alcuni episodi della storia sismica di Ischia. Pensando alle polemiche sulla tragedia che ha colpito l’isola nei giorni scorsi, viene in mente quella -celeberrima- che nel Settecento ebbe come protagonisti Voltaire e Rousseau.

“Lisbona è distrutta e a Parigi si balla”: così scriveva Voltaire subito dopo il terremoto che il primo novembre 1755 aveva raso al suolo la capitale del Portogallo. Non appena ne viene a conoscenza, il filosofo dei Lumi compone il “Poema sul disastro di Lisbona”, in cui si scaglia contro l’ottimismo religioso di Gottfried Wilhelm von Leibniz. Nella sua “Teodicea”, lo scienziato e pensatore tedesco aveva affermato che l’umanità vive “nel migliore dei mondi possibili”. Voltaire rigetta questa affermazione, e si chiede come si possa definire in tal modo un mondo in cui accadono tragedie come quella che aveva sterminato decine di migliaia di innocenti. Una polemica a cui non poteva rispondere Leibniz, scomparso nel 1716, ma che apre una disputa intellettuale destinata a segnare profondamente l’idea stessa di modernità.

Oltre a Leibniz, nel mirino di Voltaire c’era il poeta cattolico inglese Alexander Pope, il quale nel suo “Saggio sull’uomo” (1730-1732) aveva sostenuto che “una verità è chiara: qualunque cosa esista, è giusta”. E proprio ai filosofi “consolatori eterni di inutili dolori” si rivolge Voltaire fin dalle prime righe, accorate e rabbiose, del suo “Poema”: “Poveri umani! Povera terra nostra! Terribile cumulo di disastri! Consolatori eterni di inutili dolori! Filosofi che osate gridare: Tutto è bene, venite a contemplare queste rovine orrende: muri a pezzi, carni a brandelli, ceneri infauste. Donne e infanti ammucchiati l’uno sull’altro sotto pezzi di pietre, membra sparse, centomila feriti che la terra divora, straziati, sanguinanti ma ancora palpitanti, sepolti sotto i loro tetti, perdono senza soccorsi, tra atroci tormenti, le loro misere vite”. Inoltre, chiede provocatoriamente: “Ai deboli lamenti di voci moribonde, alla vista pietosa di ceneri fumanti, direte: è questo l’effetto delle leggi eterne che a un Dio libero e buono non lasciano la scelta? Direte, vedendo questi mucchi di vittime: fu questo il prezzo che Dio fece pagare per i loro peccati? Quali peccati, quali colpe hanno commesso questi infanti sul seno materno schiacciati e sanguinanti?”.

Il “Poema” ebbe una una enorme diffusione in tutta Europa, con numerose edizioni a stampa. Una delle prime copie manoscritte fu spedita dall’autore a Jean-Jacques Rousseau. Il filosofo ginevrino gli rispose con una lunga lettera (agosto 1756), in cui contestava il suo radicale pessimismo e sottolineava la responsabilità degli uomini: “Restando al tema del disastro di Lisbona, converrete che, per esempio, la natura non aveva affatto riunito in quel luogo ventimila case di sei o sette piani, e che se gli abitanti di quella grande città fossero stati distribuiti più equamente sul territorio e alloggiati in edifici di minor imponenza, il disastro sarebbe stato meno violento, o forse non ci sarebbe stato affatto. Ciascuno sarebbe scappato alle prime scosse e si sarebbe ritrovato l’indomani a venti leghe di distanza, felice come se nulla fosse accaduto”.

Nella discussione si inserisce anche un giovane Immanuel Kant, che prende le distanze dalle interpretazioni strettamente teologiche, chiarendo che le catastrofi naturali devono indurre l’uomo a non considerarsi il fine unico ed esclusivo dell’universo. Kant non si limita a criticare l’approccio fatalistico e superstizioso nei confronti dei disastri naturali, ma pubblica tre saggi sui terremoti (1756). La sua teoria si basava sulla presunta presenza nel sottosuolo di enormi caverne sature di gas caldi. Tesi presto superata dalle successive scoperte, ma che resterà il primo tentativo di spiegazione scientifica del fenomeno. (Mi.Ma)

Le trame di Casamicciola

Nella letteratura popolare ischitana si narra che sotto l’isola risieda Tifeo, un gigante dalle cento teste che, per realizzare le ambizioni di sua madre Gaia, si ribellò a Zeus, il quale, tuttavia, prevalse dopo una lotta feroce e lo confinò nel sottosuolo dell’isola di Pithecusae, che così cominciò a eruttare fuoco e ad avere le acque calde, nonché a subire scuotimenti dovuti all’irrequietezza del mostro. Sebbene il mito di Tifeo nasca in Cilicia, il suo ricorso come figura allegorica dell’instabile geomorfologia ischitana è dovuto all’importanza dell’isola in età classica come “crocevia del mondo antico” e si è adattato così bene che del gigante c’è un riflesso anche in superficie, attraverso la toponomastica popolare e ufficiale che descrive i luoghi proprio in sua funzione, come ad esempio il borgo di Panza, le fumarole de La Bocca e altre località.

Nella leggenda fondativa di Ischia, Tifeo è un drago che vuole prendere il posto di Giove, ma che il padre degli dei riesce a fermare scagliandogli addosso l’isola, in modo da schiacciarlo col monte Epomeo. Intrappolato nel sottosuolo, il mostro tuttavia non è morto, per cui di tanto in tanto si dimena e sputa fuoco, il che fornisce non solo il soggetto di una narrazione popolare, ma più profondamente un quadro di senso che, di generazione in generazione di ischitani, ha permesso da un lato di sottolineare la propria appartenenza locale e, dall’altro, di esorcizzare paure e di trovare spiegazioni accessibili ad eventi ritenuti eccezionali.

Nonostante l’ultima eruzione risalga al 1302, Ischia, infatti, è insieme ai Campi Flegrei e al Vesuvio uno dei tre vulcani attivi della provincia di Napoli. Dal punto di vista geologico, la durata dei suoi cicli di alternanza tra quiescenza e fase attiva è tipicamente di 10000 anni. Ciò comporta lunghe fasi di apparente assenza di attività, sporadicamente interrotte da sismi di bassa magnitudo localizzati a poca profondità nel settentrione dell’isola e accompagnati da diffuse manifestazioni fumaroliche e idrotermali. Si noti che, in quanto ancora attivo, il vulcano ischitano è potenzialmente in grado di eruttare in futuro, con effetti particolarmente preoccupanti a causa dell’intensa urbanizzazione che ha interessato il suo territorio nel corso del Novecento.

La storia sismica dell’isola ha inizio nel 1228 e ha le tipiche caratteristiche della sismicità in aree vulcaniche, ossia terremoti di bassa energia, ma di forte intensità. Gran parte degli eventi sismici registrati negli ultimi otto secoli ha come epicentro il versante nord del monte Epomeo, quello corrispondente ai comuni di Casamicciola Terme e di Lacco Ameno. L’Ottocento è stato il secolo con più terremoti: nel 1828 vi furono alcune vittime e vari danni materiali a Casamicciola, lasciando per diversi decenni il ricordo di sé nella memoria collettiva, almeno fino alla catastrofica scossa del 28 luglio 1883, che fu preceduta da forti movimenti tellurici già nel 1880 e 1881. Il terremoto del 1883, il primo dell’Italia unita e il più intenso mai registrato a Ischia, è anche il più ampiamente documentato sia in letteratura che nelle fonti d’archivio: causò 2.333 morti e la distruzione del patrimonio storico e ambientale di alcune aree dell’isola; i danni più ingenti si verificarono a Casamicciola e a Lacco Ameno, dove su 1.061 abitazioni censite ne rimasero in piedi solo 19 (una sola a Casamicciola).

All’epoca Ischia era meta di un turismo facoltoso ed internazionale, richiamato dalla presenza di stabilimenti per le cure termali e dalla salubrità del suo mare, per cui il disastro sismico ebbe un grande riverbero sulla stampa nazionale ed estera e un notevole impatto emotivo, che fece nascere un modo di dire, presto diffuso in tutto il Paese: “È successa una Casamicciola”, come espressione di rovina, disordine, confusione. La più nota testimonianza diretta di quella catastrofe è di Benedetto Croce, all’epoca diciassettenne, unico sopravvissuto della sua famiglia al crollo della loro casa di vacanza, che racconta di quella terribile esperienza tra il “Contributo alla critica di me stesso” (1918) e le “Memorie della mia vita” (1966):

“Rinvenni a notte alta e mi trovai sepolto fino al collo, e sul mio capo scintillavano le stelle […]. Verso la mattina (ma più tardi), fui cavato fuori, se ben ricordo, da due soldati e steso su una barella all’aperto. Lo stordimento della sventura domestica che mi aveva colpito, lo stato morboso del mio organismo che non pativa di alcuna malattia determinata e sembrava patir di tutte, la mancanza di chiarezza su me stesso e sulla via da percorrere, gl’incerti concetti sui fini e sul significato del vivere, e le altre congiunte ansie giovanili, mi toglievano ogni lietezza di speranza e m’inchinavano a considerarmi avvizzito prima di fiorire, vecchio prima che giovane”. Il terremoto cambiò la vita di Croce sia negli affetti che nei pensieri: “Quegli anni furono i miei più dolorosi e cupi: i soli nei quali assai volte la sera, posando la testa sul guanciale, abbia fortemente bramato di non svegliarmi al mattino, e mi siano sorti persino pensieri di suicidio”.

Il terremoto di Casamicciola rappresenta la prima grave catastrofe con la quale dovette confrontarsi il governo nazionale, che promulgò con una certa premura la prima normativa antisismica in età post-unitaria. II “Regolamento Edilizio per i Comuni dell’Isola d’Ischia danneggiati dal terremoto del 28 luglio 1883” entrò in vigore il 15 settembre 1884 -con “validità a tempo indeterminato”- e indicava le prescrizioni per le nuove costruzioni (si consigliò di utilizzare il sistema “baraccato”), la definizione e delimitazione delle “zone pericolose”, le norme per i fabbricati danneggiati e pericolanti, l’istituzione della Commissione Edilizia Speciale con compiti di eseguire e far eseguire le disposizioni contenute nel Regolamento.

Tra le numerose personalità politiche e scientifiche intervenute sulla scena del disastro, un lavoro significativo fu intrapreso, sul piano politico, da Francesco Genala, Ministro dei Lavori Pubblici, e, sul piano conoscitivo, da Giulio Grablovitz, fondatore e direttore dell’Osservatorio Geodinamico di Casamicciola, giunto ad Ischia nel 1884, dove sarebbe rimasto per tutta la vita. Durante l’emergenza e nella fase della pianificazione per la ricostruzione, le scelte del ministro Genala furono determinanti: rimase sull’isola circa un mese, visitò i luoghi maggiormente danneggiati, seguì il dibattito scientifico che attribuì l’entità dei danni al modo di edificare e, come ricordato, favorì la promulgazione del Regolamento Edilizio. L’anno dopo il sisma, invece, sull’isola approdò Grablovitz, che studiò la natura geologica del territorio elaborando uno dei primi sistemi di monitoraggio di un vulcano attivo e attivandosi concretamente alla divulgazione alla popolazione dei risultati delle sue ricerche.

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